Martina Cavallarin

Poter affermare, il prossimo novembre, di avere visto tutta la 56. Biennale di Venezia significherà aver avuto la fortuna di potervi transitare con grande attenzione tutti i giorni in tutte le sue parti. Il progetto di Okwui Enwezor non prevede la solita complessità di un evento tanto articolato, ma sceglie di stare dentro il divenire del mondo con un cospicuo numero di opere che cambieranno - video, film, azioni - e di performance a cadenza giornaliera o settimanale. I residui atomizzati in cui costruire e ricostruire, afferma Enwezor, sono i tasselli che reggono il futuro. Per questo motivo l’impianto concettuale prende le sue mosse dall’Annuario 1974, Eventi 1974 della Biennale di Venezia, anno in cui la vetrina d’arte italiana cercò di analizzare e partecipare alle vicende politiche del Cile a cui la rassegna fu dedicata.

Sotto il segno della duttilità, della storia e dell’impegno partecipato, il curatore espone All the World’s Futures: Le fratture che oggi ci circondano e che abbondano in ogni angolo del panorama mondiale, rievocano le macerie evanescenti di precedenti catastrofi accumulatesi ai piedi dell’angelo della storia nell’Angelus Novus. Come fare per afferrare appieno l’inquietudine del nostro tempo, renderla comprensibile, esaminarla e articolarla? I cambiamenti radicali verificatisi nel corso degli ultimi due secoli hanno prodotto nuovi e affascinanti spunti per artisti, scrittori, cineasti, performer, compositori e musicisti. Ed è proprio riconoscendo tale condizione che la 56. Biennale di Venezia propone All the World’s Futures, un progetto dedicato a una nuova valutazione della relazione tra l'arte e gli artisti nell’attuale stato delle cose.

La 56. Esposizione utilizzerà come filtro la traiettoria storica che la Biennale stessa ha percorso durante i suoi 120 anni di vita, un filtro attraverso il quale riflettere sull’attuale “stato delle cose” e su “l’apparenza delle cose”. «In che modo artisti, filosofi, scrittori, compositori, coreografi, cantanti e musicisti, attraverso immagini, oggetti, parole, movimenti, azioni, testi e suoni, possono raccogliere dei pubblici nell’atto di ascoltare, reagire, farsi coinvolgere e parlare allo scopo di dare un senso agli sconvolgimenti di quest’epoca? Quali materiali simbolici o estetici, quali atti politici o sociali verranno prodotti in questo spazio dialettico di riferimenti per dare forma a un’esposizione che rifiuta di essere confinata nei limiti dei convenzionali modelli espositivi?»

Si tratta di un progetto articolato e quanto mai corale per voci sole, dell’intercessione, dell’analisi e della traduzione operata dal curatore nigeriano statunitense - da sempre predisposto a un approccio storico, interdisciplinare e internazionale - che chiama alle armi artisti, attivisti, pubblico e partecipanti di ogni genere che saranno i protagonisti centrali nell’aperta orchestrazione di questo progetto. Il senso è quello di dare spazio, immaginare e realizzare una diversità di pratiche che nel contemporaneo si muovono tra fratture, crisi, mutazioni e ritmi sincopati.

In All the World’s Futures, lo stesso curatore insieme agli artisti, agli attivisti, al pubblico e ai partecipanti di ogni genere saranno i protagonisti centrali nell’aperta programmazione di questo progetto lavorando nell’Arena. Luogo di teatro, di letture, seminari, analisi economiche e sociali, l’ Arena è uno spazio attivo nel Padiglione Centrale dei Giardini dedicato a una continua programmazione interdisciplinare dal vivo. Il cardine di questo piano sarà l’imponente lettura dei tre volumi di Das Kapital di Karl Marx. Das Kapital diventerà una sorta di Oratorio: per i sette mesi di apertura dell’Esposizione la lettura dal vivo sarà un appuntamento che si svolgerà senza soluzione di continuità.

