Jennifer Scappettone

I lettori impegnati del ventunesimo secolo sono – siamo – abituati a guardare i dibattiti letterari con un pizzico di sussiego; diamo per scontato che ambiscono ad alterare solo i più minuziosi dettagli filologici della storia; che le uniche questioni esistenziali che toccano sono quelle delle sempre più remote cattedre letterarie; che hanno insomma poco o niente a che fare con le battaglie della vita quotidiana. Ogni tanto, però, i protagonisti di un agone letterario sono così coinvolgenti e i loro ragionamenti così convincenti che il contrasto diventa canonico e, prima o poi, viene rinchiuso dentro un reliquiario discorsivo, non più capace di impressionare i ragionamenti attuali (anche se continua a dominarli). Il conflitto tra Pasolini e quelli che lui chiamava con disprezzo «gli eterni apprendisti di Milano e Torino» dell’incisivamente anglicizzato «revival avanguardistico» – ossia gli scrittori della neoavanguardia – appartiene a questa categoria. Lo scisma è diventato un truismo, reliquia degli anni Sessanta che pretendiamo di aver compreso.

L’ultimo libro di Antonio Loreto, giovane poeta-studioso sperimentale, cerca di fare a pezzi questo stanco binarismo attraverso una serie di operazioni ermeneutiche intorno all’opera di Amelia Rosselli. La scelta del soggetto (o l’occhio del ciclone critico, che appare definitivamente sul palcoscenico solo nella seconda metà del libro) è acuta: la Rosselli si trova in una posizione ambigua rispetto a tale antagonismo – che l’autrice identifica, in un commento al congresso del Gruppo 63 firmato collo pseudonimo «Xenaxis», come «avanguardia stilistica vs. realismo semantico». Nella sua ormai famigerata Notizia su Amelia Rosselli, che accompagnò 24 poesie tratte dalla sua prima raccolta in italiano, pubblicate sul Menabò nel 1963, effettivamente così lanciando la Rosselli nel mondo letterario, Pasolini colse l’opportunità di criticare la neoavanguardia con le frasi sopra riportate, cercando di distinguere il «laboratorio pubblico» della Rosselli dalla sfera rarefatta dei «poeti linguisti» – ma fino a un certo punto. Le deformazioni socio-linguistiche delle poesie che costituiranno Variazioni Belliche vengono presentate da Pasolini come lapsus, e peggio ancora, come prodotti di un mondo liberale che «deridono le istituzioni senza intaccarle [...] in una inconscia reificazione».

Con l’aiuto dell’epistolario, edito e inedito, Loreto dimostra in modo persuasivo che Pasolini porta avanti il proprio programma anti-neo-avanguardistico attraverso il manoscritto di Variazioni Belliche, cercando di impedire alla Rosselli di entrare «nelle file dell’avanguardia». Ci ricorda Loreto, dall’altro lato, che la pubblicazione inaugurale delle sue poesie italiane avviene sulle pagine del verri, qualche mese prima della pubblicazione di solito ricordata – quella sul Menabò appunto (condiretta da Vittorini e Calvino). E cerca di dimostrare, altresì, come la Rosselli rispondesse direttamente ai dibattiti critici-estetici del periodo, nei propri versi, citando e detournando parole e frasi chiave che (per esempio) paragonavano gli autori d’avanguardia a «santi» e «stregoni».

Da parte sua, la Rosselli cercò più volte di correggere le accuse di «cosmopolitismo» e di «Irrazionalità» contenute nell’introduzione pasoliniana; e non si limitava ai gusti del suo mentore né al programma estetico del Menabò. Pubblicando le Lettere a Pasolini della Rosselli nel 2008, Stefano Giovannuzzi ci ha permesso di vedere come la giovane autrice resistette all’imbarazzo di Vittorini nei confronti di «quella mia “duttilità” o anarchia linguistica» (al punto che le chiese di «correggere il più possibile le “stonature”». Nonostante ciò, la Rosselli si rifiutava di essere identificata in modo diretto con la neoavanguardia; sconfessò spesso il suo rapporto con il Gruppo 63 e i Novissimi, facendo un’eccezione per Antonio Porta – il che Loreto registra senza eccessiva enfasi. In una vicenda filologica complessa (a cui non posso rendere giustizia in questo spazio ristretto), il critico si dedica laboriosamente a tracciare le linee dell’avanguardia storica e di quella post-bellica – l’arte concettuale duchampiana, quella combinatoria all’«ombra di Leibniz», la «critica della lingua» da Wittgenstein in avanti, il concetto di «opera aperta» – che, sostiene, condizionassero la poetica rosselliana. A volte arriva paradossalmente vicino ad affermare che gli esperimenti della Rosselli colla forma-cubo e così via seguano quelli della neoavanguardia italiana, benché alcune sue opere-chiave siano venute prima; e qui rimarchiamo un passaggio debole del suo ragionamento, nel senso che tralasciate risultano esperienze fondamentali nella storia delle neoavanguardie transnazionali, specie quelle delle Americhe come la poesia concreta brasiliana (già valorizzata dal grande trattato Verso la poesia totale di Adriano Spatola).

