Intervista di Ginevra Bria ad Adelina von Fürstenberg curatrice del Padiglione armeno

Che significato trasmette la ricorrenza del Genocidio all’interno di una delle rassegne più globali dedicate all’arte contemporanea?

L’Istituzione Biennale è da sempre uno specchio del proprio Tempo e la LVI cade esattamente nel 2015, anno coincidente con il centenario della commemorazione del Genocidi, la ricorrenza acquista un significato più intenso, profondo perché onorata all’interno delle mura del Monastero di San Lazzaro. Gli artisti armeni della Diaspora, chiamati a rappresentare l’Armenia in un contesto internazionale, hanno diverse nazionalità ed esperienze acquisite. Per loro, l’appartenenza si trasforma in un legame ad un paradiso perduto, territorio che non collima mai con quello in cui vivono. Questo scarto fa si che gli artisti possano rappresentare la loro propria conoscenza e coscienza, da sempre considerabili come domini interiori, attraverso nozioni assolute; valori che creano analogie e sentimenti simili, condivisi all’interno di una medesima comunità. Ogni artista della Diaspora, che interpreta il proprio vissuto e i propri sentiti dire, sublima il mondo contemporaneo in cui vive, anche attraverso il sapere della cultura appartenente alla nazione di residenza. Creando, dunque, tra i due territori di riferimento, una dicotomia risolta. Un’unione delle due ricollocazioni.”

“Arménité” – titolo della mostra - si presenta infatti come un luogo che nel sovrapporsi alle regioni geografico-fisiche automaticamente si identifica con il racconto puntuale ed esperienziale di un altrove. Terra universale delle proprie origini. L'incontro collettivo, tra i diversi tessuti narrativi e formali, presuppone non solo una condizione spaziale, ma anche una sensibilità comparabile che permette agli artisti armeni di ri-conoscere la propria terra come un lascito familiare immateriale, da sempre compreso. Inoltre l’estetica legata alla Diaspora armena oltrepassa necessariamente il pensiero binario di argini contingenti e di categorie, collocando la propria cultura visuale in determinate terres du milieu, rilevando emergenze interstiziali nelle quali re-interpretare il presente.

Nonostante gli artisti della Diaspora possano essere libanesi, americani, francesi oppure italiani, e appartengano a diverse generazioni, sono e restano armeni. La loro nazionalità non può prescindere né dalle connotazioni delle loro origini né dalle denotazioni del paese in cui vivono. La loro “Arménité” diventa una testimonianza paradigmatica per la contemporaneità, ricordando come un tempo emigrati in condizioni difficilissime, si siano adattati e re-integrati edificando la propria vita. Un modello per tutte le nazioni.

5. GABRI & ANASTAS Even before the gates of Aleppo they were allowed no rest 2014 (500x350)

Rene Gabri&Ayreen Anastas, Even before the gates of Aleppo they were allowed no rest (2014) Courtesy the artists

Tra de-territorializzazione e ri-territorializzazione, se intere entità sociali, nei prossimi secoli, devono ricominciare a convivere all’interno di un contesto costruttivo, diventa imperativo che si inizi a comprendere, anche attraverso “Arménité”, come questi cambiamenti stiano modificando le molteplici cartografie culturali e le diverse produzioni artistiche, per evitare una lettura superficiale di ogni presenza nel mondo. Ma come, all’interno dello statuto dell’arte, gli artisti armeni della Diaspora operano con la memoria e rappresentano la loro appartenenza? Quali tipologie di identità, ibride e in conflitto, vengono riconciliate attraverso le loro pratiche? Quali racconti, dunque, le loro opere trasmettono, relativamente al momento transnazionale corrente? E a partire da quale luogo possono essere formulate alcune risposte?

