Federico Francucci

Dopo le traduzioni francese e spagnola – già di qualche anno fa – e in contemporanea con quella inglese, l’opus magnum di Peter Sloterdijk, la trilogia Sfere (Bolle del 1998, Globi del 1999, e infine Schiume del 2003) arriva anche in Italia: sono stati pubblicati i primi due volumi (anche se Bolle era già uscito nel 2009 per Meltemi, chiusa prima di poter completare l’impresa), mentre il terzo si annuncia prossimo. Sebbene Sloterdijk scriva a chiare lettere, in apertura di Schiume, che il volume finale si può anche leggere come un’opera autonoma, a me sembra che sia troppo importante nell’economia complessiva della trilogia per non tentare di darne conto in questa breve presentazione.

Sfere, infatti, nella sua fattura discorsiva e strutturale, dunque nella maniera in cui si manifesta e si articola prima ancora che sul piano dei contenuti, è un’opera modellata su alcuni concetti che, operativi lungo tutto l’arco dell’opera, vengono però ampiamente tematizzati e offerti nel loro pieno spessore nel pannello finale: la costitutiva ricchezza, o lusso, della condizione umana; l’esonero dal peso dell’esistenza e il valore di vizio acquisito dalla vita in epoca tecnologica; l’antigravitazione e l’acrobazia, il capriccio e l’improbabile; l’impegno, il coinvolgimento visti non come basico radicamento ontologico nel mondo, ma come cimento liberamente scelto da soggetti sempre più leggeri e chiusi nelle loro serre tecnopsichiche. Inoltre, si vede in azione una profonda ironia compositiva e enunciativa, un congegno retorico usato con meticolosità sperimentale, che scoraggia dall’intendere in maniera tropo rettilinea e letterale le pagine di Sloterdijk, in favore di una più difficile lettura obliqua. Solo dando il giusto conto dell’amalgama di queste pratiche si evitano alcune semplificazioni in cui un approccio poco meditato può incorrere: quella di non vedere altro che un impertinente e buffonesco sofista in azione, o un capzioso enciclopedista postmoderno, o, più pericolosa di tutte, un bieco pensatore reazionario e filocapitalista nascosto dietro la cortina fumogena della sua brillantezza.

Attraversando queste duemilacinquecento pagine straboccanti e fittamente digressive, in cui l’invenzione più sfrenata si dirama sempre in un’erudizione più che solida, emergono alcune regolarità costantemente lavorate e riproposte. Cominciamo dal concetto che dà il titolo all’impresa: la sfera è uno spazio tanto fisico che psichico di custodia e espansione della vita umana, nel quale si allacciano relazioni multipolari. La sfera è una forma che nutre attori sempre plurali, e un ambiente in cui si sviluppano complessi intrecci mediali: il motore della vita umana non è l’individuo ma, almeno, la coppia o per meglio dire il terzetto formato da due attori e dai flussi lato sensu comunicativi con cui si legano. Sotto l’egida di un «vitalismo geometrico» – solo una delle formule spettacolari di cui l’opera è costellata – e con il primo dei tanti rovesciamenti radicalizzanti a cui sottopone i filosofi che volta per volta sceglie come propri alleati, Sloterdijk illustra la vita umana presa nella dinamica che da una parte la vuole sempre protetta in spazi di illusione autoconfortante, e dall’altra la spinge ad aprirsi varchi per esplorare e oltrepassare le frontiere del non umano: la sfera sarebbe allora il costrutto immunitario che consente all’uomo l’«immanenza estatica», ossia il suo peculiare passo, la sua maniera di occupare il mondo.

