Angelo Guglielmi

Leggo e recensisco per la prima volta uno scrittore nato in una Europa lontana, la Norvegia. Io, invero, in Norvegia una volta ci ero capitato per visitare i fiordi. Ma non ricordo quasi nulla se non il mare allo stesso livello dei monti coperti di neve, e a Oslo in una piazza, il pomeriggio che arrivai, il gioco pubblico di lanciarsi da altezze sempre più alte (a partire dai dieci metri) nel vuoto, legati a una corda. E ora questo romanzo (La morte del padre) di Karl Ove Knausgard, nato a Oslo nel 1968.

Certo i paesaggi e la natura sono diversi da quelli che qui (nell'Europa del centro sud) ci sono familiare – lì (nel romanzo) hai la sensazione come di un Paese che si arrampica dovendo superare ostacoli continui di montagne (più alte e meno alte), di boschi, di neve, di mari a picco, di laghi e stagni, ma l’umanità, e anche la società sono (come è ovvio) le stesse alle quali qui apparteniamo. Gli stessi giovani, la scuola, le ragazze, gli amori, il cinema, le discoteche, la chitarra, i dischi (con band e star di origine anglosassone) e, caratteristica nazionale, tanta musica classica. In più maggiore silenzio, rotto (all’improvviso) da rumorosissimi boati.

Protagonista del romanzo è l’autore Karl Ove, ma come accade nei romanzi autobiografici, i protagonisti sono più di uno, in aggiunta, il padre, il fratello Yngve, la nonna paterna... Al centro del romanzo il padre morto e la preparazione dei funerali. Ovviamente (o non ovviamente) le informazioni sul protagonista-autore ci vengono fornite da lui stesso a cominciare da quando aveva solo otto anni. Ma è già lì che si manifestano i tratti che decidono della sua vita di adulto. Karl Ove, appunto appena ottenne, davanti alla televisione che riferisce l’inabissamento di un peschereccio e la morte del pescatore, vede, nel punto in cui il peschereccio è affondato, tremolare la forma di un volto: sgomento corre dal padre, che in quel momento sta con una mazza frantumando l’angolo roccioso del giardino, e gli racconta quel che ha visto; il padre di rimando con ironia: forse era il volt di Cristo (implicitamente sfottendolo di avere scelto a scuola di stare tra i cristiani).

Dunque Karl Ove fin da piccolo è ossessionato dalle apparizioni, dalla forma in cui si manifestano. E anche dalla morte. L’avvertimento di qualcosa di imprendibile è già presente in lui. E sempre in questa direzione in Karl Ove vi é un altro tratto - che con gli anni e la crescita diventa sempre più evidente - la facilità alle lacrime. All’improvviso le lacrime gli salgono a rigare le guance. Senza un motivo razionale o tale da giustificarle, si spalanca nel sistema della sua gola come una sacca in cui irrompono onde non controllate di sensazioni (e sentimenti) che gli sollecitano il pianto e i singhiozzi. E l’inconveniente – così scomodo perché non riesce a nasconderlo a chi in quel momento gli è vicino - gli è qualche volta d’aiuto “come quando vomitare serve per combattere la nausea”. Certo piange al ricordo del padre morto “ma non solo a causa del padre”.

Scoppia in lacrime davanti a un quadro di Constable, dove quel ricciolo di nuvole più scure e più bianche, lassù in alto, che rotolano a perdersi, attiva in lui una commozione incontenibile (cui non sa resistere). Una commozione non legata alla qualità del dipinto. “Potevo rimanere freddo davanti a quindici dipinti di Monet e percepire un calore improvviso diffondersi nel corpo davanti a un impressionista finlandese che poche persone al di fuori della Fimlandia hanno sentito nominare”. Più in generale quel calore – confessa - lo afferrava davanti a dipinti in cui fossero presenti riferimenti alla realtà quotidiana, tuttavia avvolti in una atmosfere trascinante verso “l’inesauribile” e “l’inesprimibile”.

Così Karl Ove, che da grande scrive romanzi, sa che la coerenza non è la regola che governa la realtà, che piuttosto è una presenza caotica ed è per altre strade che acquista identità. “Scrivere significa portare alla luce l’inesistente facendolo emergere dalle ombre di quel che sappiamo. La scrittura è questo. Non quello che vi succede, non gli avvenimenti che vi si svolgono, ma , in se stessa. Lì risiede il luogo e l’obbiettivo delle scrivere..”. E dopo qualche pagina: “...più volte avevo cercato di scrivere di mio padre, ma senza riuscirci, sicuramente perché tutto questo era troppo vicino alla mia vita e quindi non era facile costringerlo in un’altra forma che invece costituisce il presupposto base della letteratura. È la sua unica legge: tutto deve piegarsi alla forma. Se qualcuno degli altri elementi letterari è più forte della forma, per esempio lo stile, l’intreccio o il tema, scavalca l’importanza della forma, il risultato sarà debole”.

