G.B. Zorzoli

È singolare che anche un opinionista distante anni luce da Bifo, come Angelo Panebianco, sul Corriere del 15 marzo interpreti il referendum francese del 2005 come “primo segnale di una grande svolta, ormai non era più pacifico o automatico che gli elettori trangugiassero senza fiatare tutti i cocktail (o gli intrugli) preparati a Bruxelles”. E legga nell’affermazione di movimenti nazionalisti una conseguenza di quella rottura, amplificata dalla successiva crisi economica. Benché, ovviamente, declinata all’interno di una logica – politica ed economica - tutta istituzionale, l’analisi di Panebianco, pur senza varcare la soglia del catastrofismo, è connotata da una visione molto pessimista del futuro.

Posso altresì confermare che almeno nel mondo degli under forty, anche fra laureati con un lavoro non necessariamente precario, non è difficile trovare persone che, grosso modo, condividono la diagnosi di Bifo. Proprio perché la situazione è seria e, anche se Dio non è ancora morto, ci siamo presi ben più di un terribile raffreddore, va evitata una visione dell’Europa in cui, come le famose vacche, tutti gli schieramenti nazionalisti sono bigi.

In Gran Bretagna l’UKIP rappresenta l’espressione estrema di un sentimento antieuropeo, ben radicato anche negli altri partiti e nel loro elettorato, come confermano i continui distinguo, le ripetute prese di distanza, la ferma determinazione a impedire che l’Unione europea vada oltre i confini di un’area di libero scambio. In Europa il Regno Unito è entrato obtorto collo, su pressione USA, per fare il cane da guardia, e adesso che il rapporto particolare agonizza, sta pensando di togliere il disturbo (non sarebbe una grave perdita).

Fra i grandi paesi dell’Europa continentale, la Francia è l’unica dove è immediato il rischio che un partito nazionalista, antieuropeo, xenofobo, come il Front National, abbia la maggioranza relativa dei suffragi. In Italia la protesta antieuropea è frazionata fra M5S e Lega, difficilmente conciliabili, mentre in Germania è per ora minoritaria.

Tuttavia, in assenza di un’inversione di rotta, niente garantisce che a lungo andare la situazione non peggiori radicalmente. La battaglia per un’Europa democratica sul piano non solo politico richiede però la presenza di aggregazioni in grado di incidere, quindi forti in termini di strategie e di adesioni. Syriza e Podemos dimostrano che è possibile, ma si sono affermati in paesi periferici, e l’andamento dei rapporti fra Grecia e poteri forti europei mette in evidenza quanto ridotta sia la possibilità di modificare lo status quo e, per contro, quanto è elevato il rischio di un rapido indebolimento del consenso popolare di cui gode Syriza. Insomma, la partita vera si gioca in Germania, Francia, Italia. Non siamo alla vigilia del crollo dell’Unione europea, ma l’attuale assenza in questi tre paesi di realtà alternative, comparabili a quelle greca e spagnola, ci dice che non abbiamo tempo da perdere.

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