Sergio Escobar *

È incredibile quanta complessità debba precedere la semplicità (James Hillman)1

Chi ha tolleranza per l’imperfezione fisica della vita, non avrà tolleranza per la mutilazione del linguaggio. Prima o poi avrà nostalgia per qualcosa di grande (F. Colombo)2

 L’infinito … l’altro … quello che non possiamo vedere, toccare, raggiungere. Quello che non possiamo nemmeno spiegare … Quello (G. Guitto, classe 4°, Istituto S. Virgilio - Milano)

Da Galileo a Infinities

“Carissimo Roberto, mi dicono che nella Parrocchia di San Satiro si celebrano novene perché il nostro Galileo non vada in scena”. C’è da giurare che queste parole di Grassi a De Monticelli sgorgassero dalla limpida “fede laica” piuttosto che dalla recriminazione lamentosa. Che una parte consistente del mondo cattolico “reagisse” al Galileo3 non poteva, non può, sorprendere: sarebbero dovuti passare ancora sedici anni perché, nel ’79, per il centenario della nascita di Einstein, la Chiesa ponesse all’ordine del giorno la riapertura del caso Galileo, e ben trentacinque per l’apertura degli archivi, a tre secoli e mezzo dal processo a uno dei fondatori della scienza moderna. Ma se tutto si fosse iscritto alla vicenda di tre secoli e agli scandali un po’ bigotti, il Galileo non avrebbe passato il tempo della cronaca. Accadde altro che segnò la storia del Piccolo e di generazioni di pubblico, di studiosi: un intreccio di uomini, saperi, linguaggi. Con Infinities4 di J. D. Barrow e Luca Ronconi, quarant’anni dopo, si sono create le stesse condizioni per una nuova avventura nel linguaggio del teatro.

“Tutto è cominciato dalle navi” scriveva Brecht-Galileo: per noi tutto è nato con un progetto, dal titolo Teatro e Scienza, ma anche dal proseguire un viaggio, dalle navi delle idee delle utopie, dal non provare minor voglia di navigare anche dopo aver scoperto che “il grande oceano non è che acqua”, dal credere che l’infinito possa vivere nel finito. Il progetto si lega naturalmente alla vocazione del Piccolo. Galileo creò scandalo perché si affidò il grande discorso sulla scienza non a saggi, a convegni accademici, ma allo spazio finito del palcoscenico di via Rovello, contando sulla capacità del teatro di creare nuovi linguaggi, rinvii, relazioni, emozioni piuttosto che persuasione, divulgazione. Il Teatro, allora come oggi, non veniva usato come metafora raggelante di un mondo dato, concluso, da scoprire, ma come ricerca costante.

Gli anni Sessanta sono stati per alcuni solo la contestazione, per altri, anni prima, quelli della nascita, a Milano, della prima cattedra di epistemologia, una vera scuola di pensiero, intorno a Ludovico Geymonat che avrebbe, innanzitutto, segnato l’inizio dello studio del linguaggio scientifico (è del 1960 Filosofia e Filosofia della Scienza di Geymonat)5. Geymonat partecipò attivamente alla preparazione del Galileo. Fu ancora lui a cogliere – al di là delle novene – come le vere resistenze venissero dagli ambienti accademici (non solo cattolici) preoccupati del vacillare dei confini chiusi tra scienza e linguaggi comuni. Fu il luogo del teatro, fisico, e delle sue convenzioni condivise a modificare il linguaggio dei ricercatori che incontrarono allora – come ora per Infinities – il pubblico più eterogeneo per età e interessi per parlare di scienza mentre “l’accademia”, umanistica o scientifica che fosse, condannava il progetto ritenendo il teatro un “luogo non adatto”. L’idea che si affermava, e che avrebbe fatto nascere una generazione nuova di ricercatori e anche di “spettatori”, è che le teorie in cui si articola la scienza non sono affatto chiuse, ma ricche di comunicazione l’una con l’altra e con il linguaggio comune. Si apriva un’epoca nuova per i saperi, i linguaggi, la circolazione delle idee come fondante la conoscenza.

