Mario Gamba

Minimalismo e derivati. Con parecchia teatralità. Gestualità ogni tanto in primo piano. Ecco ciò che connota quest’anno la Rassegna di Nuova Musica a Macerata. Probabile che sulla parola minimalismo abbiano da ridire vari protagonisti, presenti come performer o assenti come autori. Ci sono anche autori presenti che fanno i performer nelle musiche scritte da loro. Uno di questi, Frederic Rzewski, americano a lungo in Italia, dove ha fondato negli anni ’60 del secolo scorso, con Alvin Curran e Richard Teitelbaum, il gruppo Musica Elettronica Viva, oltrepassa sicuramente le soglie del minimalismo in un lavoro recentissimo intitolato Dear Diary per «pianista parlante» o, per meglio dire, per voce recitante e pianoforte con lo strumentista che è anche voce recitante. Si tratta di un melodramma minimo, si potrebbe dire, ma il minimalismo come scuola musicale (si sentono già le imprecazioni di Glass, Reich, Riley, La Monte Young nel sentire la parola «scuola») e come fonte di possibili direzioni della ricerca musicale non c’entra niente.

Questa storia del minimalismo in musica è un gran pasticcio. Glass, Reich, Riley, La Monte Young l’hanno messo in circolazione nella forma che è diventata prevalente, cioè quella della ripetizione di nuclei sonori, e l’hanno visto come una delle risposte critiche, se non la risposta principale, al dominio del serialismo che era uscito fortissimo dai cenacoli della neoavanguardia del secondo dopoguerra. Tanto forte da divenire dogma, si diceva e si dice tuttora, con molte ragioni e qualche esagerazione. Quegli autori erano stati preceduti o accompagnati, s’intende, da altri come Cage e Feldman che nessuno s’è mai sognato di definire minimalisti in senso stretto ma che hanno disseminato spunti di tale natura in molte loro opere. Peraltro, i profeti, gli iniziatori, i primi realizzatori conseguenti non hanno mancato di rifiutare l’etichetta di minimalisti nel momento in cui consegnavano a editori, ensemble da loro stessi animati, e pubblico le loro opere minimaliste, che qualcuno (ad esempio, il musicologo Enzo Restagno) preferisce chiamare ripetitive.

Dalle diverse esperienze dei minimalisti americani, compiute dalla metà degli anni ’60 in poi, questo indirizzo, questo stile, questo modo presupposto di pensare la musica, se è stato scuola, e lo è stato, non ha mai peccato di dogmatismo o di velleità missionarie si è evoluto, ha abbandonato, con successo o meno, gli schemi scheletrici della prima ora (quanto appassionanti, però!), si è mischiato ad altre storie in tutto il mondo. Si è trasfigurato. Al punto che oggi l’atto di nominarlo, e col termine di allora, sembra arbitrario e sembra dar ragione ai grandi fondatori che non volevano essere racchiusi in una formula, per quanto essa sia stata produttiva e anche propulsiva. Ma lo si ritrova. Che male c’è a trovarne le tracce? A Macerata si trovano. In Arvo Pärt, in Matthew Shlomomowitz, in Louis Andriessen, in Simon Steen-Andersen. Quattro autori su nove del cartellone.

Amabile senza dubbio e senza dubbio minimal il Pärt di Pari intervallo (1976), Spiegel im Spiegel (1978) e Für Alina (1976). Minimal ma cerebrale (lui vorrebbe) lo Shlomowitz, quarantenne australiano, di Left, Right, Up, Down, Pogo (2013) e di Letter Piece #5 Northern Cities (2008), quest’ultimo un giochino con paperette e clarinetto di insulsaggine unica. Minimal da comizio, percussivo, corale, ben costruito, noioso, l’Andriessen di Workers Union (1975). Minimal e basato su glissandi melodizzanti, interessante, ostico, lo Steen-Andersen, trentanovenne danese, di Study for String instrument #1 (bravissimo il violinista Aldo Campagnari).

Torniamo a Rzewski, rassicurando tutti che non stiamo andando in cerca del minimalismo perduto. Naturalmente nessuno degli autori con tracce di minimalismo nei loro lavori accetterebbe una simile attribuzione di componente stilistica. Il minimalismo continua a essere una parolaccia per i musicisti contemporanei che lo praticano. Si sa che non è stato così solo per i musicisti. Carver insegna. E la critica letteraria non ha proprio dipanato la matassa relativa al quesito: erano meglio gli scritti di Carver «minimalizzati» dall’editor Gordon Lish o sono meglio quelli restituiti alla stesura originale? In ogni caso basta con queste etichette, d’accordo, ma basta anche con queste sciocche demonizzazioni. Minimalismo è una definizione come tante se ne danno nella storia delle arti, non è dispregiativa affatto, in compenso suggerisce parecchie individuazioni di scelte compositive.

