Marco Giovenale

“Lo spazio si verbalizza, non il contrario”: questa frase di Paolo Giovannetti, in un suo acuto saggio di prossima uscita dedicato all’edizione inaugurale (2013) dell’incontro EX.IT – Materiali fuori contesto, può venire felicemente trafugata e impiegata per marcare la differenza – ad esempio – fra gli esperimenti de La Nuova Foglio (di Villa, Costa, Mussio fra molti altri) negli anni Settanta, e alcuni di quelli attuali. Se si dovesse individuare il verso della freccia dominante nelle meccaniche verbovisive di alcuni decenni fa, si direbbe che in larga e fortunata parte indirizzava dal verbale al visivo. Sabotava, seguendo e rinnovando le linee delle avanguardie di inizio Novecento, la messa in pagina del linguaggio sottoponendo quest’ultimo a tutte le trazioni e torsioni che il visivo può far proprie.

A civiltà dell’immagine (e società dello spettacolo) fortemente attestata, dunque in anni più recenti, sembra semmai in atto una operazione per molti aspetti quasi opposta. In sé non omogenea, certo, anzi diversificatissima, contraddittoria e imponderabile. Parrebbe trattarsi di una specie di differente o riorientata e magari ironica critica del visivo mossa dall’interno del visivo, con energiche frecce in direzione del verbale. (Ma: non in direzione di una “poesia visiva”; e non in direzione di una assertività, una morale, una narrazione). Pochi appunti qui di séguito, slegati.

> Il glitch sgretola la superficie dell’immagine e sporca (e ‘sbaglia’) l’area e aria glossy delle figure calligrafiche della pubblicità, del film HD, della patina supersapiente della videoarte. Immette loop o errori sistematici nel visivo, più in generale, riscrivendolo (riscrivendone la texture di fondo: esadecimali del codice sorgente). Ci rammenta che sotto le figure c’è un testo che può dimostrarsi deviante e trascinare verso il proprio errore, verso il proprio campo errato, l’immagine medesima, di cui proprio così si denuncia fonte.

> I versanti asemantici spingono ciò che è icona – perfino casuale – verso lo statuto di grafema, o meglio verso la sua apparenza, fermandosi qualche gradino prima del linguaggio.

> I microvideo realizzati da autori fra loro diversissimi come Silvia Tripodi, Mariangela Guatteri, Manuel Micaletto, oscillano tra l’immotivato e il fisso-fissato (e il concettuale) e la beffa (flarf), spostando l’attenzione dell’osservatore dalla fruizione di un flusso (come discorso) all’osservazione delle molecole del flusso (come parole, sillabe), magari.

[In questo, in questa linea di microvideo, si intravedono poi due diverse ramificazioni, soprattutto dove la presenza del verbale/verbalizzato/scritto si attenua: da una parte il nascondimento e dall’altra la sovraesposizione dei meccanismi di ripresa in gioco. Da una parte il video complesso fatto di più video semplici (Tripodi, économie de la cornée, http://youtu.be/TXWo4omYvVk; o droit à la résistance, http://youtu.be/Pt6NcTZTuKM), dall’altra il video rubato con mezzi del tutto minimali all’esperienza quotidiana (Tripodi, 1:01, http://youtu.be/24Tu8q6b9KI). Sembra a me che entrambe le ramificazioni portino a una modalità impropriamente definibile “astrattismo per mezzo del reale”. In attesa di formula migliore, questa è forse non del tutto fuori quadro]

> Gli stessi autori (in particolare alcuni) introducono poi talvolta didascalie nei video, lette o sovraimpresse. Daccapo si dà un movimento verso il verbale. (Pensiamo, in questo senso, anche ad artisti vicini all’animazione vera e propria, come David Shrigley, Rosaire Appel, Massimo Nota, Marc van Elburg).

> Il flarf di Brandon Downing irride e incide Bollywood con sottotitoli giocosi, deformando gli eventi di spezzoni di film (cfr. per esempio http://youtu.be/wMlH15INL7Y). Immagine e musica vengono sottotitolati in modo esilarante, sconnesso.

Ma notiamo: le macchine per prime... operano ora – anzi da tempo – automaticamente in questo senso. Se si clicca sull’icona dei sottotitoli in un qualsiasi video non italiano su YouTube, si ottengono frasi che facilmente hanno del comico.

[Più in generale, e qui riflettendo su un piano però strettamente testuale, per certi aspetti si può osservare che ciò che nei cut-up di Gysin e Burroughs o nel Tape Mark I di Balestrini era frutto di montaggio, per stringhe o blocchi, diventa – nei sottotitoli di YouTube – un piano inclinato automatico fatto di misletture e cadute di sintassi, onniesteso e a tutti accessibile, che già di default fa precipitare l’immagine e il suo parlato verso una imprevedibile messa in crisi verbale, senza alcun intervento di autori). (A teorizzare la reintroduzione di ‘intenzionalità’ in una pratica poi affine al cut-up, il googlism, pensa un autore come K.S.Mohammad, quando parla non di found bensì di sought poetry)].

“Il visivo in direzione del verbale” o “lo spazio si verbalizza” – in verità – sembrano espressioni non generalizzabili. Non “regole”, semmai ricorrenze non infrequenti (le cui matematiche o dinamiche di comparsa, se esistono, andranno studiate).

Ipotesi di lettura da usare – è chiaro – con cautela; ma plausibili, e forse in grado di unificare più aree di esperimenti convergenti.

Post scriptum

Sembra che molti elementi vadano – in tal senso – in felice controtendenza rispetto alla comunicazione generalista e pubblicitaria e politica: è palese nel lavoro di non pochi videoartisti e artisti e autori. Il loro spostarsi dall’immagine (e con l’immagine) verso le parole contrasta ad esempio con l’uso ormai dilagante dei video nei quotidiani online, che per non “affaticare” il lettore (e forse per non pagare i giornalisti, ridotti a riciclatori di lanci d’agenzia o carta carbone di comunicati stampa) infarciscono le news di riprese video, reportage audio a schermo fisso, gallerie fotografiche: tutto pur di non spendere un grammo di sintassi, di alfabeto, che inevitabilmente distrarrebbe il lettore dalle animazioni flash delle pubblicità che circondano (= pagano) la testata.

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3 Risposte a Gioco (e) radar, # 07
Lo spazio si verbalizza

  1. […] continua qui: https://www.alfabeta2.it/2015/03/01/gioco-e-radar-07-lo-spazio-si-verbalizza/ […]

  2. Un buon inizio per voi. Apparentemente senza vestito, ma con il cappello. Joe cocker Vero. A presto in 2015

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