Si anticipava di decenni l’apertura alle riflessioni sul superamento dell’idea deterministica (neodeterministica?) della scienza e la critica alle iperspecializzazioni – oggetto degli studi di Edgar Morin6 – inadeguate ad affrontare – nella scienza, come nel teatro – le nuove complessità che si sarebbero manifestate in luogo del passaggio “dal mondo del pressappoco all’universo della precisione” come aveva profetizzato esattamente negli stessi anni (1961) il grande storico e filosofo A. Koyré7. Non la precisione avremmo dovuto affrontare, ma la complessità e il caos. La necessità, fondante qualsiasi forma di conoscenza, della circolazione delle idee, dei saperi, unisce i due progetti.

La scienza è circolazione di idee, da quando Mersenne e Cartesio si scambiavano un fitto epistolario ad ora, senza accontentarsi della scivolosa superficie della divulgazione esasperata dai nuovi media. Circolazione di idee, non solo di cronache. La circolazione delle idee dei saperi, anche nella loro imprevedibile contaminazione casuale è espressione di una nuova etica ed insieme di una rigorosa idea laica della scienza, della conoscenza. Va ben oltre la contingenza della democratizzazione del potere della scienza, ne costituisce l’essenza. Persino il politico Brecht che si trovava a Beverly Hills nel ’47, per la versione americana del Galileo con Charles Laughton, proprio nei giorni dell’atomica su Hiroshima, annotava al testo inglese “il segreto di cui militari e politici circondarono la gigantesca forma di energia: la libertà di ricerca, lo scambio delle scoperte, la comunità internazionale degli scienziati, tutto era paralizzato”. Per queste ragioni (e non infondate preoccupazioni per un nuovo contingentamento dei saperi) Infinities è stato “accompagnato” da sei mesi di incontri, nei luoghi del teatro, sulla scienza e sulla circolazione delle idee.

Come allora Geymonat incontrò il Piccolo per Galileo, ora la scuola nata da lui, Giulio Giorello, Enrico Bellone, Pietro Corsi, Pietro Redondi, per citarne solo alcuni, ed anche chi scrive (anche se ha lasciato l’epistemologia per un’altra ricerca, il teatro) si sono ritrovati con SpoletoScienza di Pino Donghi, con il Politecnico di Adriano De Maio, con la Bicocca di Elio Sindoni e tanti altri luoghi della ricerca, intorno al lavoro di Luca Ronconi. Per riflettere sugli stessi temi, ancora più pressanti oggi. Se allora lo scontro tra “le due culture” era evidente e “l’interferenza” del Piccolo appariva ai più fuori luogo e inopportuna, ora, apparentemente, la separatezza sembra superata (nella forma più banale se ne ha una esemplificazione nella riforma scolastica, con l’ideale della scuola delle tre “i” che supera il problema delle “due culture” semplicemente cancellandole entrambe).

Apparentemente viviamo il migliore dei mondi possibili per la “democratizzazione”, per la divulgazione onnipresente dei contenuti della scienza. In realtà – e questa idea condivisa è altro elemento del progetto – sono convinto che mai come ora si corra il pericolo di un allontanamento dalla cultura scientifica. Sembra contraddittorio: non c’è discorso, “contenitore televisivo del sabato sera” che non si occupi di divulgare la scienza di far conoscere a tutti quel che sanno in pochi. Si sta riaffermando una visione neodeterministica della scienza. Alla divulgazione delle scienze corrisponde un allontanamento dal metodo, dalla visione critica, che attribuisce più valore al cercare che al trovare della scienza, dal linguaggio, dalla distinzione essenziale tra valore e utilità (“volete la certezza dell’utilità del nostro lavoro? Dateci i soldi e lasciateci giocare” rispose un fisico tedesco ad un politico negli anni Cinquanta). Tradurre divulgando equivale a tradire scienza e uomo comune.

