Marco Giovenale

All’inizio de L’âge d’or, di Buñuel, il capitano della compagnia di scalcinatissimi armati conduce tutti fuori tranne il ferito sul pagliericcio: non si alza. Il capitano lo esorta a muoversi, e quello gli risponde con parole staccate, isolate, irrazionali, segmenti asintattici, in definitiva senza senso. Non è solo il delirio di un ferito (o “idiozie”, per il capitano), è anche il surrealismo che sposta gli assi del linguaggio e gioca e punta sull’inconscio e sul quantum di sregolatezza dello stesso. Sull’arbitrario aleatorio, sull’irrelato. Sull’irrelato, soprattutto. La parola staccata, isolata, fa di questa linea stilistica un modo di scrittura stranamente sintonizzato con (pur se contrario a) forme di ermetismo, araldica del vocabolo sospeso, brillante nella propria indipendenza.

In generale, i procedimenti in uso presso il surrealismo “storico” sono solo la base o possono essere la prima base per dare per (e sentire come) evidente il modo percettivo novecentesco e successivo. Passate – ma vivissime tutt’ora – molte stagioni di surrealismo, alcune cose non devono (o non dovrebbero) richiedere più una “spiegazione”. Un ragazzo che nella seconda metà del Novecento, all’università o in un cineclub, vede L’âge d’or, e lo sente circondato dalle mille spiegazioni dei docenti, trova puerili e inutili le note a piè di schermo che questi accatastano. Per lui, l’arbitrio che il film espone è perfettamente logico. Accettabile, comunque dirompente, non pacificato. Ma inteso, accessibile. È codice d’uso, non chiave ignota. Come detto e ripetuto, dadaismo e surrealismo non solo sono già nella formazione culturale letteraria dell’individuo occidentale medio da decenni, ma rifluiscono in lui dalla comunicazione di massa, da migliaia e ormai milioni di canali, di flussi.

Cosa accade invece in una prosa nuova, o in una prosa in prosa? Riandiamo, volendo, al saggio The new sentence (“la frase nuova”), di Ron Silliman, uscito nel 1977. Il testo, ricco di esempi, è leggibile a questo indirizzo: http://puntocritico.eu/?p=5882 (nella traduzione di Gherardo Bortolotti).

Ciò che le new sentences esibiscono è una differente possibilità di gestione dei pacchetti di senso, di significati (più ancora che di fonemi, ricorrenze, significanti in gioco e incastro). La new sentence non è una frase irrelata; è semmai un trasmettitore o meccanismo di rilancio e spesso di accelerazione e concentrazione di senso, di... energia. Le frasi mantengono, per questa necessità di spostamento di parti variate di senso, un legame, una consequenzialità, non prestabilita; mantengono cioè un percorso logico articolato in una serie di vincoli, passaggi che si danno per autofondati, solidi, ma il cui disegno complessivo, nei blocchi di prosa, è spiazzante.

Il pacchetto di energia, di senso, è stato trasportato e trasformato durante il salto da una frase alla successiva, da un periodo all’altro, e fino al chiudersi di un blocco di prosa. Ma la visione intera di un àmbito tematico o monotematico nel complesso non è (necessariamente) data.

Il blocco può attraversare argomenti tra i più diversi, anche contrastanti, o fermarsi maniacalmente su un binario ragionativo fisso; le righe di prosa assumeranno in ogni caso un aspetto compiuto, la consequenzialità ossia il legame di trasporto dell’energia testuale e direi della sensualità frasale, sarà stato provato e stretto. Ma non si avrà sotto gli occhi, in conclusione, come oggetto finito (o sfinito, o infinito), una costellazione di punti slegati surrealisti, né un racconto mainstream filato e annodato nel proprio zucchero. Semmai si avranno testi come quelli di Christophe Tarkos. Ma è solo un esempio.

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Una Risposta a Gioco (e) radar #12 – La frase nuova

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