Giso Amendola

Nel dicembre 2000, a Nizza, mentre s’approvava la Carta europea dei diritti, i movimenti europei si incontravano in controvertice. La Francia bloccò a Ventimiglia parte della carovana italiana: e così si vide chiaramente chi presidiava confini e frontiere, e chi provava ad attraversarle, a muoversi direttamente nello spazio postnazionale. I movimenti sociali transazionali rivendicavano una nuova cittadinanza europea, fondata sulla residenza, e un nuovo welfare incentrato sul reddito di base: si esprimeva così, in nuove forme, un’idea di Europa oltre e contro gli stati nazione, un modello di società solidale e cooperativa, una combinazione avanzata di uguaglianza e libertà. Questi movimenti erano espressioni di un europeismo forse eretico rispetto alle storie più o meno risapute dell’europeismo, figli selvaggi, e spesso difficilmente riconoscibili, e quasi mai riconosciuti, del Manifesto di Ventotene.

Questa corrente carsica quanto si vuole, ma continuamente capace di rimettere in gioco le geografie consolidate e di trasformare gli spazi dei conflitti sociali, è stata ora decisamente protagonista delle manifestazioni di Blockupy 2015 a Francoforte. Messaggio netto, inequivocabile: il rifiuto delle politiche di austerity sceglie come campo di azione lo spazio politico europeo. Anzi, i movimenti provano sempre più a europeizzare sia i contenuti programmatici che le proposte organizzative. Molto significativamente, per esempio, quest’anno le giornate di Francoforte hanno visto anche incontri sulla costruzione possibile dello sciopero sociale europeo, a partire dalle esperienze degli strikers italiani, che stanno da tempo sperimentando nuove modalità di organizzazione e di lotta, nuove modalità di sciopero praticabili dalle soggettività precarie contemporanee. Si è riaffacciato con forza un movimento postnazionale che è perfettamente consapevole dell’impossibilità di praticare sul solo terreno nazionale le lotte per un nuovo welfare contro il comando finanziario e per una riappropriazione della decisione democratica contro meccanismi istituzionali sempre più verticalizzati e incentrati sul dominio degli esecutivi.

Questa consapevolezza postnazionale, però, ha sempre meno a che fare con la semplice aspirazione astratta, radicata soprattutto in un sentimento etico, a un mondo al di là di confini e frontiere, a un altrove, moralmente auspicato, rispetto alla dannazione delle sovranità nazionali: oggi la decisione dei movimenti sociali di attraversare lo spazio sovranazionale si radica sempre più in una precisissima considerazione politica dei limiti delle lotte negli spazi nazionali e in una assolutamente realistica individuazione dei livelli ai quali il conflitto sociale può essere significativo. Altro che europeismo “astratto”o “normativo”: ogni volta che si presentano sulla scena le mobilitazioni dei nuovi soggetti “esplosivi”, dai precari al nuovo lavoro autonomo, dai migranti a tutte le singolarità che rifiutano le gerarchie consolidate di classe/razza/genere, appare evidente come il conflitto sociale oggi non possa in nessun modo essere articolato e mantenuto all’interno delle forme della cittadinanza nazionale. Quella cittadinanza si presenta decisamente come irrecuperabile: nessuno si illude più che, sotto il suo ombrello, si possa rinnovare una qualche rete di protezione sociale decente, un qualche livello accettabile di difesa dalla precarietà e dagli effetti deleteri delle politiche di austerità. E non perché ci si trovi davanti a soggettività “avvelenate” da un qualche trasognato antistatualismo o “antisovranismo” ideologico.

La faccenda è molto più immediata e radicata nelle vite: la cittadinanza nazionale, che si è sviluppata attorno a una precisa idea di soggetto, l’eroe maschio, etero, contrattualizzato a tempo indeterminato, che è “cittadino” in quanto collabora allo sforzo produttivo della Nazione, è letteralmente impossibile da praticare per l’eterogeneo mondo delle soggettività precarie contemporanee. Chi pensa all’Europa come un terreno astratto, ideologico, non tiene evidentemente conto di quanto sia proprio l’ambito asfittico delle politiche nazionali ad essere vissuto oramai neanche come “nemico”, ma semplicemente come estraneo, e per l’appunto, ideologico. La cittadinanza nazionale non è più né un paradiso perduto da rimpiangere, né uno scudo difensivo dietro il quale rifugiarsi in mancanza di meglio. Semplicemente, non è un campo che intercetta davvero le esperienze di vita, e quindi tantomeno può essere immaginato come spazio di conflitto.

La dimensione transnazionale è allora l’unica che può essere investita dalle trasformazioni, proprio perché la cittadinanza nazionale è immediatamente vista come il problema, non come la soluzione: come l’ultimo status di privilegio sopravvissuto (secondo la definizione che ne diede Luigi Ferrajoli), lontano dalla dinamica della vite delle persone, che si muovono su traiettorie che non incrociano più quelle consacrate al buon cittadino, onesto lavoratore, e buon padre di famiglia. I movimenti sociali sono perfettamente disincantanti rispetto alle possibilità di muoversi all’interno dei recinti della cittadinanza nazionale; e non perché lo Stato sia un Moloch ideologico da condannare. No, non fa più paura lo Stato in quanto “mostro freddo”: molto più semplicemente, è apparsa in tutta evidenza che lo Stato, le costituzioni nazionali, i welfare “casalinghi”, non sono sufficienti a difendere neanche le soglie minime per un’esistenza decente.

