Lelio Demichelis

Franco Berardi Bifo ha lanciato la sua provocazione sulla crisi dell’Europa. Che raccogliamo per offrire una interpretazione un po’ diversa e per rilanciare la discussione sulla sinistra che non c’è più (perché ha scelto di essere destra e neoliberista); e sulle destre populiste e razziste europee che cercano di sfruttare per i loro fini più o meno fascisti le rovine sociali prodotte dalle politiche di austerità imposte da quella che doveva essere una Unione europea e che è stata fatta diventare una oscena Disunione: la cosa dovrebbe farci gridare allo scandalo, ma ormai l’osceno è diventato normale e normalizzato, perfino banale.

Rovine e populismi che sono gli effetti di un potere che (a noi illuministi) pare ottuso, stupido e irrazionale (sono apprendisti stregoni ma, e insieme, re nudi), che gioca irresponsabilmente ma ostinatamente con l’austerità (e con la riduzione scientifica dello stato sociale) soffiando e alimentando incessantemente il fuoco della crisi sociale, quasi che anzi non gli dispiaccia se le destre (neoliberiste comunque, quindi funzionali a questo potere), tengono a bada quei sovversivi keynesiani di Syriza o di Podemos. Vale allora ricordare ciò che scriveva Karl Polanyi nel 1940: “il fascismo non è altro che la più recente e virulenta esplosione del virus antidemocratico, insito nel capitalismo industriale fin dall’inizio” (oggi da aggiornare in capitalismo finanziario). Perché il conflitto tra capitalismo e democrazia è antico e basta niente per far circolare di nuovo il virus antidemocratico (se questo serve), infettando il corpo sociale.

Un potere che, sotto i nostri occhi distratti o bendati o davvero accecati produce un’Europa in frantumi, accanendosi (forte coi deboli) contro la Grecia perché non onorerebbe i suoi creditori ma tacendo (debole coi forti) sull’Ungheria di Urban. “La Grecia è in un programma, le elezioni non cambiano il programma”, ha sentenziato cinicamente il tedesco Schäuble, dimostrando di avere un’idea di democrazia decisamente surreale. E quello che doveva essere il passaggio da una Comunità economica a una Unione anche politica, facendo l’Europa e gli europei dopo avere fatto il mercato comune, si è infranto contro la volontà di potenza della Germania, ma non solo della Germania. E il vizio era nell’origine, nell’idea che da un mercato di merci potessero nascere dei cittadini europei.

Il monito lanciato da Thomas Mann nel 1953 agli studenti di Amburgo a non puntare ad un’Europa tedesca ma ad una Germania europea avrebbe infine prodotto, secondo Timoty Garton Ash una Germania europea in un’Europa tedesca. Ma l’ipotesi è sbagliata e va corretta in: una Germania sempre più tedesca e una Europa (tedesca) sempre meno europea. Perché è una Disunione classista e autoritaria quella che si sta realizzando (con un divide che genera una nuova questione sociale, ma lasciandone la soluzione ai singoli individui), che produce inevitabilmente un rafforzamento politico della Germania (et impera) e un indebolimento delle democrazie nazionali. Un potere nichilista quello della Germania capitalista, ma nichilista perché il nichilismo è strutturale al capitalismo (è il capitalismo) e alla sua volontà di onnipotenza che genera un cortocircuito mortale per la democrazia (ma non per i mercati e la finanza) e più capitalismo si produce meno democrazia si ottiene.

La Germania, dunque e il problema dell’Europa (lo ha detto Thomas Piketty) non è la Grecia ma Angela Merkel e la Germania; perché è ordoliberale e così come questo modello (evoluzione della weberiana etica protestante) doveva diventare egemone in patria grazie ad una appropriata pedagogia, così deve esserlo anche in Europa (et impera, ancora); perché l’etica (sic) protestante concepisce il lavoro come vocazione e non come mezzo per vivere e per essere né tanto meno come un diritto sociale e individuale. Perché l’uomo ordoliberale deve essere un uomo economico inquadrato nel mercato e dal mercato e capace di vivere solo nella razionalità calcolante del mercato, superando la logica dello scambio (antica come la società umana) e incorporando invece quella (moderna e per niente naturale, ma artificiale), della concorrenza, della competizione e dell’essere impresa.