Il primo volume, sotto i numi tutelari debitamente brutalizzati di Platone e Bachelard, è dedicato alla microsferologia, ossia agli «arrotondamenti non geometrici» che modellano la vita umana ai suoi inizi e poi nei gruppi molto piccoli. Sono le pagine più intensamente fantastiche e poetiche della trilogia, quelle in cui Sloterdijk cerca di dimostrare, sottoponendo l’embriologia e la ginecologia a un trattamento disoggettivante o «noggettivante», che, ancora prima del rapporto madre-neonato, la vita del feto nell’utero si configura già come il rapporto con un «gemello oscuro» (la placenta) fatto di flussi mediali e comunicativi all’interno di un ambiente sferico che custodisce e nello stesso tempo è in rapporto con l’esterno. Questo modello, basico e ancestrale, sarà poi proiettato con transfert via via sempre più estesi e raffinati sui paesaggi di complessità crescente rappresentati dalla famiglia, dal gruppo, dall’insediamento, fino ad arrivare all’intero mondo. È il secondo volume che si incarica di tracciare le rotte di questo ampliamento: la bolla viene ingrandita e strutturata fino a divenire globo. Per entrare in contatto con l’estraneo, l’uomo ha bisogno di una protezione, e di un proprio dove ambientarlo; d’altra parte i successivi trapianti trasformano sempre di più il proprio fino a renderlo irriconoscibile e a farne collassare le pretese universalizzanti. La storia delle globalizzazioni lo dimostra; e il termine va usato al plurale perché secondo Sloterdijk nel percorso dell’occidente se ne sono susseguite tre.

Della prima, che prende il nome di uranica o celeste, sono responsabili gli astronomi e i filosofi greci che attribuirono allo spazio che li sovrastava la forma di una grande sfera, e crearono così la volta celeste, il contenitore organizzato del mondo in cui gli uomini vivevano. A tale costruzione psicogeografica si legò immediatamente l’idea di Kosmos, cioè di insieme chiuso, autosufficiente, autogenerante e perfetto, animato da un perenne movimento di ripetizione: il mondo come uovo cosmico. Questo guscio onniavvolgente con fortissime implicazioni psichiche di garanzia e sicurezza si infrange soltanto a partire dalla fine del XV secolo con i grandi viaggi europei di esplorazione e scoperta geografica che danno vita alla seconda fase della globalizzazione, cui stavolta si deve affiancare l’aggettivo «terrestre». Alla seconda globalizzazione, opera di marinai, avventurieri e cartografi più che di filosofi, è legato uno dei gesti, empirici non meno che concettuali, più importanti e gravidi di conseguenze per l’Occidente, che Sloterdijk, modificando concetti heideggeriani, chiama esplicitazione. Ciò che viene reso in prima battuta esplicito dalle navigazioni e dalla contemporanea fabbricazione di carte nautiche prima, mappamondi e planisferi poi, è l’enorme esistenza, e la capacità di vita e di morte sugli uomini, del pianeta Terra. A fronte del vaso cosmico, interno totale e infrangibile, emerge ora il bianco, il «puro Fuori» degli spazi inesplorati del pianeta, gli infiniti e terrorizzanti oceani solcati dalle fragili navi; si delinea la singolarità assoluta di una nuova sfera, precisamente il globo terrestre, non come contenitore della vita, ma come superficie esposta, spesso ostile, su cui la vita ha luogo. Al monoteismo si sostituisce ciò che, con una delle invenzioni più belle del libro, viene chiamato «monogeismo».

Il processo di domesticazione del mostruoso ha una dinamica simile a quella esposta in uno degli assiomi di deterritorializzazione enumerati da Deleuze e Guattari in Mille piani: il più deterritorializzato si riterritorializza sul meno deterritorializzato. Ma queste successive iniezioni, che sono la maniera in cui si estende la forma dell’Uno, tanto in metafisica quanto in geografia, la portano anche verso un punto critico di rottura; è come se gli interni-mondo della politica e dell’economia, e il grande archivio del pensiero, si costruissero fin dall’inizio lungo un asse di autodecostruzione che ne determinerà lo sbriciolamento e la metamorfosi.