Ogni artista armeno della Diaspora si manifesta interiormente e individualmente simile a un assemblage di diverse culture. In maniera analoga, una wunderkammer rende manifesti e raccoglie oggetti diversissimi tra loro, senza accumularli mai. Di riflesso, anche il Monastero in sé è una secolare camera delle meraviglie, fin dal 1717, anno in cui, il Lazzaretto preesistente è stato ristrutturato da Mekhitar e adibito a luogo di preghiera, nonché di trasmissione di sapere e di conservazione di manoscritti sacri. Era uso della cultura dell’epoca che i grandi mercanti offrissero in dono all’Ordine non solo oggetti provenienti dai loro viaggi, ma anche manoscritti e libri rari e pregiati.

7. GIANIKIAN & RICCI LUCCHI Il Pesce d'Oro 2012 (365x500)

Yervant Gianikian & Angela Ricci Lucchi, Il Pesce d’Oro
detail from Rotolo Armeno (2012)
Courtesy the artists

Il museo del Monastero possiede una foltissima collezione di volumi antichi, raccolta che sull’isola, da quasi trecento anni, caratterizza e indirizza l’intera missione dei monaci di San Lazzaro. Era il Libro, infatti, la modalità privilegiata di conservazione e trasmissione della cultura armena. Nella mostra le opere de Nigole Bezjian sul poeta Daniel Varujan; oppure il lavoro di Rene Gabri e Ayreen Anastas si rapportano ai volumi del monastero, volumi che sono la testimonianza scritta della Medz Yegern (the great calamity), iscrivendosi in perfetto agio con la cornice monastica e diventando parte di essa. Rivelando una sorta di mimesi senza opposizioni, presenza che opera secondo diversi registri, sovrapposizioni senza alcun nascondimento, nel riflettere il contrassegno individuale di ogni armeno.

“Arménité” riunisce artisti di diverse generazioni coprendo l’arco di quarant’anni. I primi vivono nell’arte un’esperienza intersoggettiva, mentre, diversamente, artisti come Yervant Gianikian&Angela Ricci Lucchi, Anna Boghiguian, e Sarkis appartengono formalmente e formativamente ad un periodo storico di contestazione, legato alla fine degli anni Sessanta, che viene, nel tempo, trasformato in arte. Infatti, autori pressoché coevi come Gegisian si rispecchiano aderendo al Paese delle loro origini e analizzandone la conformità della sua indipendenza; per gli artisti delle generazioni precedenti, invece, l’Armenia, negli anni Sessanta, in qualità di stato indipendente non esisteva, ma veniva identificata come una Repubblica Sovietica. Il percorso riunisce, inoltre, accanto ad artisti ancora più giovani, quali Aivazian. fra gli altri, i lavori di Nina Katchadourian, artista americana che recupera i trascorsi familiari delle proprie origini acquisendo il moto parabolico di un ritorno; e di Hera Büyüktasçıyan che vive in Turchia, nella piena consapevolezza di una cronaca familiare e di una memoria personale. Ecco dunque affiorare ogni identità.

“Arménité” viene rappresentata da un insieme di persone dalle identità mai esattamente legate, combacianti le une alle altre, perché ciascuna di esse porta con sé la propria auto-definizione. Ognuno di loro è disgiunto, molteplice e ugualmente parte di una sola entità, che pone in comune il passato, il modo di riflettere e, allo stesso tempo, il loro essere cittadini del mondo. A testimonianza di questo vi è l’utilizzo molteplice, seppure uniforme, di supporti e materiali spesso deperibili, effimeri, dal basso peso specifico, fatti per produrre segni, per essere rimossi e protetti velocemente; materiali scelti anche per consustanziare “Arménité” e una correlata cultura del cambiamento. Büyüktasçıyan, ad esempio, rielabora gli stampi tipografici dei caratteri delle lettere dell’alfabeto armeno; Bezjian, invece, compie una ricerca approfondita su poeta Daniel Varujan, uno dei primi intellettuali assassinati nel 1915, attraverso un suo poema pubblicato su un giornale dell’epoca. Materiali archiviati che riportano l’esistenza di una civilizzazione annichilita, attraverso una responsabilizzazione del visitatore in quanto nuovo portatore di un resoconto.

