Michele Emmer

Che cosa è l'infinito? «Voce dotta dal latino infinitum, composta di in - negazione - e finitus (finito) sul modello del corrispondente greco àperion, agg., che è assolutamente privo di limiti e determinazioni spaziali e temporali, attributo di Dio che non ha principio né fine, di ciò che è estremamente grande, lungo, immenso, innumerevole, s.m., ciò che non ha fine nel tempo e nello spazio». Ma l'etimologo Giovanni Semerano ha rintracciato il suo significato originario nella madre di tutte le lingue, l'accadico-sumero, nella parola polvere. Il legame con la matematica? «Le affermazioni paradossali che si incontrano in matematica sono certamente per la maggior parte, benché non tutte, proposizioni che o contengono in modo immediato il concetto di infinito, o si fondano in qualche modo su tale concetto attraverso la dimostrazione per esse proposta. Ancor meno discutibile è il fatto che tale categoria di paradossi matematici includa precisamente quelli che meritano il nostro esame più accurato, in quanto la soluzione di problemi molto importanti di altre scienze, come la fisica e la metafisica, dipende da una soddisfacente confutazione delle loro apparenti contraddizioni».

Bernad Bolzano (1781-1848), sacerdote cattolico nato a Praga da famiglia di origine italiana pubblicò i Paradoxien des Unendlichen nel 1847/48 (ed. ital. I paradossi dell'infinito a cura di F.Voltaggio, Feltrinelli, 1965). Prosegue Bolzano: «Che l'infinito sia contrapposto ad ogni mero finito è già espresso dal termine stesso. Il fatto stesso di ricavare il primo termine dal secondo rivela inoltre che noi consideriamo anche il concetto di infinito come derivante da quello di finito con la sola aggiunta di un nuovo elemento (tale è infatti il concetto puro di negazione)». Tutti i termini così costruiti costituiscono «molteplicità numerabili», in quanto possono essere contate con i numeri interi positivi. «Tali termini possono essere tanti che questa successione, in quanto debba comprendere in sé tutte queste unità, non possa avere assolutamente un ultimo termine... I matematici non hanno fatto uso del termine infinito in altro senso che questo: se trovano una quantità maggiore di qualsiasi numero di unità assunte, la chiamano infinitamente grande, se trovano una quantità così piccola che ogni suo multiplo è minore dell'unità, la chiamano infinitamente piccola, ne riconoscono alcuna altra specie di infinito oltre queste due e altre specie da esse derivate, infinitamente più grandi o infinitamente più piccole, che discendono tutte dallo stesso concetto. Alcuni filosofi però, per esempio Hegel e i suoi seguaci, non sono soddisfatti di questo infinito dei matematici e lo chiamano con disprezzo cattiva infinità, rivendicando la conoscenza di un infinito molto superiore, il vero infinito, l'infinito qualitativo, che essi trovano solo in Dio, e in generale, nell'Assoluto».

Il primo ad accorgersi, senza avere una spiegazione, dei problemi che poneva alle nostre menti «finite» il trattare quantità infinite fu Galileo Galilei. Se si prende una quantità infinita e se ne toglie una quantità infinita si può ottenere una quantità infinita come era all'inizio dell'operazione. Esempio di Galileo: se dai numeri interi positivi tolgo i pari quelli che restano sono tanti quanti erano tutti i numeri di partenza. Perché? Semplicissimo: restano i dispari che si possono contare: il primo dispari, il secondo e così via. Scienza da palcoscenico. Cosa sto facendo? Sto dando una «spiegazione». Ha senso in questo contesto? È teatralmente corretto? No. Nella presentazione nello spettacolo Infinities è scritto che Ronconi non vuole realizzare uno spettacolo divulgativo/dimostrativo. Una mostra, piuttosto, non ci deve essere l'esigenza di comprendere, ma solo la possibilità di cogliere qualcosa. Nel 2001 Ronconi era stato invitato al convegno «Matematica e cultura» a Venezia, non era potuto venire e aveva inviato un testo ora pubblicato nel volume Matematica e cultura 2002 (tra l'altro vi è contenuto anche un testo di Barrow sull'universo).

Scrive Ronconi: «Credo che - come già anni fa in Italia hanno dimostrato, sul versante delle lettere, scrittori quali Vittorini e Calvino, ma come non citare con loro anche il nome dell'ingegner Gadda - nell'era della scienza in cui viviamo, nel saeculum cioè che forse più di ogni altro ha visto i copioni della vita di ogni giorno adeguarsi direttamente o indirettamente ai precetti del pensiero scientifico, la scienza potrebbe rilevarsi il più conveniente palcoscenico per ospitare un'azione drammatica genuinamente contemporanea. Perché il linguaggio della scienza, trasferendosi in teatro, posso sviluppare tutto il suo potere eversivo e innovativo ritengo sia necessario che venga fedelmente trascritto in scena, evitando ogni filtro esplicativo. In altre parole per progettare uno spettacolo autenticamente scientifico, e non semplicemente di argomento scientifico, sono convinto che si debba rinunciare alla strategia politicamente corretta della divulgazione e si debba piuttosto puntare sulla natura squisitamente esoterica della raffinatissima scienza specialistica odierna». Con queste parole in mente, oltre al testo di Barrow, ho intrapreso il viaggio nello spettacolo Infinities. Ha scritto Giorgio Strehler in una lettera del 1950: «Quanti hanno scritto e scrivono di uomini che non hanno conosciuto e di spettacoli e storie che non hanno mai veduto. E il teatro invece è cosa viva, non si racconta. E quando il sipario è chiuso, deve restare nel nostro cuore il suono dell'ultimo verso. Deve diventare diario». (G. Strehler Lettere sul teatro, a cura di S. Casiraghi, Archinto, 2000).