Negli spazi esterni dei Giardini l’eredità richiamata da Enwezor proviene dal concetto del “Coronation Park” di Nuova Deli, luogo che nel 1947 divenne una sorta di parco delle forme accogliendo tante sculture. Nel Padiglione principale, il posto d’onore è certamente riservato a Fabio Mauri con l’opera Che cos’è il fascismo accompagnata dalla poesia Guinea di Pier Paolo Pasolini che compare come co-autore, a Robert Smithson con Dead Tree, rifacimento dell’albero sradicato del 1969, a Elena Damiani, a L’Ambassade di Chris Marke al quale sarà dedicata una stanza speciale assieme a Peter Frieds e Rirkrit Tiravanija. Alexandre Kluge per l’occasione ridurrà a 6 ore un film della durata di 10; Marlene Dumas espone dipinti inediti creati in dieci anni di lavoro, Hans Haacke presenta opere realizzate tra il 1969 e il 2015, nelle quali denuncia le condizioni socio economiche del suo Paese per un racconto di relazioni poetico-politiche.

Un’altra opera di Fabio Mauri sarà un lavoro sonoro esposto alla Biennale del 1978. Il Moby Dick di John Akomfrah è un organismo che, in sequenze video, indaga i disastri ecologici e la violenza ambientale operata sul pianeta. All’Arsenale le parole dalla luminescenza pericolosa di Bruce Nauman sono installazioni create dal 1970, Allora e Calzadilla espongono un’installazione sonora eseguita dal gruppo romano Vox Nova. Al lavoro per preparare i progetti anche Tania Bruguera che porta a Venezia l’opera sequestrata all’Avana nel 2000. Tra gli altri ci saranno Pino Pascali, Chantal Arerman, Chris Ofili, George Baselitz, Christian Boltanski, Jeremy Deller, Monica Bonvicini, Ibrahim Mahama, Harun Farocki che si presenta con un atlante delle sue opere: 87 film che si avvicenderanno nei mesi dell’esposizione.

Passando in rassegna questi importanti eventi con lo sguardo di chi vive la presente inquietudine che pervade la nostra epoca, afferma Okwui Enwezor, ci si sente come convocati dall’Angelus Novus, il dipinto di Paul Klee. Grazie al filosofo e critico culturale Walter Benjamin, che lo acquistò nel 1921, il dipinto ha acquisito una sorta di status di opera premonitrice trascendendo ciò che effettivamente essa rappresenta. Benjamin vide nell’opera di Klee ciò che di fatto non vi era espresso e nemmeno dipinto.

Piuttosto egli interpretò l’Angelus Novus in maniera allegorica osservando la figura con un chiaro sguardo storico, mentre davanti a sé un’altra catastrofe si abbatteva sull’Europa in un momento di profonda crisi. Riconducendo il dipinto alla realtà che lo circondava, una realtà in cui il mondo così come lo conosceva veniva demolito proprio davanti ai suoi occhi, Benjamin ci obbliga a rivedere la capacità rappresentativa dell’arte. Per lui la figura ritta e animata dallo sguardo sconvolto che sta al centro della tela è “l’angelo della storia” ai cui piedi si accumulano, sempre più alte, le macerie della distruzione moderna. Questa sua insolita interpretazione rimane un’immagine vivida e questo non tanto per ciò che il dipinto di fatto contiene e rappresenta, quanto per il modo in cui Benjamin ci porta a riflettere su come il mondo dell’arte possa stimolarci a vedere oltre la prosaica apparenza delle cose.

Con questa prospettiva, All the World’s Futures, attraverso le sue costellazioni di filtri scaverà a fondo nello “stato delle cose” e metterà in discussione “l’apparenza delle cose” passando da un’enunciazione gutturale della voce alle manifestazioni visive e fisiche, tra opere d’arte e pubblico per un’immersione totale davvero complessa, davvero stimolante. Okwui Enwezor chiude la conferenza affermando che se c’è una politica nel suo progetto questa è una politica delle forme!

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