Ora Karl Ove sa cosa significa scrivere e può affrontare il romanzo sul padre. In verità già ne aveva già scritto uno (che era stato il suo esordio di scrittore) e questo (di cui stiamo parlando) forse è addirittura il terzo. Si compone di due parti, della prima abbiamo appena detto, questa seconda che inizia a pag 221 riguarda la morte del padre. In realtà il padre è già morto , così questa parte del romanzo sarà l’occasione per ricordare.

E i ricordi sono immateriali, abitano nella mente distendendo una trama di immagini sfuggenti, un intreccio di dettagli contraddittori tra sentimento e giudizio. E questa è “la forma” in cui l’autore (utilizzando le sue stesse parole) “ha piegato” il padre, cancellandolo dal romanzo e trasferendolo in una presenza lontana. E al suo posto ha installano quasi trecento pagine di parole che certo raccontano storie che più che per le informazioni che forniscono sono colte dal lettore per il loro diffuso risuono. Una sonorità bassa e quieta.

Karl Ove ha convissuto con il padre per tutti gli anni dell’infanzia e della prima adolescenza Vivere tete à tete con il padre è sommamente ingombrante tanto più se è malinconico e silenzioso. Karl Ove non lo amava e aspettava con ansia di liberarsene. Aveva un rapporto di grande amicizia con il fratello Ymgve che viveva in un altra città nella quale, un po’ più grande, lo raggiunge per frequentare l’università. Qui i due fratelli si distinguono per l’intelligenza e l’intraprendenza. Collaborano al giornalino degli studenti con recensioni di libri (in particolare Karl), di film, di dischi e di rassegne d’arte, e organizzan incontri e interviste in particolare (i due fratelli insieme) con i due maggiori scrittori del Paese. Il successo li esalta e forse lì decidono, Karl di fare lo scrittore, e Yngve di aprire uno studio di grafica. Del padre non parlano mai se non per ricordarne la solitudine e l’infelicità alla quale, nel tentativo di sfuggire, aveva aggiunto nuova disperazione e dolore. Sanno che ha una nuova moglie umiliandosi per esserle a pari. Cosi accelera la corsa verso il disfacimento. L’ultima informazione è di un amico di Yngve che passando in macchina, lo vede sbracato ed evidentemente ubriaco seduto su una panchina del parco.

Quando ricevono, tra desiderio e attesa, la notizia della sua morte, non si sorprendono. Si mettono in viaggio per seppellirlo... Di qui il romanzo si tende in una sonorità sempre più concitata. Karl Ove viene ripreso, ma con intensità e frequenza ravvicinata, dal suo inconveniente di sempre. Pianto e singhiozzi invadono la macchina che li sta portando dal padre morto. Yngve al suo fianco finge di non accorgersi delle rumorose lacrime. Finalmente raggiungono la casa della nonna dove il padre negli ultimi anni si è ritirato a vivere con la madre. E qui il lettore assiste alla più straordinaria messa in scena della morte intesa come distruzione e annullamento.

La casa è arrampicata su un terreno in salita Appena ne arrivano in vista, i due fratelli rimangono sgomenti: i muri della facciata anneriti e screpolati, le grondaie penzolanti, i vetri delle finestre opachi di sporco, il giardino, una volta ridente di fiori, ora invaso da erbe alte l’altezza di un bambino; entrano per la porta che trovano aperta (quasi divelta) e vengono assaliti da un terribile puzzo di marcio e di escrementi, biancheria lercia sparsa dappertutto e dappertutto bottiglie vuote o per metà piene... in cucina, ingombra di pile di piatti sporchi e resti di cibo andati a male, trovano la nonna attonita, il capo chino seduta davanti alla finestra, scarmigliata e con indosso un vestitino sdrucito che odora di piscio. La puzza nauseante e l’accumulo di immagini di sporcizia e di rovine concorrono a innalzare come un monumento alla morte.

A questo punto Karl Ove si ribella e decide, con l’aiuto del fratello, di lavorare con scope, saponi, detersivi, acidi, smacchiatori ecc. per strappare da ogni parete, scala, angolo e mobile, la lordura, e restituire la casa al suo precedente naturale stato di decenza. E che i funerali saranno celebrati in chiesa (nonostante la miscredenza del padre), e la successiva “festa” con i partecipanti proprio in casa, sì, finalmente profumato e linda. Karl Ove vuole uccidere la morte, abbatterne il monumento e al suo posto reintegrare la presenza della vita. E certo riesce nell’impresa, ma non trova (o evita?) il tempo per rendersi conto che quando dopo l’immane fatica di oltre tre giorni (raccogliendo centinaia e centinaia di bottiglie di birra molte ancora mezze piene e asciugando pavimenti divani tende e poltrone del contenuto versato), la sera del terzo giorno si rinfrancano bevendo qualche bicchiere di birra e chiamano a partecipare anche la nonna… qui di colpo la povera vecchia rinsecchita e stordita (inaspettatamente) riacquista vivacità e vita… sì, torna viva ma come qualche giorno prima quando si ubriacava insieme al figlio fino a morirne.

Karl Ove Knausgard
La morte del padre
Feltrinelli (2015), pp. 505
€ 20.00

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