Giorgio Mascitelli

Confesso che, quando ho letto sui giornali i resoconti degli incontri tra governo greco e autorità finanziarie varie e in particolare del divieto per il primo di compiere “azioni umanitarie unilaterali”, ho pensato a un errore di traduzione dall’inglese causato da qualche falso amico o da qualche espressione ambigua. In realtà non c’è alcun errore e anzi, grazie alle preziose segnalazioni di Italo Testa, ho scoperto che il sintagma è effettivamente usato nel vocabolario giuridico-politico internazionale.

In pratica un’azione umanitaria unilaterale è l’intervento di uno Stato nel territorio di un altro senza avvallo del consiglio di sicurezza dell’ONU, ma con la giustificazione di bloccare una catastrofe umanitaria in corso: un esempio è quello dell’intervento del Vietnam in Cambogia nel 1979, che fermò i massacri di Pol Pot. Ora evidentemente che si usi una categoria del genere per designare i provvedimenti di un governo legittimamente eletto nell’ambito della propria giurisdizione territoriale significa che esso è stato espropriato, anche dal punto di vista formale, della propria sovranità in una sorta di riedizione in chiave di diritto internazionale dell’antica schiavitù per debiti.

Ma in fondo questo già si sapeva, ciò che mi appare sorprendente è che in una serie di comunicati ufficiali a nessuno sia venuto in mente di camuffare con la solita perifrasi eufemistica un’idea tanto brutale. Si converrà che, se vietare azioni umanitarie unilaterali presso istituzioni come le monarchie di Assurbanipal o di Saul quando era incazzato con Davide era un provvedimento abbastanza prevedibile, risulta invece singolare presso istituzioni come l’Unione Europea o il Fondo Monetario Internazionale, soprattutto se non sembra esserci all’orizzonte nessuna azione umanitaria di tipo condiviso.

Con il suo romanzo 1984 George Orwell ha reso nota, in una forma divulgativa e un po’ semplificatoria, la fondamentale ipocrisia del potere di fronte al linguaggio: tutti i suoi lettori ricordano la neolingua del Grande Fratello, che chiama la guerra pace, l’odio amore e così via. Ora nella realtà naturalmente le formulazioni sono sempre state più complesse, ma non c’è dubbio che la scelta attuale di utilizzare una terminologia così diretta e così controproducente per l’immagine di coloro che vi ricorrono sembra aprire una fase, o più verosimilmente una parentesi postorwelliana nel linguaggio del potere.

Possiamo considerare questa parentesi come un sintomo linguistico della confusione anche concettuale che accompagna questo periodo in cui il nuovo ordine fondato sulla sovranità del denaro ha sostituito quello basato sulla sovranità popolare senza però aver trovato ancora tutte le categorie giuridiche, politiche e retoriche che soppiantino quelle del vecchio sistema. È probabile, infatti, che l’uso, peraltro distorto e fuori contesto, della nozione di azione umanitaria unilaterale sia nelle riunioni tecniche l’unico fragile paravento giuridico per non far emergere che il fondamento delle attuali imposizioni al governo greco è la legge del più forte.

Dal punto di vista mediatico, tenendo conto dell’impossibilità di impiegare con successo le solite finzioni umanitarie o legalitarie, il ricorso a questo tecnicismo giuridico è sentito come il male minore, più nella speranza che non venga pienamente compreso che per una qualche efficacia persuasiva, anche perché con ogni probabilità presso i tecnocrati vi è un certo grado di anestetizzazione agli effetti di ridondanza del linguaggio tecnico che si riverbera in quello comune.

È talmente ovvio che vi è un’ironia sottesa in questa espressione per un potere come quello neoliberista che ha cominciato con guerre umanitarie per proseguire impedendo ad altri atti umanitari non bellici, che l’amante del sarcasmo per evocarla troverà in un solo istante mille formule taglienti. Quanto a me, ho voglia solo di ricordare i vecchi versi di Agrippa d’Aubigné, già usati da Montale in calce a La bufera: I principi non hanno occhi per vedere queste grandi meraviglie / Le loro mani servono solo a perseguitarci

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