Pardon. Eravamo tornati a Rzewski. Il suo Caro diario (morettiano? no, ma, chissà) si snoda musicalmente lungo un testo che l’autore recita, espone conversativamente, con molta efficacia. Una denuncia del capitalismo che opprime gli uomini e li riduce a schiavi e robot, una preghiera perché qualcuno ci liberi dal dio cattivo (sappiamo che Rzewski pensa sempre al partito leninista come soggetto del rovesciamento del sistema), una consolazione che deriva da questo stesso scrivere un diario grazie al quale chi lo scrive può dire «io esisto». La musica pianistica è varia, al limite dell’eclettico, ma di vero rilassato pregio. Accordi e arpeggi piuttosto assertivi, una zona che si potrebbe ritenere modernista dopo-Bartók, un’altra bellissima zona nella quale l’autore-interprete di se stesso mostra la sua cultura della serialità, insomma dell’eredità di Schönberg e Webern rivissuta non come hanno fatto gli europei di Darmstadt, i Boulez, Nono, Maderna, Stockhausen, ma come avrebbe fatto un Cage meno situazionista e più «organico».

Non altrettanto in forma è lo Rzewski speaker nei suoi due brani, celebri, scritti dopo il massacro compiuto nel 1971 nel carcere americano di Attica per sedare una rivolta dei prigionieri, massacro ordinato dal governatore dello stato di New York, Nelson Rockefeller. Nell’incalzante Coming Together e nello stranito malinconico Attica il compositore vocalista recitante, attorniato dagli strumentisti dell’ensemble Alter Ego e dell’ensemble Ars Ludi, evita il pathos per volontà antiretorica ma così diventa un pochino insipido e i due pezzi, costruiti su una struttura ritmica e melodica assai semplice, perdono il loro ineffabile fascino. Decisamente poco riuscita è un’altra breve composizione di Rzewski - il mattatore del festival quanto a titoli in programma -, To the Earth. Ancora un solo esecutore, in questo caso la percussionista Fulvia Ricevuto, che deve essere anche recitante di un testo che è una nuova preghiera alla terra (madre?) perché cerchi di ripulirsi da tutte le brutture che l’insozzano per mano del capitale. Sia la scrittura per piccole percussioni, dove i modi minimalisti affiorano, eccome se affiorano, e il massimo che si raggiunge è un «grazioso» anonimo, sia la lettura registrata sono fiacche, prive d’interesse.

Extra minimalismo e dentro la gestualità e teatralità sono due compositori eccellenti, il sessantaduenne Giorgio Battistelli e il quarantaduenne Francesco Filidei. Con il Diario di Rzewski costituiscono i punti forti della Rassegna. Orazi e Curiazi (1996) di Battistelli, affidato ai due storici interpreti, i percussionisti di Ars Ludi, Antonio Caggiano e Gianluca Ruggeri, esibisce un tribalismo non drammatico ma giocoso, forse sardonico. I due strumentisti oltre a percuotere grandi tamburi danno vita a un ritmico scalpiccio (come di marcia) calpestando due arene di ghiaia, e poi emettono grida gutturali di un minaccioso parodistico. La sapienza delle successioni timbriche e dell’orchestrazione fanno del brano un vero capolavoro della prima maniera di Battistelli, quando lui era un vitalista anarchico.

Ma anarchico militante, giovanissimo, isolato, era Franco Serantini, alla cui morte per il pestaggio subito a Pisa il 5 maggio 1972 dagli agenti di Ps si è ispirato Filidei per I funerali dell’anarchico Serantini (2005-2006). Qui a Macerata si ascolta e vede la versione per sei attori-percussionisti. Ammirevoli, solenni e arguti Antonio Caggiano, Gianluca Ruggeri, Fulvia Ricevuto, Manuel Zurria, Paolo Ravaglia, Massimo Ceccarelli, un po’ di Alter Ego e tutto Ars Ludi. Siedono dietro un banco, nel quasi-buio, emettono vocalizzi a volte «muti» girandosi a turno a sinistra o a destra o indietro, picchiano con le mani il tavolo, tutto su un implicito battito piuttosto regolare che è l’andamento del brano. Teatro dell’assurdo, musica del gesto, arte che si fa intervento politico acceso/meditativo/indisciplinato/inventivo.

Infine il teatro vero e proprio. Che va insieme alla musica ma che non può che essere musicale, come afferma Chiara Guidi parlando della sua recitazione e delle sue regie negli ultimi anni. «Cerco di vedere il teatro dal punto di vista della musica». E, a proposito del lavoro che chiude il festival nell’ultima serata: «Con la voce voglio sostenere la potenza di un tifone, e il tifone è il mio respiro e il respiro è la lingua che uso nella scrittura». Tifone, da Conrad ma molto liberamente, per spunti acciuffati qua e là, è il concerto a due voci, attrice/scrittrice e pianista/compositore, che Guidi e Fabrizio Ottaviucci hanno preparato assieme, lavorando a distanza e consultandosi qualche volta. Coppia di singolarità. Lei mantiene la promessa della musicalità fino a un certo punto. Alterna il parlato chiaro al sussurro e a rumori di palato e di gola, introduce naturalismo e virtuosismo teatrale, è felice nel legare le silabe e nel tagliare le parole e nel giocare su pause «insensate». Ma la musica, di gran livello, bisogna cercarla dov’è: nella regione di Ottaviucci. Accordi dolcemente dissonanti, lunghi silenzi, un Feldman mai etereo, un Tilbury improvvisativo, sapori di ballad ogni tanto, tocchi puntillisti sempre delicati, pensati, intimi. La prima prova impegnativa al pentagramma del grande pianista. Del tutto convincente.

Rassegna di Nuova Musica
Teatro Lauro Rossi, Macerata
16, 17, 18 marzo 2015

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