Andrea Cortellessa

C’è una regola non scritta – ma, a mio modo di vedere, piuttosto precisa – che insegna come solo a dieci anni dalla morte di un autore si possa cominciare a fare un bilancio attendibile della sua effettiva fortuna. Solo allontanatasi la sua presenza «mondana», dissoltasi almeno in parte la rete delle sue relazioni sociali, i testi di un autore possono cominciare davvero ad andare, soli e liberi, per il mondo. (Basti per esempio confrontare il rispettivo status in vita, con quello conseguito appunto a dieci anni dalla morte, di Moravia e Manganelli – scomparsi nello stesso 1990).

La raccolta degli scritti di un autore – la sua canonizzazione – in un «Meridiano» ha, può avere, lo stesso valore di test (per dirla con Sanguineti); dipende però dal momento in cui tale raccolta raggiunge il pubblico. Spesso «Meridiani» pubblicati in vita dell’autore o immediatamente dopo la sua scomparsa, infatti, rispondono esclusivamente alla loro «presenza», cioè alla loro capacità di pressione sociale (casi recenti, e sin troppo ovvi, corrono subito alla mente); in loro assenza finiscono, anch’essi, nel più giusto dei dimenticatoi. Viceversa, «Meridiani» realizzati a decenni dalla scomparsa di un autore lo museificano, sì, ma più che altro limitandosi a rappresentare un più o meno decisivo ingranaggio dell’industria accademica che nel frattempo, su quell’opera, s’è da tempo messa al lavoro. Un «Meridiano», insomma, può rivelarsi la più lussuosa delle pietre tombali. In altri casi, invece, la sua pubblicazione coincide con una «presenza» effettiva, dinamica, dell’opera cui si riferisce: per esempio – termometro, questo, pressoché infallibile – come modello di autori più giovani. E allora il lavoro di sistemazione e storicizzazione, così spesso straordinario, che gli apparati di questi volumi contengono rappresenta piuttosto, dell’opera cui si riferiscono, il miglior trampolino di rilancio.

A tre anni dalla pubblicazione, a lungo attesa, del «Meridiano» di Amelia Rosselli – e a quasi venti dalla scomparsa, tragica, dell’autrice – possiamo senz’altro ascrivere il suo «caso» a quest’ultima tipologia. La sua «presenza» postuma è eccezionale: per qualità non meno che per quantità. Non è un caso che tutti coloro che firmano le interpretazioni della sua opera, di cui si parla negli articoli qui raccolti, siano a loro volta autori, di diverse generazioni, in versi (Annovi, Bergamasco, Scappettone), in prosa (Barile) o in videopoesia (Loreto): che tutti s’ispirano all’opera rosselliana ben guardandosi, peraltro, dal tentare d’imitarla. (Ché la specificità del «caso» in oggetto, non solo per questo quanto mai puzzly, è altresì quella per cui la sua esemplarità non tollera d’essere modellizzata al modo di quella d’altri.)

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Amelia Rosselli nella sua casa di Via del Corallo - foto di Dino Ignani

Lo scorso 23 febbraio, al Teatro Palladium di Roma, è andata in scena la prima puntata di Poetitaly, una serie di spettacoli poetici a tema ideata da Simone Carella, e alla cui organizzazione collaboro insieme a Gilda Policastro e Lidia Riviello, Areta Gambaro e Giulia Spada. In ognuno dei cinque appuntamenti in programma nella stessa sede, le letture di poeti italiani e non, più o meno affermati, è preceduta da un incontro critico sul tema prescelto e da un omaggio a un maestro della tradizione recente che, di quel tema, ci paia la migliore incarnazione possibile. Il 23 febbraio le letture di Mariella Mehr (insieme alla sua curatrice Anna Ruchat: alla quale si deve l’antologia Ognuno incatenato alla sua ora che, uscita lo scorso autunno da Einaudi, ha finalmente acceso i riflettori su questa figura straordinaria), Mariangela Gualtieri, Laura Pugno e Gian Maria Annovi – qui le riprese relative – sono state appunto precedute da un incontro su Amelia Rosselli durante il quale lo stesso Annovi, Barile, Loreto e Scappettone hanno dialogato con Paolo Gervasi, curatore del cd di Bergamasco, Anna Ruchat e Camilla Miglio (interprete finissima di «casi», al suo, per molti versi accostabili: quelli di Ingeborg Bachmann e Paul Celan): illuminando, di Rosselli, la vocazione xenolinguistica (un plurilinguismo non da «cosmopolita», come lei stessa corresse una volta Pasolini, ma da «rifugiata») e il destino extraterritoriale. Il tema, Esili. (Il prossimo appuntamento di Poetitaly, nella stessa sede lunedì 23 marzo, sarà dedicato ai Saperi – con un omaggio a Elio Pagliarani – e vedrà le letture di Durs Grünbein, Anna Maria Carpi, Elisa Davoglio, Marco Giovenale, Andrea Inglese, Vincenzo Ostuni e Francesco Pecoraro; mentre all’incontro pomeridiano, coordinato da Paolo D’Angelo, parteciperanno Cetta Petrollo Pagliarani e, oltre a Inglese e Pecoraro, Arturo Mazzarella e Marco Piazza.)