La santità dei santi padri era un prodotto sì
cangiante ch’io decisi di allontanare ogni dubbio
dalla mia testa purtroppo troppo chiara e prendere
il salto per un addio più difficile.

Loreto si sforza di ricercare i «padri» – i «santi padri» – di Amelia Rosselli nell’avanguardia da lei misconosciuta, con un argomento polemico: intendendo combattere decenni di letture riduttive basate sulla biografia straordinaria e tragica del poeta (o «poetessa») come se la sua opera nascesse in modo confessionale e immediato dalla morte di un padre singolare, Carlo Rosselli. Il suo motivo è di ricostruire un ambiente più ampio, un contesto plurale, per la composizione e la ricezione di Variazioni Belliche; tale lavoro di ricerca, il midollo spinale del saggio, è estremamente pertinente. Ne risulta, però, uno strano squilibrio nell’argomento complessivo che favorisce, nel combattimento sopra nominato, il campo neoavanguardistico, senza sciogliere il binarismo ereditato; la neoavanguardia diventa, per certi aspetti, la vera protagonista del saggio. Così non accorgendosi della forte ironia della frase della Libellula che dà il titolo al suo volume. Di che genere era l’«addio più difficile» dell’autrice? Come si differenziava l’autrice dalla testa «purtroppo troppo chiara» e dalla «congenitale tendenza al bene», dall’oscurità di cui veniva tacciata la neoavanguardia? Non lo possiamo sapere se il critico, dopo aver citato questi versi, non si concentra sul valore semantico della «rivoluzione nei contenuti» che vari componimenti rosselliani dichiarano.

... l’avanguardia è ancora cavalcioni su
de le mie spalle e ride e sputa come una vecchia
fattucchiera....

I «santi padri» di Amelia Rosselli ci dona una comprensione più articolata dei dibattiti degli anni Sessanta. L’avrebbe arricchita ancora di più se avesse riconosciuto i modi in cui la Rosselli, poeta assai «bellico», capovolgeva continuamente le categorie nazionali e patriarcali della letteratura moderna: un «ereditaggio», per parafrasare Variazioni Belliche, culturale plurimo, plurilingue; una visione politica agguerrita e resa più intimamente violenta dall’omicidio di un capitolo della Resistenza internazionale; una prospettiva sulla letteratura colorata dalla sua posizione de facto come Esterina, Hortense, donna e «tu» della poesia lirica mondiale. L’opzione della Rosselli per «un versificare più stretto, più severo», che contenesse «tutti i ritmi possibili immaginabili» di un’esperienza «riflettibile in molte lingue» – cioè quelli che definisce «spazi metrici» – finisce nelle mani del critico scettico come prosa: «poetica» solo perché, come un ready-made di Duchamp (il suo Pliant de voyage è posto in copertina), «dichiara di» essere metrica; l’inglese del poliglotta è trattato come «tanto approssimativo», esibendo un logoro sospetto nei confronti delle sue abilità linguistiche; figure come Charles Olson vengono rappresentate come fonti delle sue poetiche finora misconosciute, invece di punti di partenza per acute reinterpretazioni; e gli innumerevoli aspiranti padri da cui il poeta si allontanava (portando spesso a dure conseguenze in termini di capitale culturale) riemergono come matrici invece di antagonisti (insieme alle gerarchie antiche sottostanti).

Avevo trovato il mio proprio opposto.
Come lo divorai! Poi lo mangiai. E ne
fui divorata, in belle lettere.
E correre poi
al riparo mentre corrono anche certe
vecchie, all’orinatoio.

Poi smettono di correre.

Il capitolo più prezioso per il lettore del poeta (piuttosto che dei suoi padri) è l’ultimo: in cui Loreto cerca di ritracciare lo scavo del proprio passato condotto dalla Rosselli attraverso i suoi versi, e la sua (fallace, illusoria) oggettivazione. È il momento dello studio in cui la critica, prodotta dalla nostra epoca di radicale sfiducia nei confronti della funzione autore, si rifiuta di arrendersi a un formalismo che dimentica o rinnega le contraddizioni politiche tramite che l’opera della Rosselli – e i suoi interlocutori –continuano a sfidare.

Antonio Loreto
I santi padri di Amelia Rosselli. «Variazioni belliche» e l’avanguardia
Arcipelago, 2014, 234 pp., € 20

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Una Risposta a La santità dei santi padri

  1. Ennio Abate ha detto:

    Segnalo questo refuso:’Pasolini cogliò l’opportunità’

    Concordo sullo “sbilanciamento” pro-neavanguardismo di Loreto che non condivido e mi permetto di rimandare alla mia lettura del suo libro:http://www.poliscritture.it/2014/09/16/su-i-santi-padri-di-amelia-rosselli-di-antonio-loreto/

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