Cristina Zappa

Il ritrovo è al numero 27 di piazza Castello, luogo tutt’altro che ameno per una Milano da riscoprire. L’appartamento al piano terra, che fu lo Studio dell’architetto Achille Castiglioni (1918-2002), si trova in un palazzo novecentesco, emblematico dell’abitare borghese degli anni Sessanta, di quella laboriosità lombarda che ha portato il Made in Italy in giro per il mondo. Claes Oldenburg, a poche centinaia di metri, l’ha celebrata nel 2000 con l’installazione site specific Ago, filo e nodo dinanzi alla stazione ferroviaria di piazza Cadorna, ridisegnata da Gae Aulenti.

La mostra Le regole del gioco, su progetto espositivo di Luca Lo Pinto e direzione artistica di Edoardo Bonaspetti è allestita nello Studio-Museo in mezzo a librerie, schedari, materiali di studio e d’archivio, artefatti, prototipi, maquette e materiali da lavoro, ove oggetti quotidiani e oggetti di design industriale dialogano senza alcuna gerarchia espositiva con le opere di tredici artisti contemporanei italiani e stranieri. Nessun display museale: una relazione amichevole tra le opere contemporanee e i manufatti usati, pensati o progettati dallo Studio Castiglioni.

Il modus operandi di Achille Castiglioni aleggia tra oggetti apparentemente anonimi che hanno ispirato i suoi progetti e vivono la loro esistenza, tutt’altro che moritura, nella nostra contemporaneità. Gli artisti sono stati invitati a concepire ad hoc le loro opere in un dialogo visivo, temporale e spaziale con lo Studio, che è rimasto come era: l’aura è tutt’altro che sacralizzante, semmai demistifica e vivifica tutti gli oggetti, sia quelli comuni, che hanno ispirato la produzione industriale, che quelli noti ai più perché hanno segnato il quotidiano nel vivere, lavorare, abitare e illuminare gli ambienti.

caffettiera (375x500)

La figlia minore Giovanna, geologa, ci accompagna attraverso le diverse stanze, dal locale adibito ad archivio sino alla sala riunioni, raccontandoci la mostra. Sembra che l’architetto sia uscito per un caffè e che debba rientrare di lì a poco. Le opere di Alek O., Stefano Arienti, Richard Artschwager, Céline Condorelli, Thea Djordjadze, Jason Dodge, Martino Gamper, Max Lamb, Christoph Meier, Olaf Nicolai, Amalia Pica, Lisa Ponti, Charlotte Posenenske, Riccardo Previdi, Emilio Prini, Carol Rama, Mandla Reuter e Patrick Tuttofuoco sono state disseminate nello studio con lo stesso approccio ludico verso i progetti di Castiglioni, che diede la vita a oggetti in apparenza insignificanti, celebrandoli come essenziali, rendendoli funzionali e belli esteticamente grazie alla sua poetica.

sederi (375x500)

L’interruttore elettrico non è mai stato autenticato, allo stesso modo del battipanni di salice usato dalle nonne. Le sedute sono per tutti e accolgono il visitatore: sono volutamente diverse a seconda del sedere per cui sono state pensate e stanno accanto al seggiolino di legno del mungi vacche che ha ispirato il suo trespolo a tre appoggi, pensato per far risparmiare le telefonate. Le lampade da lettura notturna, che riflettono la luce come la gibigiana, stanno proprio sotto quei lampadari diventati famosi per la loro modernità nella diffusione della luce e illuminano il quinto dei grandi libri disegnati da Arienti, il Libro Argento.

Quasi tutto si può toccare, persino i prototipi. Entrare qui è come partecipare a una caccia al tesoro domestica, ove le opere, collocate qua e là, trovano il loro display attuale grazie al contatto con il visitatore che le maneggia. Solo Giovi, l’abito disegnato da Tuttofuoco per Giovanna e prodotto da Trussardi, non si può toccare: solo a lei spetta di indossarlo ed è suo il viso che appare al sollevarsi delle pieghe. Quando la visita guidata è condotta da un suo collaboratore l’abito sta appeso a una delle grandi e affollate librerie.

giovi (375x500)

La visita in questo Studio-Museo diventa un gioco senza regole ove si possono guardare e toccare oggetti di design e manufatti di artisti contemporanei in un contesto che non è sacrale, conservativo e neanche immaginario: è un museo che vive con lo spettatore e si lascia vivere con lui, ove le opere non perdono la loro essenza vitale, ma la perpetuano. Lampadina, ricorda l’Eta Beta dei fumetti e ha ispirato Condorelli (Among people - among things – among thoughts – in the present) che nell’incidere sul vetro frasi tratte dal gergo amicale si è preoccupata di verificarne la durata energetica: gli oggetti vivono la vita per cui sono stati pensati, proprio come l’architetto concepiva i suoi progetti, instaurando una relazione affettiva prima con il fruitore ed ora con il visitatore. L’uso li vivifica, da loro un senso e li rende affettivamente eterni nella loro funzione.

Le regole del gioco
a cura di Luca Lo Pinto e Edoardo Bonaspetti
Sino all’11 aprile 2015
Fondazione Achille Castiglioni
Piazza Castello, 27 - Milano

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Una Risposta a Castiglioni, l’architetto dell’anonimo

  1. CARLITO scrive:

    ESPLICATIVO, ESSENZIALE, COMPRENSIBILE COME ESSERCI.
    CC

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