Cosa ricordo dello spettacolo? Cosa ricordo delle parole, cosa ricordo dell'infinito? Ho scritto un diario mentre percorrevo le diverse stazioni dello spettacolo. È stato già detto e scritto che lo spettacolo è in continuo mutamento, che lo spettatore se volesse potrebbe rivederlo all'infinito senza uscire dal luogo teatrale (tranne quando gli attori, sfiniti, se ne vanno), che è l'idea di Galileo che non possiamo cogliere la infinità dello spettacolo con la nostra mente finita ma solo una parte. La mia prima impressione è che la matematica funziona perfettamente. Che nella prima stazione, l'albergo infinito di Hilbert, quello spazio davvero infinito verso l'alto, con i numeri, le persone, i piani, la matematica con quei segni che compaiono sulla lavagna a cristalli liquidi rende ancora più appassionante il seguire gli attori la prima volta che si assiste allo spettacolo e poi quando ci si ritorna dopo la fine (?) dell'ultima stazione. Spiegazioni, quelle sulla lavagna? Non direi. Segni, immagini, suggestioni, ironia (non ci sarebbe una spiegazione più semplice, dice uno dei personaggi, o uno di noi spettatori).

E la cosa geniale è che noi tutti, regista, spettatori, attori, stiamo sperimentando, siamo in uno spazio che certo non è infinito ma che è molto simile a quello che noi ci immaginiamo essere uno spazio infinito. E testiamo, cerchiamo, vogliamo, e quei segni ci aiutano, ci suggeriscono, magari ci confondono. Stiamo facendo della scienza? Quei segni sulla lavagna ci ricordano che dobbiamo riuscire a descrivere in parole chiare il problema, allora la nostra scienza ci sarà utile. La stanza tre è la stanza della ricerca scientifica. Dobbiamo scegliere la nostra via, dobbiamo cogliere qua e là, dobbiamo cercare di ricostruire, è impossibile, è realistico? Non sappiamo, non lo sapremo mai. Le parole di Borges ci guidano, ci illudono, ci disorientano. Cercare di capire il mondo non dimenticando mai quella frase di Amleto «Ci sono più cose in cielo in terra di quante non ne sogni la tua filosofia». Uno spazio incredibile che era il deposito delle scenografie del teatro de la Scala. Grandi specchi ci fanno scoprire, come diceva Amleto, di essere dentro uno spazio limitato ma che aspira all'infinito. Abbiamo sperimentato l'infinito? La stanza quattro è la stanza della comunicazione della scienza: che è difficile, disturbata, caotica.

Molti parlano: noi, gli attori? I segni non si leggono. Gli spettatori dovrebbero riuscire a vincere la timidezza, l'impaccio che hanno e partecipare di più. Paura della scienza, di sentirsi non preparati, paura del teatro? L'esperienza dello studente, di colui che vuole imparare. E gli attori aiutano con una recitazione molto semplice, stringata, essenziale. Tutto benissimo dunque? Ho una sola osservazione da aggiungere. Ho sentito la conferenza che Barrow ha tenuto qualche giorno prima della messa in scena dello spettacolo. Ha praticamente letto la stazione quinta dello spettacolo. Era molto poco coinvolgente, ripetitiva, noiosa. Il testo, le parole stesse. Può sembrare paradossale ma le parti che mi sembrano meno convincenti sono quelle in cui le parole dello scienziato (in realtà in molti casi delle citazioni) prendono il sopravvento sulla regia teatrale. Tanto che in diverse situazioni Ronconi fa parlare gli attori in contemporanea e le parole non si colgono.

Lo spettacolo non deve spiegare, non deve essere divulgativo, tanto meno «didattico», come dice giustamente Ronconi. Però sono momenti che non toccano la grande esperienza che si fa e che si vorrebbe continuare, sì all'infinito, nelle infinite stanze, con gli infiniti attori. Abbiamo sperimentato, abbiamo colto brandelli dello spettacolo, degli altri spettatori, della nostra vita. Abbiamo forse colto che cosa è la ricerca scientifica, che cosa è la regia teatrale, che cosa è la creatività dell'uomo.

Questo testo è apparso su «L’Unità», il 9 Aprile 2002.

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