Andrea Cortellessa

Vent’anni fa, da Einaudi (ma non, si noti, in una paludata collana saggistica, bensì in una serie, «Contemporanea», nella quale a Gadamer e Habermas s’erano affiancati, per dire, Malattia come metafora di Susan Sontag, La verità della poesia di Paul Celan e Attraverso Pasolini di Franco Fortini; e a Sex appeal dell’inorganico di Mario Perniola erano seguiti autori come Dürrenmatt e Solženicyn…negli anni seguenti sopraggiungeranno Luciano Gallino e Aldo Bonomi insieme a Peter Handke o Emilio Tadini…), usciva Homo sacer. Il potere sovrano e la nuda vita.

S’impiantava così un grandioso cantiere filosofico al quale Giorgio Agamben, negli anni seguenti, attenderà con febbrile entusiasmo: di volta in volta attirandovi saggi brevi, magari originariamente elaborati in tempi alquanto distanti (come l’ultimo Stasis), oppure grandi (ri)costruzioni storico-archeologiche (come Il regno e la gloria), se non volumi compositi anche al proprio interno, con sezioni risalenti a fasi diverse (come L’uso dei corpi): tutti alla stessa stregua contrassegnati, però, dall’etichetta Homo sacer seguita da un’indicazione ordinale (IV, 2 per L’uso dei corpi, II, 2 per Stasis) che provvede a rinviare a un’ideale sistemazione complessiva del ciclo, sì, ma nel frattempo ostenta un assoluto non cale per la dispersione editoriale (per lo più Bollati Boringhieri e Neri Pozza, ma anche Laterza e appunto Einaudi, si sono negli anni suddivisi il compito di pubblicare le varie sezioni del ciclo) nonché per la pressoché labirintica sfasatura anacronica così introdotta nell’«edificio» alla cui edificazione, in teoria, il cantiere sarebbe ordinato.

In qualche modo, dunque, Agamben propone ai suoi lettori – i quali, proprio a partire dalla «svolta» contrassegnata dal libro del ’95, sono divenuti in tutto il mondo legioni – di trattare il suo corpus al modo stesso in cui lui, col metodo «archeologico» desunto da Foucault (si veda Signatura rerum, Bollati Boringhieri 2008), tratta il patrimonio o – diciamo meglio, allora – il deposito del pensiero occidentale…

È un fatto che il cantiere di Homo sacer, una volta dichiarato chiuso con L’uso dei corpi, si sia immediatamente riaperto con Stasis. D’altra parte ci aveva avvisato, il filosofo, nell’Avvertenza che apre il volume presentato come ultimo: «Coloro che hanno letto e compreso le parti precedenti di quest’opera sapranno che non devono aspettarsi né un nuovo inizio né tanto meno una conclusione». Perché quella di cui si parla è «una ricerca che, come ogni opera di poesia e di pensiero, non può essere conclusa, ma solo abbandonata (e, eventualmente, continuata da altri)».

Non potrà allora sorprendere come tutto meno che una celebrazione monumentalizzante sia quella che collaboratori alfabetici di tre diverse generazioni hanno inteso riservare ai due ultimi titoli, in ordine di apparizione, di Homo sacer. Mostrando di voler mettere mano, al contrario, a quel lavoro di continuazione che – è facile prevedere – terrà occupato, chi pensa, per lungo tempo a venire.

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Una Risposta a Cantiere Agamben

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