Marco Giovenale

Non è assurdo domandarsi se il disturbo visivo-testuale e il glitch, e a volte il tratto asemantico, così come un certo uso violentemente descrittivo della pratica che suggerivo di chiamare “loose writing”, e perfino alcune scelte controverse/‘predatorie’ della scrittura concettuale, non siano – tutti – meccanismi nei quali o grazie ai quali rientra in campo in qualche modo quello che sembrava essere escluso dalle scritture che chiudono il Novecento (specie in Francia dagli anni Novanta) e aprono il XXI secolo, ossia l’espressionismo, con il suo carico di possibile enfasi. Non è implausibile. Nemmeno è insensato allora vedere – sempre in Francia – l’emergere di vari sentieri alternativi, se non opposti. A partire dalle posizioni testuali e critiche di Jean-Marie Gleize e della rivista «Nioques», come del gruppo di Questions Théoriques, ma prima ancora dal lavoro di uno degli autori che potremmo pensare alle origini di un cambio di paradigma, e che può essere considerato un maestro per più generazioni di ‘postpoeti’: Denis Roche. Una scrittura littérale, piana, non assertiva, è in posizione diametralmente opposta rispetto a qualsiasi ritorno a formule di tipo espressionista.

1.

Nell’aprile 2011 è uscita, per le edizioni Talete, grazie alla cura attenta di Luigi Magno, una raccolta di prose di Denis Roche intitolata Saggi di letteratura arrestata (Essais de littérature arrêtée), prima traduzione italiana di un’opera pubblicata nel 1981 in Francia da Ecbolade.

La postfazione di Luigi Magno è esemplare nel tracciare motivi e ragioni di una scrittura radicalmente oggettiva (tanto da suggerire al curatore un opportuno riferimento a Louis Zukofsky), antimetaforica, antilirica, per nulla ‘evocativa’, tantomeno poetica/poetizzante. Il lavoro testuale di Roche è decisamente sempre stato – e in questa sequenza di prose è – orientato entro (e inaugurale di) un solco di post-poesia, e di

realismo oggettivante (o [...] ‘reelismo’, come propone di chiamarlo Jean-Marie Gleize). Questa categoria estetica si pone come antitetica a tutti i Realismi che la letteratura e l’arte hanno conosciuto. Per semplificare si potrebbe opporre alla grande tradizione Realista, che ricrea il reale nella finzione, quella tendenza nell’estetica che fabbrica finzioni sugli aspetti documentali e più direttamente legati al reale (notazione epifenomenica, constatazione, rapporto documentario, annotazione dell’ordinario).

(p. 52 della postfazione: Prose constative)

Seguendo il suggerimento di Magno e incamminandoci sulla linea documentale (e di appressamento alla o identificazione con la forma «journal», «diario») di una parte consistente di scrittura di ricerca che attraversa la seconda metà del Novecento, nelle aree francofona, anglofona e anche italiana, potremmo citare le annotazioni che Gleize stesso dedica ad un testo capitale di Francis Ponge, Nioque de l’avant-printemps (tr. it. Benway Series, 2013, p. 14):

[con Nioque siamo di fronte al] passaggio dalla scrittura monumentale (“poematica”) alla decisione in favore del documentale (una scrittura datata e localizzata), a una proematica generalizzata, a una scrittura di annotazioni, a una scrittura teorica corsiva, “imperfetta”, ripresa e rammendata. In una parola, questo libro e questa categoria di «nioque» costituiscono una specie di programma aperto per quanti si pongono il compito di “uscire” in maniera permanente e di esplorare un dopo-la-poesia che utilizzi tutti i mezzi della “prosa in prosa (in prose)”, oltre ogni pretesa estetica e puntando al contrario ad alcuni effetti di conoscenza del mondo, del «mistero ambiente», come diceva Ponge, o più immediatamente alcuni contesti “schermali” (pochissimo misteriosi ma molto asfissianti) che costituiscono una parte della nostra attuale “realtà”. Sarebbe, questo, [...] uno dei modi per “tener conto” dell’intervento di Francis Ponge nella storia della poesia francese, uno dei modi per dire che non è affatto pensabile fare come se non ci fosse mai passato.

D’altro canto è proprio Gleize a istituire il nesso:

avec les proses des Essais de littérature arrêtée [...Denis Roche] adopte une attitude strictement, très strictement notative et neutre de circonstances micro-évenementielles, enregistrement de l’infra-ordinaire, du factuel, ne cherchant jamais ni à faire “vibrer” l’expérience, ni à l’interroger, l’interpréter. Où l’on retrouve le journal, le mode pongien du carnet journalier, de l’écriture dite “documentaire”

J.-M. Gleize, Sorties, Questions théoriques, 2009, p. 97

Les Essais [...] seraient la forme de la non-forme, celle du journal: arrêt sur image, platitude notative, descriptive-notative, la prose réduite à son degré zéro. Aucun commentaire, aucune reprise réflexive ou méditative [...]