La scena attuale, quella dettata dall’ultima e paradossale globalizzazione, elettrica ed elettronica, è analizzata nel terzo volume e descritta tramite la suggestiva immagine delle schiume. Il mondo si schiumifica quando, da una parte, l’esplicitazione potenziata dalla tecnica trasforma in problema e insieme rende parzialmente artificiale e modificabile ciò che fino a poco prima era rimasto sfondo impensato e impregiudicato (ad esempio l’atmosfera, e il suo pendant tecnologico, la climatizzazione), e d’altra parte la contrazione di spazio e tempo rende evidente la grande e irriducibile pluralità di attori, stili di vita, interessi, orientamenti che popolano la scena globale. Queste sono le schiume: costruzioni «co-fragili», interconnesse e risonanti di bolle autoprotettive (la cui realizzazione minima e più diffusa è l’«egosfera» in cui si provvede ad «autoaccoppiamenti»), alla cui convivenza si lavora secondo equazioni a grado crescente di difficoltà e improbabilità. È nella ricostruzione di questo complesso di stati, la cui morfologia viene descritta con un acume senza pari, che Sloterdijk mostra il suo versante più provocatorio e stimolante, adottando per tutto il terzo volume un tono dichiaratamente ottimistico e insistendo sulla incalcolabile ricchezza, di possibilità e di condizioni di vita, dell’esistenza umana a inizio millennio, nella sua versione più co-insulata, autooperativa, dipendente da ogni sorta di comfort; quella che ha trasformato lo spazio in un interfaccia tecnologico che rimpiazza e prolunga mostruosamente le cure del maternage, ri-infantilizzandoci così tutti massicciamente. Addirittura, il filosofo si presenta in panni neoleibniziani con un sostanzioso aggiornamento della dottrina monadologia e della teodicea: questo è il migliore dei mondi possibili. Difficile non rimanere affascinati, impossibile dargli ragione.

Ma non è questo il punto. La trilogia finisce con un capitolo che dovrebbe riorientarne la lettura. Dopo aver tanto imperversato, con il suo estro e il suo talento, l’autore esce di scena, o meglio si assenta: siamo a un incontro, a metà tra dibattito accademico e talk show, dove un teologo, uno storico e un critico letterario sono chiamati a discutere di Sfere insieme a colui che l’ha scritto, il quale però non arriva. La discussione si tiene senza di lui. Il problema principale, che divide i tre esperti, è in che modo debba essere pensata la figura che dà il nome all’impresa, la sfera appunto. Il libro è interessante finché la sfera serve da collettore-etichetta per costrutti reali e concreti, pienamente verificabili con gli strumenti della storia delle lunghe durate, dice lo storico. Ma la sfera, ribatte il critico letterario, è soprattutto una figura retorica, la bandiera di una strategia testuale applicata tenacemente dall’autore nell’opera intera: è la chiave di uno spiccato costruttivismo e insieme il segnale di un’intenzione non palesemente dichiarata. La verità sta nella composizione ossimorica e provvisoria (proprio all’ossimoro è dedicato questo explicit) dei punti di vista. Quando la teodicea si trasforma, dice il teologo, in qualcosa come una «mostrodicea», sarebbe troppo infame se presa alla lettera. Allora tutto l’armamentario funambolico movimentato dall’autore oscilla metodologicamente tra un’intentio recta ancora naïf e una cosciente parodia di quell’intenzione (secondo l’interessante teoria per cui l’unico realismo possibile sarebbe ormai quello dell’antigravitazione e del capriccio); allora la benevolenza con cui gli scenari vengono ricostruiti rivela anche la sua natura di schermo per continuare a guardare, con la maggiore attenzione possibile, anche quello che si vorrebbe non vedere, per capirlo fino in fondo. Allora l’insostenibile ottimista lascia intravedere la sua duplicità multipiano e si offre come un ottimista-pessimista, impegnato nella ricognizione del migliore-peggiore mondo possibile. L’unico che abbiamo.

Peter Sloterdijk
Sfere I: Bolle. Microsferologia
a cura di Gianluca Bonaiuti, introduzione di Bruno Accarino
Cortina, 2014, LXXIII-593 pp., € 36

Sfere II: Globi. Macrosferologia
a cura di Gianluca Bonaiuti, traduzione di Silvia Rodeschini
Cortina, 2014, IX-941 pp., € 39

Sphären III: Schäume
Suhrkamp, 2004, 920 pp., € 32,90

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