Michele Dantini

Esiste una composizione che forse più di ogni altra rivela l’ideologia artistica di Mario Sironi, ed è l’Architetto (1922-1923). Nella figura dell’uomo intento a progettare troviamo tutti gli attributi dell’arte, tutte le ambizioni, gli scrupoli e le smisurate responsabilità politico-pedagogiche che Sironi assegna agli artisti, in primo luogo a se stesso.

È merito di Elena Pontiggia avere cercato di connettere stabilmente l’intero repertorio di tecniche cui Sironi si dedica nella cornice di un progetto culturale e sociale tanto ambizioso quanto unitario. Sulla scorta di quanto sappiamo dell’artista possiamo affermare che l’Architetto è una sorta di autoritratto di Sironi en travesti: l’artista come tecnico di specie superiore, progettista e designer dell'innovazione, insieme mitografo e stratega.

Scorretto, a suo riguardo, affannarsi a distinguere tra arte, propaganda, vaticinio o editorialismo figurativo. Tutto si intreccia inestricabilmente e rimanda al modo in cui Sironi concepisce e interpreta il proprio ruolo nei decenni mussoliniani, non limitandosi certo alla produzione per musei e gallerie ma impegnandosi nella grafica e nella pubblicità, profondendo energie nella realizzazione di impegnativi progetti pubblici o collaborando con grandi aziende come la Fiat.

Dantini_Sironi l'architetto 1922-1923 (425x500)

Mario Sironi, l'architetto, 1922-1923.

Sironi coltiva l’ambito delle arti applicate sospinto dal suo interesse per il monumentale e le sue possibili trasformazioni in epoca industriale. La stampa, la scenografia, gli allestimenti estendono la platea di destinatari e accrescono il ruolo sociale dell’arte. Intende avvicinare arte e azione e trasformare questa «piccola Italia barbara», come lui stesso la chiama, in una grande nazione. Potente economicamente e militarmente, certo, ma in primo luogo modellata dalla forza d’animo, dalla generosità e dal coraggio – le virtù antiche che Sironi crede siano state forgiate nuovamente nelle trincee della Grande Guerra.

C’è qualcosa di temerario nella posizione di Sironi – così inflessibilmente socialrivoluzionaria, nazionalistica, illiberale. Il crollo dell’Italia fascista coincide con un personale fallimento ideologico dell’artista. Nell’immediato dopoguerra l’artista è messo al bando e le sue quotazioni sul mercato internazionale scontano ancora oggi l’adesione, mai rinnegata, al regime. Tuttavia la grandezza di Sironi emerge sempre più indiscutibile decennio dopo decennio e riceve riconoscimenti crescenti. La potenza delle sue immagini, anche delle più discutibili sotto il profilo ideologico, è incontestabile; e discende in parte dalla glorificazione, per niente elitaria, dell’ingegno, dell’industriosità e del lavoro.

L’artista ci appare una figura centrale del modernismo italiano non solo per il periodo compreso tra le due guerre, ma pure per i decenni che seguono: l’influenza della sua opera si estende infatti, in forme talvolta tacite e inesplorate, alle neoavanguardie degli anni Sessanta e Settanta, impegnate nel difficile confronto con l’eredità del ventennio.

Dantini Sironi Architettura urbana, 1924-1925 (500x361)

Mario Sironi, Architettura urbana, 1924-1925.

Abbiamo iniziato solo da poco a interrogare le immagini di Sironi da punti di vista non estrinseci e a ritrovarne la singolarità nella varietà non immediata di riferimenti. La biografia appena pubblicata ci aiuta a riconoscere l’importanza dell’elemento tedesco-romano nella formazione dell’artista e la componente secessionista nella predilezione per l’iperbole eroica, la riduzione neo-dorica. C’è qualcosa di non interamente umano, di ostile e inconciliato nelle tante rievocazioni sironiane dell’Antico. I suoi contadini o i legionari che valicano le montagne d’Abissinia sembrano discendere dai rilievi storici della Colonna Traiana, tanto sono fermi e inscalfibili nell’adempiere al compito prefissato. Che dire poi delle architetture dipinte? Un proposito come di riscatto confligge in esse con le forme in apparenza semplici e pure. Attendono lo spettatore ferocemente schive e compatte, scandite da una luce terrea, oltremondana, e da ombre impenetrabili.

Sironi reinventa l’architettura del Quattro e del Cinquecento negandole ogni amabilità; impone una tetragona impassibilità dove supponevamo dovessero fiorire urbanità e gaiezza. Non comprendiamo bene se intenda dipingere colonne, portici, cupole o piuttosto titani pietrificati: certo niente potrebbe essere più lontano dei suoi templi dalle leggiadre invenzioni di Leon Battista Alberti o di Bramante. Gli aspetti socialmente progressivi o umanitari del razionalismo architettonico, che conosce bene, non lo interessano; le sue periferie, disabitate e inabitabili, sono il manifesto di una grandezza che ci appare a tratti scabrosa e più che umana.

Elena Pontiggia
Mario Sironi. La grandezza dell’arte, le tragedie della storia
Johan & Levi (2015), 320 pp.
€ 27

Share →

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.

Iscriviti alle notizie da alfabeta2 e alfapiù

* = campo richiesto!

Archivi