6b. GEGISIAN A Small Guide to the Invisible Seas 2015 - Double Spread (500x318)

Aikaterini Gegisian, A Small Guide to the Invisible Seas (2015) © Aikaterini Gegisian
Courtesy Kalfayan Galleries, Athens/Thessaloniki.

Con “Arménité” il tempo non si profila come una cornice d’aggiunta della vita armena, ma tramuta nell’ethos tramite il quale ogni artista, proiettandosi positivamente nella contemporaneità, offre il senso di un’esistenza universale (Mekhitar Garabedian). I tragitti di questi artisti attraverso le frontiere della storia (Sarkis), avvalendosi del beneficio del dubbio, diffidano di chiunque abbia dichiarato di possedere forme assolute di conoscenza e prendono con sospetto spiegazioni totalizzanti, nonché sistemi di pensiero che diano ad intendere una pretesa completezza. Gli artisti di “Arménité” rifuggono qualsiasi lettura di un senso della perdita attraverso la nostalgia (Aram Jibilian): in loro il passato-presente diventa parte della necessità, non della mancanza del vivere. Inoltre, lo sviluppo liminale della loro cultura richiede un incontro con la scoperta che non è parte del continuum di passato e presente, ma che comunque crea un senso del Nuovo come un atto in rivolta di una traduzione culturale (Yervant Gianikian). Di conseguenza, gli artisti di “Arménité” imparano che da ogni realtà risulta un comprensorio di artefatti (Melik Ohanian), in cui non esiste nulla fino a che non sia reso rappresentabile, e che come ogni altro artefatto il Reale possa essere realizzato bene o male, oppure, ovviamente, che possa essere disfatto. Tu come vivi personalmente la tua Armenità?

Sono nata ad Istanbul e ho vissuto in quella città un’infanzia preservata e molto felice, fino ai dieci anni. Quando poi mi sono trasferita con i miei genitori in Europa, durante la mia adolescenza, ho messo da parte la storia delle mie origini per vivere la quotidianità del paese in cui ho cominciato a crescere. La mia contemporaneità era ormai diventata europea. Poi, con gli anni, attraverso un percorso di evoluzione personale compiuto grazie all’arte, ho rinforzato la mia armenità e, mi sono aperta alle altre culture. Sono stati proprio due artisti italiani, a risvegliare e far riscoprire, per la prima volta, il mio essere armeno-nel-mondo. Alighiero Boetti quando mi raccontava del suo antenato, monaco domenicano dalla vita avventurosa, avo che dal 1769 fu missionario prima a Mossul poi in Armenia.

5b. GABRI E ANASTAS This State is sinking (334x500)

Rene Gabri&Ayreen Anastas, This State is Sinking (2015) Courtesy the artists

E Gino De Dominicis, che proiettava il proprio alter ego nella terra delle mie origini, ma anche nella civiltà sumera e nella figura di Gilgamesh, re che era tale non per essere guerriero, ma per essere artista, che aveva trovato l’antidoto alla morte. Entrambi sono approdati nel 1993, proprio sull'isola di San Lazzaro, durante la XLV Biennale di Venezia, per la mostra “Trésors de voyage” che curai quell’anno. Piu tardi, rinforzata da questo specifico iter di formazione, sono potuta partire per l’Armenia e scoprire una patria che non apparteneva più solo alla mia sfera privata e familiare, ma che faceva riferimento diretto alle mie vere origini, alla mia Arménitè. Mi auguro che, attraverso quest’esperienza della Biennale 2015, esistere attraverso l’Armenia e non esistere solo attraverso-il-mondo, significhi per le nuove generazioni ritrovare una stabilità comune all’interno di un solo terreno del riconoscimento. Che ogni artista diventi un mezzo, un’apertura, attraverso cui il senso dell'essere-armeno si manifesti.

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