Dunque occorre creare un nuovo rapporto di confidenza non rassicurante ma “incuriosente” tra scienza e senso comune. Il Teatro può molto. Bruce Weber ha curato, nel giugno del 2000, uno “speciale week-end” del New York Times dedicato proprio a questo tema. La scienza trova casa in palcoscenico8, titolava chiedendosi perché tanto interesse proprio ora? Anche Weber arriva alle nostre stesse conclusioni: non la divulgazione, la semplificazione (che con la parola semplicità condivide solo sei lettere, ma ha significato opposto!) dei contenuti “non sarete certo in grado di ripetere e spiegare la teoria di Heisenberg quando lascerete il teatro, ma avrete la sensazione di capire... in questi lavori la ricerca scientifica si esprime come ricerca del bello e del vero non tanto per il suo risultato che è esattamente quello che fanno gli artisti” che non si scoraggiano di fronte “all’impresa umana condannata all’incertezza”. Ma non solo, ciò che si genera è un nuovo linguaggio condiviso tra discipline e tra pubblici: “i nuovi lavori scientifici introducono benefici elementi nel panorama teatrale, termini come numero complesso, fotone, isotopo, non sono vocaboli comuni sui palcoscenici... lo sforzo per renderli comunicativi crea veri e propri nuovi strumenti sonori innovativi”.

Cercare più che trovare, il valore dell’ignoranza

Quando sono chiamati a discuterne in pubblico gli scienziati parlano solo di ciò che sanno (e assai poco di come sono arrivati a saperlo), ma se origliate quando chiacchierano liberamente tra loro scoprirete che le uniche cose di cui parlano, che li appassionano, sono quelle che non sanno. Ciò che li muove è una maledetta passione per ciò che ignorano. Questa è la vera natura della ricerca scientifica, del teatro, su questo si può dunque costruire il loro rapporto. Su questo si è costruito Infinities.

Teoria – come espressione di una ipotesi scientifica – e teatro hanno la stessa radice: vedere, si fondano non sul vero e falso, non su linguaggi rigidi, immutabili, ma sulla ricerca rigorosa che rispetta le convenzioni condivise e le regole del gioco, ma disposte a cambiarle se falsificate. Vedere presuppone il senso della memoria: non è dunque un caso se la concezione laica (e utopica) della scienza di Geymonat coincise con una rivalutazione della “storia della scienza” (meglio del pensiero scientifico) e se nel nostro Teatro la memoria ha una funzione non di rimpianto, ma di illuminazione del futuro.

Questa concezione comune della scienza e del teatro è ancora più necessaria perché entrambi debbono occuparsi non più di oggetti finiti, ma della complessità. La scienza sembra condannata alle scienze, il pubblico ai pubblici, il Teatro ai teatri. Pur rispettando lo sviluppo di linguaggi specifici, perché non potrebbe nascere un nuovo umanesimo capace di interpretare e ricomporre laicamente le frammentazioni dei saperi, degli individui, una nuova visione del mondo?

Perché Infinities

Ed ecco il senso della necessità – non si potrebbe chiamarla altro che così – di portare in scena uno spettacolo che parla di scienza. Per rispondere alla nostra esigenza di una utopia laica, fondata sulla circolazione dei saperi, delle idee, nel segno di una interdisciplinarità, che faccia di Milano il luogo delle opportunità, il terreno di circolazione di idee, lingue, linguaggi, occasione di scambio di saperi, emozioni, linguaggi, passioni, con il compito di ricostruire un comune sentire da opporre alla frammentazione e alla solitudine minimalista delle nuove “classi” della cultura e del teatro. È un progetto laico, concreto: il fare credendo in quello che si fa ci lega al lavoro di Paolo Grassi, di “grandi vecchi” che ho incontrato nella mia vita, qui, a Milano, come Geymonat, Einaudi, Paci, Gavazzeni, Badini, grandi vecchi che hanno saputo creare generazioni nuove, proprio a Milano: a noi, che non siamo né vecchi né grandi, la responsabilità di non disperdere questo valore. È il progetto che lega chi lavora in questo teatro. Ed è il progetto che ci lega al pubblico. Ci riconosciamo in questo senso nelle idee di un altro grande vecchio, Edgar Morin:

Il richiamo della fraternità non è confinato in una razza, in una classe, in una élite, in una nazione. Viene da coloro che, ovunque siano, lo sentono in se stessi… ci sono degli esseri di “buona volontà” per i quali il suo messaggio è il loro messaggio. Forse sono più numerosi fra gli inquieti, i curiosi, gli aperti, i teneri, i meticci, i bastardi e altri incroci.

