Ilaria Bussoni

A poco più di un mese dall’apertura della più grande chiamata al lavoro gratuito forse mai fatta in Italia, l’appello ai volontari di Milano Expo 2015, nella stessa città si inaugura Book Pride, fiera dell’editoria indipendente. Che tra i fili rossi della sua programmazione rivolta alla differenza (editoriale e non solo) ha anche quello di una riflessione sul lavoro nell’economia culturale della crisi. Diversamente da altre fiere di settore Book Pride sceglie, dunque, di organizzare non tanto incontri «professionali», tra aziende e professionisti, quanto la strada di un confronto tra le diverse forme di essere al lavoro oggi, di vivere il lavoro culturale, nelle sue forme economiche e non solo. Un atelier delle professioni della filiera del libro.

Già non sfuggiva al documento inaugurale dell’Osservatorio degli Editori Indipendenti Odei, che promuove l’evento milanese, l’autodenuncia dell’estrema precarietà dei diversi impiegati nel segmento della produzione editoriale, di quel corpo vivo del lavoro di conoscenza che legge, corregge, impagina, colora, promuove, traduce, riscrive, socializza, propone, pubblicizza e che fa esistere gli annuali 60.000 libri date alle stampe in Italia. Provava quel Manifesto a spiegare che occorreva allargare lo sguardo, andando oltre i singoli segmenti degli addetti e osservando il tutto di una filiera chiamata «ecosistema del libro», abitata sì da lavoratori ma soprattutto da «viventi».

Perché dopo trent’anni di frammentazione del lavoro e delle professioni (nonché dei relativi diritti e garanzie sociali), di lavoro autonomo e partite Iva, nel capitalismo culturale e non solo, è diventato difficile scindere tra chi mette al lavoro e chi è messo al lavoro, impiegante e impiegato, sfruttatore e sfruttato e, certo, autosfruttato. Senza negare la realtà di un fatto (che di lavoro nell’editoria indipendente non si vive benissimo), Odei provava anzitutto a farsi una domanda: perché? Azzardando alcune risposte.

Anzitutto perché in un arco temporale simile a quello in cui il lavoro si sparpagliava tra microimprese, fino a coincidere con una carta d’identità, le case editrici indipendenti (a loro volta microimprese) diventavano, insieme al resto del lavoro, più povere. Cioè perdevano il 20% dei ricavi sul prezzo fisso di copertina, che finiva disperso nei diversi passaggi della filiera commerciale. In particolare, arenato tra librerie di catena e distribuzioni, che infatti tra loro si fondevano per poter presidiare il margine conquistato. Finiva dunque, pensiamo, a nutrire l’incremento dei dividendi annuali degli azionisti dei grandi gruppi, quello che l’economista Frédéric Lordon chiama la «stretta azionaria» e che ha portato in un ventennio a dismettere molte imprese produttive ma non abbastanza.

Poi perché l’ecosistema del libro viveva non in un equilibrio perfetto di mercato, bensì tendeva a una concentrazione verticale che scatenava la concorrenza non tra i libri meglio scritti o più belli, ma tra librerie per accedere a uno sconto maggiore, tra editori più grandi per occupare la più estesa superficie di banchi e scaffali. E a farne le spese erano gli editori e le librerie indipendenti, che restavano privi di leve per trattare condizioni commerciali e distributive diverse.

L’occhiata più estesa, che è stato fin dall’inizio il punto di vista dell’Osservatorio Odei, serviva a dire che quanto accade nell’editoria libraria non è estraneo a fenomeni di concentrazione di altri settori produttivi. Tra agro-alimentare ed editoria non ci sono notevoli differenze. Serviva poi a puntare il dito su un dispositivo al quale la governance del neoliberismo ci ha ormai abituato: la corsa al ribasso sui guadagni di chi produce, una retorica della concorrenza che favorirebbe i consumatori e che invece si trasforma nel continuo ricatto dell’anello successivo più debole. Una lunga catena di erosione dei redditi via via discendente che non ha risparmiato nessuno: editori e lavoro editoriale in primis, ma anche fornitori e tipografi.

Il lavoro culturale vive in pieno questo scenario, nell’ambivalenza tra catene del ricatto che somigliano più a un dispositivo che al risultato di una mente avida e intenzionale e l’amore per quello stesso lavoro. Aver scelto di essere editori, redattori, traduttori e persino tipografi per la passione di farlo. Trovandosi oggi alle prese con la precarietà, con l’assenza di protezioni sociali che consentano di sottrarsi a un mero dato di fatto, alle prese con il lavoro gratuito: la nuova frontiera del salario del lavoro di conoscenza, cioè zero.

La programmazione «Atelier» che si terrà a Book Pride serve a proseguire una riflessione su questo. Anzitutto a partire dall’ostinazione di quel lavoro editoriale, di tutto il lavoro a prescindere dalle forme giuridiche in cui esso si incarna, ispirato a un lavoro di «cura». È questa la parola che forse più di tutte accomuna i diversi protagonisti del lavoro editoriale: la cura di un redattore che non ce la fa a non tornare sui refusi anche se sono le due di notte; la cura di un traduttore che non si esime dalla propria capacità linguistica benché pagato 0,000025 euro a battuta; la cura di un tipografo che farà i salti mortali per stampare decentemente un libro in poche ore; la cura di un editore che può essere a sua volta redattore e traduttore e persino tipografo; la cura di un giornalista che scriverà un pezzo di cultura benché non iscritto all’ordine.

Che una delle parole più note del gergo editoriale possa dirci qualcosa di nuovo sulla resistenza alla serializzazione, alla catena di montaggio della produzione editoriale, al just in time della rotazione delle novità? Che sia dalla «cura», dall’attenzione e la passione per un’attività che ci impiega, che può aprirsi un cammino capace di dare un valore diverso dallo zero al nostro lavoro? Forse per la «cura» passa la strada di uscita dall’industria culturale. Con Acta, rete Re.Re.Pre, Strade e Odei a Book Pride si cercherà di capirlo. Un atelier delle professioni, per un vivibile ecosistema del libro.

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