Leggiamo per un momento la piattaforma attorno alla quale si sono aggregate le campagne dello “sciopero sociale”: rilanciano il reddito di base europeo, chiedono il salario minimo di base europeo, spingono per il permesso di soggiorno di due anni a livello europeo: e sulla base di queste richieste, l’assedio alla BCE perde, almeno in parte, per quanto possibile qui e ora, quel sapore simbolico dei controvertici alterglobalisti, e acquista il valore, tutto politico, di consapevole scelta del vero obiettivo. Se ne è accorto anche Draghi, che, nel tentativo forse un po’ patetico, ma non per questo meno significativo, di blandire il nemico vero, o forse avvertendo il salto intensivo e qualitativo di questi movimenti transnazionali, non ha potuto non sottolineare la novità di contestazioni non reattive, non populiste, non nazionaliste. Altro che illusione ideologica: qui il livello europeo viene scelto e continuamente ribadito proprio perché si è precisamente consapevoli del livello sul quale il conflitto sociale deve muoversi, se vuole aprire spazi credibili di lotta, se vuole evitare il destino di riassorbimento e di spoliticizzazione al quale quelle lotte andrebbero incontro se costrette negli spazi nazionali.

Si può certo obiettare che le novità che si aprono sul fronte Sud, tra Grecia e Spagna, segnano anche un ritorno all’utilizzo delle leve nazionali, e spesso anzi tornano a parlare un linguaggio segnato “patriotticamente”. Anche qui, però, difficilmente si comprende l’elemento di novità introdotto dal successo elettorale di Syriza se lo si astrae dalla vera, grande, coraggiosa decisione costitutiva della nuova “coalizione” greca: che è precisamente quella di aver intuito come nessuna resistenza sarebbe stata possibile se non si fosse scelto di rivendicare, con forza e con orgoglio, l’Europa come proprio spazio di azione, lasciando ai sacerdoti dell’austerità il ruolo di minacciare, loro sì sempre più freneticamente antieuropeisti, la fine definitiva dei processi di integrazione.

Certamente, anche questo tentativo potrà finire in tragedia: le politiche dell’austerity si rivelano sempre più politiche di un capitale che reagisce alla mancanza di misura della finanziarizzazione, con la dismisura di un comando politico avventuroso e irrazionale, la cui forma ultima – ha perfettamente ragione qui Bifo a rimettere questa follia al centro di ogni nostro ragionamento – è la guerra e l’annientamento. Ma senza la scelta europeista di Syriza la partita non solo non sarebbe ancora in corso, ma non si sarebbe neanche aperta: e il mostro dell’austerity avrebbe semplicemente sbaragliato con poca fatica le ultime residuali resistenze nazionali.

Dal canto spagnolo, se è vero che il linguaggio di Podemos si infittisce di riferimenti alla patria, è anche sempre più chiaro che la sfida si va facendo cruciale negli appuntamenti amministrativi, nei laboratori politici di Barcellona e di Madrid, insomma nella città, nella metropoli. È un altro segnale importante: i movimenti per un nuovo diritto alla città, per la riappropriazione di uno spazio urbano a un tempo “comune” e animato da libere differenze e singolarità, sono quanto di meno riassorbibile si possa pensare nei confini della cittadinanza nazionale e del suo alfabeto politico. I movimenti delle metropoli, i nuovi comunardi, le nuove città ribelli, sono pienamente e immediatamente transazionali: agiscono dal basso quella destrutturazione degli spazi della cittadinanza nazionale, e, contemporaneamente, quella reinvenzione di nuovi spazi di produzione di soggettività politica, che rendono immaginabili lotte contro l’austerity non spiazzate, non residuali, rispetto all’inferocirsi della costituzione finanziaria.

Sicuramente il 2005, i no ai referendum europei, è stato un anno tragico per la sinistra europea, come ci ricorda ancora Bifo: ma non perché si sarebbe lasciata al nazionalismo truculento il monopolio della lotta contro l’Unione Europea. In verità, molta sinistra “nazionale” seguì propriola strada del “no”: e fu lì, probabilmente, che la socialdemocrazia europea finì definitivamente la sua poco gloriosa storia, non per aver disertato il “no” e per averlo lasciato ai fascisti, ma perché il suo scollamento dalle trasformazioni reali, dalle nuove soggettività e dalle nuove forme di vita, si rivelò oramai irrimediabile. Quella socialdemocrazia in bancarotta non poteva allora che dividersi tra il cedimento alla egemonia delle politiche neoliberali e il malinconico ritirarsi verso le trincee, oramai disertate dal lavoro vivo e dalla cooperazione sociale, della difesa della cittadinanza nazionale.

Oggi, le lotte che si muovono sul nuovo welfare europeo, sulla riappropriazione dal basso della decisione politica, sulla reinvenzione degli spazi urbani, hanno certo davanti a sé un mostro feroce: ma si muovono, finalmente, oltre quel disastro, oltre l’alternativa sinistra tra ripiegamento nazionalista e subalternità al neoliberalismo. Può, evidentemente, finire egualmente tutto in tragedia: del resto, finché il mondo sarà comandato dal capitale, che finisca in tragedia non si può certo escludere, siamo comunisti proprio per quello. Ma intanto, sviluppiamo quanto più è possibile le lotte che si danno sul piano europeo e nelle metropoli, perché solo il piano transnazionale e metropolitano è abitato oggi dalla forza della cooperazione sociale, e solo quella forza può produrre comune ed evitare il delirio nazionalista e fascista.

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