Marco Giovenale

Sono molti i meccanismi utili a destituire di retorica e forse seriosità la pagina scritta, avvicinandola semmai alla scioltezza del parlato, magari anche ad alcune felici scorrettezze del flusso verbale orale. Si può scegliere il discorso indiretto libero, optare per il “che” polivalente (riconducibile alla prosa di Verga), abbondare in incertezze e lacune (pensiamo ai puntini di sospensione proliferanti nei testi di Céline), affidarsi all’anacoluto, a concordanze imperfette nella sintassi, a un uso familiare dei tempi verbali, ad una iperframmentazione del narrato, o a vere e proprie – più o meno vigilate – sgrammaticature. O infine organizzare la pagina come sotto una velatura di – né tutta simulata né tutta vera – ingenuità.

Da Tondelli ai cannibali, molti romanzi e racconti si sono arricchiti di simili modi e strategie. Ma pensiamo, ben prima, al Balestrini di Vogliamo tutto (1971), con lasse di prosa velocissima che galleggiano fra il parlato quotidiano, idiomatico, e il resoconto comunque dettagliato di lotte e scontri di piazza. In poesia, o in altre pagine di prosa non narrative anzi spesso antinarrative, lo stesso Balestrini, con molti altri (Sanguineti, senza dubbio), ha scelto queste forme di liberazione della parola dalle gabbie codificate. Modalità che – unite e orchestrate – ben spesso realizzano quella che a me sembra una vera e propria tecnica, alla quale non è forse troppo fuori luogo attribuire il nome di loose writing.

È un modus di scrittura che – in termini definitori che certo risultano spesso di limitata pertinenza e difficilmente riarticolabili nei lessici critici correnti – può senz’altro riguardare l’opera di Carlo Bordini. Il suo stile di scrittura – decisamente conscia – è controllato, certo, ma allo stesso tempo loose: tuttavia non gli rendono giustizia gli aggettivi (in parte traduzioni possibili di loose) “sciolto”, “slegato”, “libero”, “distratto” (all’apparenza), “gettato”, “noncurante”. O meglio: sono espressioni che possono valere se e in quanto si rovescia in positivo la carica di sconcerto innescata nel lettore, che appunto – di fronte a un tono ingenuo o giocoso o grammaticalmente ipercorretto – ha qualche ragione nel sentirsi spiazzato.

Né è scrittura che abbia le movenze dell’impersonalità (pur giovandosi di affetti & effetti a questa pertinenti), dell’astrazione o caduta dell’io, della freddezza. L’io è semmai soggetto (dell’inconscio): esiste, lampeggia, malamente, e se cade non è perché scompare ma perché scivola, ruzzola, scarta di lato, si fa incerto nel/del proprio asserire (in questo rivelandosi vicinissimo alla prosa in prosa gleiziana), e proprio non vuole millantare autoritarismo-autorevolezza, anzi sfugge a ogni struttura rigida del sé. Fugge non dalla responsabilità ma dalla irreprensibilità della retorica. La irride irridendosi, semmai. Bordini è tutto sommato autore di testi anche orientati in senso “egotico”, ma quanto più possibile lontani dal narcisismo; o vicini a un narcisismo per negazione: dove a forza di autolesionismo la sagoma dell’io ricompare sul sonar, dal fondo. (E Dal fondo si intitolava una antologia di scritture di “marginali” – ed emarginati – che Bordini con Antonio Veneziani curò per Savelli, e che Avagliano ha poi ristampato).

Testi esemplari di loose writing appartengono anche alla serie Annamatta, di Alessandra Carnaroli (qui e qui degli estratti). Altri nomi elencabili (di voci però soprattutto attive, pare, a Roma) sono quelli di Paola Febbraro, Rossella Or, Victor Cavallo, forse perfino Amelia Rosselli, a cui ci si può accostare – non senza ragioni – da questa precisa angolazione: osservando le intenzionali “debolezze” e i tratti inconclusi, lo sfumato antilirico, nella trama e disegno del Diario ottuso, ad esempio.

Se di loose writing si può parlare, come credo, in riferimento a pagine tanto memorabili quanto antiretoriche, candide e però scaltre, “informali” ma non informi, non possiamo stupirci che i risultati materiali, sulla pagina, siano tanto convincenti quanto quelli di chi, in altri paesi, opera sui versanti del flarf e del googlism.

§

[…]

Preferisco pensarti senza vederti,
se fossi cieco
sarei molto
felice. Alla TV
fanno Totò le Mokò.

D’inverno ci sono le gare
di sci alla televisione, esse portano
il sole e la luce nelle case
che non ce l’hanno

è primavera
garriscono le bandiere

è estate
non bisogna mettere l’antigelo
si parte senza tirare l’aria

quando il sonno si confonde con la terra
nei vecchi viaggi barbosi
cadono le nevi
si trasformano in nocciole

è estate
comincia il giro d’Italia

[…]

frammento da
Carlo Bordini, Candid camera
(ora in I costruttori di vulcani, Sossella 2010)

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2 Risposte a Gioco (e) radar, # 08
Loose writing

  1. […] continua qui: https://www.alfabeta2.it/2015/03/08/gioco-e-radar-08-loose-writing/ […]

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