Paolo B. Vernaglione

La linea verso il buio e il cerchio della ripetizione sono le figure che Jacques Rancière, filosofo politico e critico dell'estetica, rintraccia nel cinema di Bela Tarr, regista ungherese atipico, artigiano di film-capolavoro quali Perdizione, Satantango, Le armonie di Werkmeister, L'uomo di Londra e Il cavallo di Torino.

Quest'ultimo film dovrebbe chiudere la carriera di Tarr come regista. La vicenda del cavallo abbracciato da Nietzsche per esser stato frustato, concluderebbe la rappresentazione della durata che solo il cinema in bianco e nero è stato in grado di aprire. A partire dalla fine dell'arte del filmare, questa dovrebbe allora essere il tempo del dopo, cioè quel tempo in cui la storia mostra il suo rovescio, senza mai finire: le situazioni e non le azioni, il prosciugamento delle attese parziali nell'attesa eterna della contingenza. La fine dell'orizzonte umano del sentire, del provare, dell'essere affetti.

Il tempo della discordia si potrebbe dire, enunciando la teoria politica che Rancière ha innalzato al rango di filosofia, e con ragione: alla superfice della modernità si agitano infatti figurette che blaterano di nuovi tempi e cambiamenti, in accordo con il presente. E viene voglia di rivolger loro contro la violenza del ritorno, il ciclo infinito dei tempi prima che questo tempo possa sommergerle. Dopo, avvertiremo una risata esterrefatta, saremo invitati ad un ballo disperato in una bettola rotta, tra saggi ubriachi, profeti di sventura, gioiosi acrobati del niente.

Il cinema inattuale di Tarr affonda nel presente e viene letto da Rancière come l'ombra di ciò che è già successo. L'umanistica disfattta dei socialismi a est, la corruzione della famiglia, la liberante esplosione della ragion di Stato, una teoria del tradimento, sperimentata da Artaud nel teatro della crudeltà e messa in scena da Beckett con lo stile a cui pensa Flaubert: non l'ornamento di un discorso, ma un modo assoluto di vedere le cose. Perchè è in questo modo che la trama del tempo, la linea e il circolo, sono visibili e si dissolvono metafora e analogia: la macchina ottica del visibile sottrae alla ripetizione la durata ad essa necessaria per prodursi; il racconto, nei romanzi di Laszlo Krasznahorkai, sceneggiatore, stacca in un salto nel vuoto la linea dell'azione dalla progressione infinita del discorso.

Sono allora repliche di immagini quelle che un cinema così disadattato ci mostra, ci fa sentire, da cui siamo avvolti e respinti. Il disaccordo, prima di essere il movente politico della rivolta è il segno della verità del tempo sottratto all'uso, dell'inoperosità flagrante in cui vive l'animale umano; la rottura della linea idealizzante di ogni progresso, l'asserzione della negazione assoluta del ritorno, quando il discorso ha taciuto, la parola si è fatta incomprensibile e ci scopriamo privi di lingua. Solo allora, nel tempo del dopo, cioè nell'altrove che è sempre qui e ora, l'animale razionale, pubblico e democratico rivela il suo contrario: il disaccordo con il tempo del capitale, della città, della fiducia. L'accordo con un tempo dell'inesistenza in cui essere risucchiati, morendo solo a sè stessi: ballare avvinghiati dopo aver tradito, odiato, bevuto, esser divenuti dementi per non morire...

Per poter vedere dev'esserci infatti qualcuno che spia. Per narrare, qualcuno che suggerisce la disfatta. Per ascoltare, qualcuno, non importa se donna, uomo, animale o ragazza, che annuncia ciò che già sappiamo: quelli nati oggi sono quelli della distruzione, ciò che promettono e che fanno si dissolverà. La testimonianza è la rovina. Il cavallo frustato che muore disfatto nella stalla invisibile. La ripetizione dei gesti, delle parole, dei destini, l'irrecuperabile comunità di villaggio in cui vive la città senza nome, sottraggono tempo e spazi ad un'azione che avvertiamo nefasta, effetto di una profezia che non conosciamo: gli zingari rubano l'acqua del pozzo ed è la fine del mondo nel Cavallo di Torino; il circo nomade viene in città col Principe e l'enorme balena, e la rivolta diventa dominio criminale sui malati ne Le armonie di Werkmeister.

Nella cartografia del cinema di Tarr, Rancière interpella la figura dell'idiota, la piccola Estike nelle sette ore di Satantango, che si suicida dopo aver avvelenato il gatto. Ancora una figura letteraria, ma sottratta alla linearità del testo e riavvolta nel cerchio del ritorno, come colui che, in Perdizione, spia per stare con l'amante e farà la spia dopo aver tradito. In questa terra il dicibile e il visibile non sono due coordinate dell'unico linguaggio che ci è dato parlare e udire, bensì l'unico movimento, di cui Rancière segnala la potenza, in cui il tempo può avvenire: l'azione avanza mentre lo sguardo si allontana. Ma in questo modo quell'azione risulta priva di scopo e direzione e questo sguardo è rovesciato su sè stesso, non consente di vedere, se non in bianco e nero ciò che alla realtà si sottrae affinchè rimanga vera, non svelata.

Sappiamo che fine ha fatto Nietzsche, non sappiamo che fine ha fatto il cavallo che ha abbracciato. Sappiamo che fine fanno i cani nei paesi allagati da una pioggia incessante, non vediamo come si diviene cani nel fango di Perdizione. Sentiamo il vento che rende folli ma non vediamo come il tempo del ritorno abolisce il mondo. Ma viviamo, forse proprio perchè non sappiamo.

Jacques Rancière
Bela Tarr. Il tempo del dopo
Edizioni Bietti
€. 14,00

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Una Risposta a Il tempo della discordia

  1. […] chi vuole approfondire oltre, linkiamo anche questa conferenza integrale su Youtube. Come scrive Paolo Vernaglione recensendo il volume: “Il cinema inattuale di Tarr affonda nel presente e viene letto da Rancière […]

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