Nell’ultima straordinaria lassa di Impromptu – ultima opera data alle stampe da Amelia Rosselli, e che possiamo ora ascoltare dalla voce di Bergamasco nell’antologia da lei incisa su cd –, come spiega benissimo Annovi, Rosselli ironizza – col suo sorriso lieve e micidiale – sul diverso significato, in italiano, del lessema storia. Da un lato quella con la maiuscola, dall’altro quella con la minuscola (anche nel senso di «storia d’amore»): da un lato cioè la vicenda collettiva, il «secolo-cane lupo» di Mandel’štam; dall’altro quella personale, la biografia. Nel suo caso (che infatti al peso schiacciante della prima cercava in tutti i modi di sottrarsi: nei suoi testi, per quanto possibile, negando accesso alla seconda), tragicamente coincidenti. Nell’intreccio stritolante delle storie, e della Storia, così conclude Rosselli – idealmente – la propria opera in versi:

[…] E se paesani
zoppicanti sono questi versi è

perché siamo pronti per un’altra
storia di cui sappiamo benissimo

faremo al dunque a meno, perso
l’istinto per l’istantanea rima

perché il ritmo t’aveva al dunque

già occhieggiata da prima.

La perdita dell’istinto per la rima evoca lo spettro del silenzio creativo, che a lungo aveva assillato Rosselli già negli anni precedenti, e dal quale il rigoglio euforico di Impromptu – poemetto composto per intero, a suo dire, in un’unica mattinata esaltante – era, lo sentiva, una rondine che non poteva fare primavera. Giusto l’anno prima di quell’exploit aveva confessato al fratello John di provare un’autentica «nausea for poetry» e – in un’intervista rilasciata lo stesso anno a Sandra Petrignani – aveva spiegato, con quieta terribilità: «Scrivere è chiedersi come è fatto il mondo: quando sai come è fatto forse non hai più bisogno di scrivere. Per questo tanti poeti muoiono giovani o suicidi» (sono queste le parole su cui si conclude il recital di Bergamasco). Il ritmo dal quale, al dunque, si sente da sempre occhieggiata, Rosselli, Antonella Anedda lo ha definito, una volta, «il ritmo degli inseguiti»: quello appunto che la porterà a volarsene via, finalmente, dalla finestra della mansarda di Via del Corallo. Giunta al dunque: l’11 febbraio 1996. L’altra storia (che peraltro, sa benissimo, non è suo destino vedere personalmente: al dunque, appunto, dovrà farne a meno) è quella a venire. Quel futuro che lei non potrà vedere, s’è detto, ma che evoca – consegnandolo ai «non borghesi» ai quali sin dall’incipit il poemetto è dedicato – nell’ottava stanza di Impromptu: «nella lontananza ora // vedo un futuro, è fatto di questa / gente che proprio non ne sa niente».

In una delle illuminanti agnizioni di Gian Maria Annovi, lo stesso titolo Impromptu viene messo in relazione anche ai versi (letterariamente magari non memorabili, ma al cui autore una con la «storia» di Rosselli non poteva non guardare con fiducia) degli Improvvisi di Franco Antonicelli, da lei conservati e postillati. E nei quali poteva leggere: «Coperta / di veli neri Euridice nel puro / silenzio guida verso l’unica luce, il futuro» (proprio con quello di Euridice si fonde – nell’opera rosselliana come in quella di Bachmann – l’emblema di Orfeo: così sovvertendo la dicotomia, e la gerarchia, su cui è fondata la poesia maschile d’Occidente). Già in Variazioni Belliche aveva detto: «io rimo per un altro secolo». Quello dal quale, ora, la stiamo ascoltando.

 

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2 Risposte a Siamo pronti per un’altra storia

  1. Ennio Abate ha detto:

    Sicuri che l'”altro secolo” per cui rimava Ameilia Rosselli sia questo che abbiamo sotto il naso?

  2. salvo nugara ha detto:

    Forse, a noi degli anni cinquanta, non riuscirà mai di sentirci nell'”altro secolo”, manca un paradigma che apra gli occhi veramente al “nuovo”. Oggi siamo alla “ripetizione”, noi con i piedi quì e oggi ma con la testa ancora nel “novecento”!
    Urge pulizia e meno polizia,… forse?
    I poeti scrivono e parlano ma c’è qualcuno che li legge e li ascolta?

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