Ivi, p. 110

Questa linea potrebbe tenere insieme scritture nate al nascere di Nioque (gli anni che portano al 1967 della prima uscita in rivista), e prima, e ovviamente dopo. Seguendo un estro/gusto del tutto soggettivo cito qui soltanto il brevissimo La rue Villin, di Perec (osservazioni in prosa datate 1969, 1970, 1971, uscite in «L’Humanité» nel 1977, poi ne L’infra-ordinaire, 1989), e il Journal di Alix Cléo Roubaud (compreso nell’arco di date 1979-1983, e pubblicato da Seuil – nella collana Fiction & Cie curata da Roche stesso – nel 1984). Ma in particolare azzarderei la citazione dei tre testi raccolti da Amelia Rosselli sotto il titolo complessivo di Diario ottuso: ossia Prime prose italiane (1954), Nota (1967-68, e pubblicata in rivista, scrive l’autrice, «nei tardi anni Settanta») e Diario ottuso (1968). Di questi, solo Nota è costituita da brani che recano ciascuno la data di scrittura, in intestazione, abbracciando così in pieno la forma diario. In ogni caso, il mood formale dell’intera raccolta di prose rosselliane parrebbe singolarmente vicina a quanto elaborato negli anni Sessanta da Ponge (e da Roche, poi). Su Rosselli sarà il caso di tornare altrove, in questa direzione.

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2.

Spostando daccapo il fuoco su Roche, sugli Essais, e leggendo l’interpretazione che Magno dà del primo brano, in cui Roche descrive una falena grigia che cade in un catino di ferro pieno di «ceneri grigie» (p. 2), non si può non concordare con l’idea che questa immagine – di grigio su grigio – in qualche modo funzioni da segnale indicatore, e traccia metapoetica, proprio in incipit di libro, a dire che ogni sbalzo, rilievo, picco retorico, è dall’autore radicalmente azzerato, in modo da ottenere una prosa che non tenta di vendere al lettore un ‘poetico’, un materiale connotativo, una collezione di picchi retorici. Il libro di Roche, al contrario, si industria di continuare (e il processo dura da decenni) a seppellire la “poesia” – o meglio quella forma esausta di assertività che il mainstream tutt’ora pensa di poter chiamare con quel nome.

Ma scorrendo il testo intero, si scopre un’altra accezione, o forse piegatura, complicazione, del motivo centrale di questo seppellimento, di questa presa di distanza dalla poesia intesa come “letterarietà”, asserzione, facile preorientamento (narcisistico) del feedback del lettore.

Si scopre cioè che l’intero testo è costituito sì da ‘fotografie testuali’ (e nominazioni di fotografie in senso stretto) come scene/momenti arrestati, e sì dall’idea stessa di fotografia come arresto (iterato), ma anche da eventi e vicende e momenti specifici oggettivamente interrotti, bloccati. Uno spazio particolare (e una spia peculiare che indica l’interdizione di ogni abbandono all’erotismo della bella vicenda, della bella frase, dello stile ‘poetizzante’) è dato alle annotazioni di carattere sessuale, ai rapporti sessuali.

I Saggi di letteratura arrestata sono dodici. Dei dodici, cinque raccontano di uno o più rapporti sessuali; un sesto brano potrebbe avere una possibile tenue velatura erotica. Delle cinque franche occorrenze di rapporto erotico, quattro sono esempi palesi di rapporto interrotto. Ecco, dunque, la scrittura arrestata: fermata sulla soglia di un “gioire” testuale facile/semplificante.

§

«6 settembre 1980 (sabato). [...] trovo una piccola farfalla notturna grigia, ben spiegata, dalle larghe antenne lanceolate. Si muove un po’, non molto. La metto sul palmo della mano e la lascio cadere fuori. Sullo sfondo verde degli alberi e rosso della grande facciata di mattoni del palazzo di fronte, nell’aria calma e tiepida, la guardo atterrare in volo planato, mentre vira lentamente tracciando cerchi semplici. Cade nel vecchio catino di ferro, residuo di quel che fu probabilmente, in altri tempi, una carriola e che serve da barbecue agli operai durante la settimana per far grigliare le costate di pecora. Lascio aperta la finestra e, calata la notte, penso alle ceneri grigie nella carriola e alla farfalla grigia posata sopra [...]»

Saggi di letteratura arrestata, p. 2

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2 Risposte a Gioco (e) radar, # 11 – Interruzioni / arresti [Due note sui Saggi di letteratura arrestata (Essais de littérature arrêtée) di Denis Roche]

  1. sergio falcone scrive:

    Fondamentale, per le sorti del genere umano.

  2. […] – Gioco (e) radar #11: Interruzioni / arresti [Due note sui Saggi di letteratura arrestata (Essais de littérature arrêtée) di Denis Roche], 29 mar. 2015: https://www.alfabeta2.it/2015/03/29/gioco-e-radar-11-interruzioni-arresti-due-note-sui-saggi-di-lette… […]

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