Marco Giovenale

Ampliando con pochi appunti la riflessione dello scorso articolo (https://www.alfabeta2.it/2015/03/15/gioco-e-radar-09-scritture-installative-prima-parte/), si potrebbe dire che c’è qualcosa nella stessa cultura diffusa, di massa, o nelle precondizioni di esistenza di tanti suoi fenomeni (molti dei quali tradotti in opere digitali), che ha evidenti affinità con un’idea installativa, eccedente, di arte e di testualità.

Non è possibile – si diceva in un intervento ancora precedente – abbracciare con una lettura in sequenza lineare piana (sia mentale sia a voce alta) tutti i personaggi di un frammento di opera come Il dramma della vita, di Valère Novarina. Ebbene: allo stesso modo, non è assolutamente possibile fruire in modo compiuto o lineare di un video come We Used to be Friends, somma e sovrapposizione di 236 episodi della nota sitcom, né tantomeno analizzare le sequenze folli ospitate dal canale YouTube Omni Verse: ad esempio i 554 episodi dei Simpsons montati in un unico video. A queste debordanti “summae” lo stesso «Independent» ha dedicato spazio (cfr. qui e qui).

Di fronte a We Used to be Friends o alle sovrapposizioni dei Simpsons o degli episodi di Futurama, si “deliba” l’intero come unità e addizione di particole inaffrontabili, schermi non scioglibili dal totale che appunto vanno a costituire. La totalità è esperibile in un unico colpo d’occhio, e allo stesso tempo si rivela tramata da microepisodi sui quali del tutto aleatoriamente e non sequenzialmente si concentra (male e per poco) l’attenzione. Il macrovideo è l’unione di numerosissimi microvideo, come – appunto – il testo di Novarina è fatto di singole piccole invenzioni nominali, ciascuna in sé godibile.

Il quadro d’insieme davvero disorienta, e le tessere musive in movimento (intellettuale e visivo) contribuiscono a metterci in crisi ma al contempo ci catturano. Non diversamente funzionano i testi di Jukka-Pekka Kervinen costituiti da numerosissime apposizioni, e – si direbbe – le cartoline di Mac Low menzionate a proposito di materiali elencativi.

Ci si affida così al totale – all’opera nel suo complesso – con uno spaventato e disarmato atteggiamento di accoglienza, come di fronte (paragone paradossale) a cifre e statistiche relative alla vita di una nazione intera: si rimane stupiti davanti a numeri colossali assai difficilmente scomponibili. Non si è in grado di esaminare minutamente ogni voce di bilancio.

È infine ovvio che una constatazione simile può aprire la strada a più di una critica verso queste forme di ricerca visiva e verbovisiva. Ognuno può intuire anzi allineare passi successivi. C’è però un’opera che per tanti aspetti varia o addirittura rovescia una parte del quadro tratteggiato fin qui, e rappresenta probabilmente uno dei più evidenti casi di arte politica (anche politica), ma non retorica, nell’ambito della logica installativa.

Il passaggio è costituito da Tristanoil, di Nanni Balestrini, video letteralmente interminabile (cioè di durata estendibile all’infinito, perciò impossibile da fruire in modo ‘compiuto’), con sequenze sempre nuove, che non si ripetono mai. Se molte delle scritture installative di altri autori, fin qui affrontate, rimangono nella logica del libro o del file che occupa uno spazio (pur debordante, enorme), al contrario è il tempo l’elemento eccedente nel “testo” (video) realizzato da Balestrini.

L’obiettivo dell’opera è evidente: criticare frontalmente, in modo non assertivo, la distruzione dell’ecosistema operata dallo sfruttamento delle fonti petrolifere. Altrettanto esplicito il legame con il precedente testo antinarrativo di Balestrini, Tristano (Feltrinelli 1964 e DeriveApprodi 2007), libro combinatorio/inarrivabile per definizione, in cui nessuna copia del volume è uguale a nessun’altra (come da progetto concepito appunto nel 1964 e attuato tecnicamente nel 2007): i suoi blocchi di testo si compongono aleatoriamente in maniera diversa da copia a copia stampata. Fin qui ne sono state pubblicate ‘solo’ alcune migliaia, di circa 109mila miliardi virtualmente possibili (per l’esattezza 109.027.350.432.000).

Se dal punto di vista formale Tristano sfugge a qualsiasi (gabbia di) lettura, eccedendo non solo il lettore ma la stessa forma libro nonché la macchina distributiva editoriale, Tristanoil mette in scacco sia una fruibilità integrale sia la colpevole distrazione con cui tutti noi occidentali affrontiamo anzi sottovalutiamo l’immenso (e davvero schiacciante) problema della crisi dell’ecosistema.

*

Ancora sui testi installativi (e in riferimento ad autori già citati):
https://slowforward.wordpress.com/2009/06/30/inst-txt/
https://slowforward.wordpress.com/2010/06/28/wall-of-text-stele-di-testo/
https://slowforward.wordpress.com/2013/10/05/wall-2010%E2%80%B3/

Su Tristanoil:
http://www.nannibalestrini.it/mostre/
http://www.madrenapoli.it/collezione/nanni-balestrini-tristanoil-2/
http://www.museomacro.org/it/nanni-balestrini-tristanoil

Tagged with →  
Share →

3 Risposte a Gioco (e) radar, # 10
Scritture installative [seconda parte]

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.

Iscriviti alle notizie da alfabeta2 e alfapiù

* = campo richiesto!

Archivi