Ed è vero che i francesi e gli olandesi hanno rifiutato nel 2005 la Costituzione europea, ma il successivo Trattato di Lisbona, nel suo Preambolo richiama programmaticamente e in modo vincolante il valore dell’uguaglianza e della solidarietà, impegnando l’Europa a promuovere il benessere dei cittadini (e non il loro impoverimento deliberato). Certo, poi si aggiunge che l’obiettivo è un’economia sociale di mercato fortemente competitiva. Però l’obiettivo è anche quello della piena occupazione e del progresso collettivo, combattendo l’esclusione sociale ed economica. E a sua volta, il Preambolo della Carta dei diritti fondamentali aggiunge il rispetto delle identità nazionali e l’ordinamento dei loro pubblici poteri e riconosce il diritto (non al lavoro ma) a lavorare (anche se subito dopo sancisce in modo ben più forte il diritto alla libertà dell’impresa), il diritto ai contratti collettivi di lavoro (che la troika ha cancellato dalla Grecia e che ora Syriza vorrebbe reintrodurre, ma a cui l’Europa si oppone), nonché a condizioni di lavoro dignitose, ribadendo il divieto di licenziamenti ingiustificati. Ovvero, nel Trattato e nella Carta era (è) scritto a chiare lettere che alcune cose non dovevano essere fatte; e che non si deve continuare a farle. Che invece sono incessantemente reiterate con un meccanismo psico-patologico di coazione a ripetere.

Se tutto questo è vero, allora aveva ragione Ulrich Beck (in Europa tedesca, Laterza) a sostenere che l’Europa ha dimenticato la società. Stupirsene? No, perché era la scelta deliberata dei neoliberisti, per loro la società non esiste ed esistono solo gli individui (Margaret Thatcher), così come per gli ordoliberali. Ma è diventata la scelta anche della sinistra europea che ha confuso mercato con democrazia, libertà con rischio e rovesciato la classifica dei diritti (oggi: prima l’impresa poi i cittadini e i lavoratori; prima il mercato poi i diritti sociali ma anche, conseguentemente, quelli politici e civili), cancellando non tanto la sovranità nazionale quanto (e peggio) la sovranità del demos. Una sinistra che nega se stessa perché crede che il neoliberismo sia moderno, razionale, efficiente, anche un poco rock e che la società non esista più. Una sinistra che definisce (Renzi) gli imprenditori come i nuovi eroi dimenticando i milioni di poveri e di impoveriti che essa stessa e gli imprenditori hanno contribuito a creare.

Se questo è avvenuto, non basta manifestare contro la nuova sede della Bce (che è comunque uno scandalo), perché prima esistono diversi livelli di colpa da considerare. Non quella che i tedeschi associano in modo paranoico al debito, ma quella richiamata da Karl Jaspers parlando (era il 1946) del comportamento dei tedeschi durante il regime nazista (ne La questione della colpa, Cortina). Questione che va allargata oggi all’intera Europa e spostata – pur tenendo conto delle dovute differenze tra il regime di allora e quello di oggi - dal politico all’economico/culturale perché ormai tutti siamo neoliberisti, tutti abbiamo introiettato il mantra capitalista del dover essere imprenditori di noi stessi, tutti accettiamo di dover competere all’infinito con gli altri e con noi stessi, tutti abbiamo accettato di essere capitale umano e risorsa umana - perché così è la vera vita da vivere secondo gli ordoliberali-neoliberisti e anche la vita è ormai diventata, come doveva diventare, una merce e i greci sono diventati cose cessando da tempo di essere persone. Ed è una colpa di tutti noi europei, che abbiamo lasciato che il mercato uccidesse la società, la democrazia, la libertà.

È la colpa – dei politici europei di sinistra e degli intellettuali incapaci di un j’accuse! contro il neoliberismo e contro l’ordoliberalismo, lasciando così che lo storytelling dell’austerità diventasse senso comune e con-senso – è la colpa di avere tollerato il totalitarismo neoliberista (come altrimenti chiamarlo? - il vecchio principio degli eserciti e degli apparati: gli ordini sono ordini e tutto è esecuzione di un lavoro si è tradotto in: le regole sono regole, i programmi sono programmi e non si discutono, ma vanno solo eseguiti senza se e senza ma): e questa è (usando Jaspers) una colpa politica. Ma è anche la colpa – individuale – di avere accettato di essere cose e merci sul mercato: ed è una colpa morale. Ed è infine la colpa di avere accettato in silenzio ciò che è stato imposto a Grecia, Portogallo, Italia, Spagna; ed è una colpa metafisica, la colpa di avere tollerato l’ingiustizia e la macelleria sociale ma anche il disciplinamento di mercato degli individui, violando (Jaspers) il principio di solidarietà tra gli uomini, quel principio per cui il dolore degli altri è anche il mio dolore.

E allora, fino a quando noi europei non risolveremo questo insieme di colpe uscendo dal mostruoso che ha prodotto la crisi e dal nichilismo passivo (“declino e regresso della potenza dello spirito”, Nietzsche) che ne è l’effetto, la crisi non si risolverà o - se si risolverà - sarà solo e ancora nella logica irrazionale e nell’ordine socialmente e umanamente disordinante dell’ordoliberalismo più neoliberismo - e allora sarebbe ben più di una colpa.

 

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