Alessandra Sarchi

Per Omero e i suoi contemporanei l’uomo non era unità ma aggregazione di organi tenuti insieme dal respiro. Ogni organo era sede di determinati sentimenti, pulsioni, forze che s’irradiavano agli arti. Quando Ulisse parla al proprio cuore e gli dice «sopporta, che hai sopportato cose ancora più da cani», sta facendo appello alla sede del coraggio e della tenacia, perché sa che è da lì che gli verrà la forza, non certo dall’intelletto, pur finissimo e pieno di risorse, o dalle gambe forti e veloci.

In Riparare i viventi Maylis de Kerangal racconta il trapianto del cuore di un diciannovenne, ferito a morte in un incidente stradale, nel corpo di una cinquantenne affetta da miocardite: una visione non lontana da quella omerica, ma affinata dalla conoscenza fisiologica e biomedica che descrive nel dettaglio l’anatomia con un linguaggio tecnico elaborato in secoli e secoli di dissezioni dalla medicina occidentale (una disciplina basata sui cadaveri). Dopo essere stato catapultato contro il parabrezza del van su cui rientrava, di mattina prestissimo, da un’uscita in mare col surf insieme ai suoi amici, Simon Limbres è principalmente il proprio cuore, l’organo del quale si legge che solo un elettrocardiogramma lungo quanto i suoi anni avrebbe potuto registrare la storia.

Ma neppure questo ipotetico tracciato restituirebbe l’essenza di Simon. Dal momento in cui la sua morte encefalica viene comunicata ai genitori, Marianne e Sean, e saggiata la loro disponibilità a donare i suoi organi, è proprio l’essenza del figlio a svanire. Se il padre è riluttante ad accettare che il corpo del figlio sia solo un involucro vuoto e disponibile di materia organica, Marianne comprende quanto è accaduto: «quel che la inchioda è la solitudine che emana da Simon, ormai solo come un oggetto, come se si fosse alleggerito della sua parte umana, come se non fosse più collegato a una comunità, inserito in una rete di obiettivi e di emozioni ma vagasse, trasformato in qualcosa di assoluto, Simon è morto, si dice quelle parole per la prima volta».

Romanzo senza trama, se per trama s’intende il concatenarsi di eventi significativi legati gli uni agli altri, Riparare i viventi è piuttosto l’allestimento tragico – e, contrariamente a quanto è stato detto, di grande pathos – di una serie di scene racchiusa nell’arco esatto di ventiquattro ore. Se l’incipit è una sorta di flash-forward sul cuore, il resto della narrazione procede attraverso nicchie temporali nelle quali si dilatano micro-eventi legati ai personaggi che via via entrano in contatto col corpo tenuto in vita di Simon. Qui i movimenti temporali sono di necessità all’indietro, nel passato recente o remoto che lo lega ai genitori, alla fidanzata, e poi all’anestesista, agli infermieri, infine ai due chirurghi dell’espianto e del trapianto, inquietanti esecutori materiali del rito che conclude il romanzo con la ripresa della vita: il cuor e di Simon batte di nuovo nel corpo di Claire.

Come già in Nascita di un ponte (prix Médicis 2010, pubblicato dalla stessa Feltrinelli nel 2013) Maylis de Kerangal costruisce una narrazione corale in cui di ogni personaggio si delinea non tanto la psicologia, quanto la reazione emotiva e percettiva agli eventi: in una costruzione che ricorda quella del film 21 grammi di Alejandro González Iñarritu, uscito nel 2003. L’abolizione dei diacritici per i dialoghi rende il fluire di azioni e pensieri mimetico rispetto al ritmo interno-esterno del racconto, e consente l’espansione delle coscienze individuali in riflessioni che s’allargano al cosmo e all’inanimato; la più bella si trova al culmine del romanzo, nel momento in cui l’infermiere Thomas ferma i medici prima che venga chiusa l’aorta e quindi tecnicamente staccato il cuore di Simon, per sussurrargli all’orecchio l’amore dei suoi cari e fargli ascoltare, tramite un paio di auricolari lasciatigli dal padre, il rumore di una grande onda oceanica: una di quelle che il ragazzo cavalcava sulla tavola da surf confondendo la sua forza fisica con quella degli elementi.

De Kerengal si muove come un equilibrista nell’alternanza del linguaggio medico-tecnico e di una lingua sensibile all’auscultazione emotiva, cucendo l’uno all’altra in una vasta rete di metafore legate all’acqua, al sangue e alle onde; il canto non è solo quello di un cardellino acquistato ad Algeri, né quello dell’infermiere Thomas che canta mentre lava il corpo svuotato di organi di Simon, ma soprattutto il canto della scrittura – l’unico spazio che la morte non può usurpare.

«Sotterrare i morti e riparare i viventi» non è solo il compito che Čecov attribuisce al suo Platonov, e che a de Kerangal regala il titolo. È anche il monito degli antichi, di quel mondo omerico al quale così spesso il suo romanzo si riferisce: dalle sirene-arpie che folleggiano sui corpi dei tre ragazzi subito dopo l’urto del van, al rituale della restituzione del corpo di Simon, svuotato e massacrato come quello di un guerriero vinto ma trasfigurato di gloria. Non si tratta solo di richiami letterari per innalzare la temperatura delle pagine. Gli uomini e le donne di Omero affrontano in ogni istante la possibilità della morte, e la stessa consapevolezza s’impone a Claire proprio mentre sta per ricevere una nuova vita, obbligandola a interrogarsi sul senso di quel dono. Il corpo smembrato di Simon rivivrà in altre persone, la solitudine della madre davanti al figlio diventa rigenerazione per altre vite.

De Kerengal sa che alla mortalità si àncora il senso dell’agire umano e fa di tutto per ricordarlo a noi, figli della cultura della rimozione e dell’irrilevanza: perché la riparazione dal dolore e dalla morte, come lei stessa ha ricordato in numerose occasioni, è un fatto collettivo.

Maylis de Kerangal
Riparare i viventi
traduzione di Maria Baiocchi con Alessia Piovanello
Feltrinelli (2015), 218 pp.
€ 16

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Una Risposta a L’onda del corpo

  1. andrea parovel ha detto:

    Grazie.
    sentir descrivere un piatto dal cuoco che l’ha creato e sentirsi addosso un enorme desiderio di assaggiarlo. Questa la sensazione.
    E allora assaggiamo.
    Grazie e buon proseguimento.

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