Raymond Williams

Pubblichiamo un estratto da Il dottor Caligari a Cambridge di Raymond Williams in libreria per ombre corte. Williams è stato tra i fondatori dei Cultural Studies e punto di riferimento della New Left inglese; Il suo contributo arricchisce in modo originale il quadro teorico con il quale, da Benjamin a Bazin, da Morin e Deleuze, siamo stati abituati a pensare che cos’è il cinema.

Il primo pubblico del cinema fu quello della gente delle grandi città del mondo industrializzato. Tra le stesse persone, nello stesso periodo, il movimento operaio e quello socialista crescevano di forza. C’è una relazione significativa tra questi tipi differenti di sviluppo? Molti lo hanno pensato, ma in modi diversi e a volte interessanti. Uno di questi, diventato abbastanza comune, sul perché la Sinistra vedesse film, dipendeva dal fatto che fosse intrinsecamente popolare, cioè un’arte democratica.

A un primo livello, questa tesi formulava che il film fosse riuscito ad aggirare, a scavalcare, il classismo dell’istituzione teatrale e tutte le barriere culturali che l’educazione selettiva aveva eretto attorno all’istruzione superiore. Inoltre, un secondo livello più sofisticato di questa argomentazione prevedeva che il film, come il socialismo stesso, fosse visto come il precursore di un nuovo tipo di mondo, quello moderno: basato sulla scienza e la tecnologia; fondamentalmente aperto e mobile; quindi, non solo un medium popolare, ma anche dinamico e, forse addirittura, rivoluzionario.

Oggi, dopo quasi un secolo di sviluppo prevalentemente capitalista del cinema, che senso ha questa tesi? È semplicemente da gettare in quella pattumiera della storia in cui la Sinistra, in quel periodo, gettava fiduciosa tanti oggetti contemporanei, e nella quale oggi – non sempre scalciando e lottando – trova se stessa e così tante delle sue idee? Vale la pena sviluppare un altro sguardo, altre nuove analisi. In primo luogo, cos’è popolare? La chiave per comprendere la storia culturale degli ultimi duecento anni è il controverso significato di questa parola. Non si tratta solo del cinema: un secolo prima, era la stampa a essere guardata con fiducia ancora maggiore da democratici e radicali come un’espansione, il medium liberatorio che spingeva oltre i mondi chiusi e controllati del potere statale e dell’aristocrazia.

Nella stessa direzione si muoveva la lunga lotta per ripristinare la legittimità del teatro popolare, dato che un provvedimento legislativo del XVII secolo aveva ristretto la pratica legittima del dramma a pochi teatri alla moda. Quel che venne fuori con forza dai teatri “illegali” – e negli spettacoli dei pub, nei circhi, nei music hall – era effettivamente, all’interno di queste condizioni, una forma popolare, un insieme di forme vivaci e divertenti anche se limitate dal fatto di essere escluse dalle vecchie arti. Quando, nel 1843, il provvedimento venne abrogato, furono contemporaneamente rimossi per intero anche gli ostacoli a un’altra forma popolare emergente – il giornale. In un tempo in cui il nostro movimento operaio e tanti della Sinistra gridano con rabbia contro i “media”, è difficile ricordare questa storia, i fatti, però, sono quelli che abbiamo visto e spesso sono temuti dai ricchi e dai potenti perché mostrano pratiche popolari liberatrici, o al limite, che vanno nell’interesse popolare: i media in quanto mezzi – se questa frase non è stata ancora usata – di una rivoluzione culturale.

Ciò che spesso non è stato notato a Sinistra, però, e forse non lo è ancora oggi, è che c’erano altri soggetti interessati all’essere popolare, oltre ai radicali e ai democratici. Quello che si era supposto essere un monopolio, nel senso preciso di un “Popolo” che lotta per i suoi diritti e le sue libertà, si rivelò essere qualcosa di molto diverso e, in quelle condizioni, fu inevitabile che lo fosse. Certamente radicali e democratici combatterono per le nuove forme e le nuove libertà. Ma anche gli imprenditori commerciali, capitalisti nuovo stile, diedero la loro versione delle possibilità insite nelle nuove tecnologie, nei nuovi pubblici che si erano formati nel corso dell’intero processo; e anche loro, come accade oggi, alla testa delle nostre nuove tecnologie, s’impegnarono nella lotta contro le restrizioni imposte dalle leggi di stato, lottarono e manovrarono per quella che oggi chiamiamo deregolamentazione.

Sicuramente non avrebbero vinto in ogni singola istanza se non avessero avuto alle loro spalle la pressione e l’evidenza di una domanda popolare solida. Ciò che vediamo nel caso del cinema delle origini è, in questo senso, del tutto tipico di una più generale storia culturale. Ha dovuto conquistarsi la sua strada combattendo con controlli e regolamenti, e non sempre ha avuto successo. Si consideri la sentenza del 1915 della Suprema Corte degli Stati Uniti con la quale si rifiuta di riconoscere al cinema le libertà costituzionali già garantite alla stampa:

Non può essere nascosto che la visione di film sia un affare puro e semplice... Sono solamente rappresentazioni di eventi, di idee e sentimenti visti e conosciuti: vivaci, utili e divertenti, senza dubbio, ma capaci di fare il male maggiore, avendo il potere di farlo a causa della loro attrattiva e del modo di esibirla.

È perché il cinema era popolare, in senso generale, che doveva essere sottoposto a qualche specie di controllo, com’era accaduto in precedenza con la stampa e come sarebbe avvenuto dopo con la radio, la televisione e il video.

Raymond Williams
Il dottor Caligari a Cambridge. Dramma, cinema e classi popolari
Postfazione e cura di Fabrizio Denunzio – Prefazione di Gino Frezza
ombre corte (2015), pp. 120
€ 10,00

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