Sono le stesse tenere inquietudini, gli stessi incroci che muovono gli uomini di scienza (le scoperte vere sono ormai ai confini delle discipline) e gli uomini di teatro, come Luca Ronconi, che creano linguaggi ai confini delle tradizioni. È stata la stessa apertura a guidare la nostra stagione appena trascorsa, la 55a: vogliamo destinare il nostro grande e piccolo, quotidiano lavoro, il magnifico “far teatro” ai giovani, al loro presente e non rinviandoli solo al futuro, forti della memoria, una memoria da progettare, una memoria del futuro per ricomporre le angosce delle frammentazioni di idee e ideali. Mi ha molto colpito, in questo senso, il libro di Lev Manovich, edito da MIT/Olivares, Il linguaggio dei nuovi media9, che insiste sull’urgenza e sulla responsabilità di capire ora la portata estetica-etica sociale dei cambiamenti per riuscire a viverli e non doverli subire. Sono queste le ragioni per cui ci “sporchiamo” e ci “sporcheremo” le mani con la scienza, con internet, con i “mercati”, come nel ’47, anno della nostra fondazione, ce le si “sporcava” nelle fabbriche.

È un progetto ambizioso – quanto umile, del fare quotidiano – con una valenza teoretica, ma anche etica (sono distinguibili? O è la distinzione a creare settorializzazioni e frammentazioni?) come interpretazione della complessità non inconciliabile con quelle che Edgar Morin chiama “fraternità” e che affida agli “inquieti, i curiosi, gli aperti, i teneri, i meticci, i bastardi, e altri incroci”. Uomini di scienza, di teatro – e non solo – dovrebbero essere così.

I giovani hanno risposto in maniera straordinaria a quanto – poco, senza’altro, ma è già qualcosa – siamo riusciti a offrire loro. Migliaia di giovani (oltre 6.000 solo alla Bovisa) sono stati protagonisti, immediati e naturali, affollando a Milano e a Valencia gli spettacoli, tanto da far ripensare alla stessa idea di repertorio con la riproposta dello spettacolo a Milano, nel maggio 2003, per oltre 20 recite. Quegli stessi giovani che sono stati il tramite tra Teatro e Università a Milano e a Valencia e che – ci stiamo lavorando con gli amici spagnoli – potrebbero esserlo presto ad Alessandria d’Egitto in una versione in arabo del testo. Giovani erano – e più di cinquantamila – anche quelli che hanno gremito il teatro greco di Siracusa durante le recite di Prometeo incatenato, delle Baccanti, delle Rane di Luca Ronconi, nate da un altro ponte gettato, questa volta, sul Mediterraneo, e che costituiscono la parte centrale del prossimo triennio del Piccolo a Milano, ma anche in Europa (Francia, Spagna, Grecia) nel Mediterraneo e oltre.

Giovani che non credono più nella politica ma che sono sempre più riattratti dalla polis, dalla necessità di un nuovo senso etico della città. E come non ricordare le centinaia di giovani che hanno gremito il Teatro Studio per gli incontri sulla scienza curati, nel corso della stagione 2001/2002, da Giulio Giorello che ci hanno riportato al clima del Galileo del ’63? Oppure quei 50 laureandi della facoltà di Architettura che si sono appassionati all’idea di realizzare un “dream project” (un progetto, cioè, senza, riscontri “pratici”) per restituire vita, definitivamente, alla Bovisa dove Infinities è nato?

A questi ragazzi, al loro entusiasmo, alla loro capacità di sorprendersi, al loro desiderio di conoscere si rivolge il nostro grande e piccolo, quotidiano lavoro, il magnifico “fare teatro”, al loro presente, senza rinviarli solo al futuro, forti, noi di una memoria, una memoria da progettare, una memoria del futuro che ricomponga le angosce delle frammentazioni di idee e ideali “ponendoci le domande – cito ancora Edgar Morin -, le domande dei bambini, ma con la consapevolezza degli adulti”.

* Direttore del Piccolo Teatro di Milano

Questo testo è apparso in M. Emmer, ed. Matematica e cultura 2003, Springer Verlag

  1. J. Hillman (2001), Il piacere di pensare, Rizzoli []
  2. F. Colombo (1999), La vita imperfetta, Rizzoli []
  3. B. Brecht (1963), Vita di Galileo, Einaudi []
  4. J. Barrow (2001), Infinities, copione teatrale []
  5. L. Geymonat (1960), Filosofia e filosofia della scienza, Feltrinelli []
  6. E. Morin (2002), Educare gli educatori. Una riforma del pensiero per la democrazia cognitiva, EdUP []
  7. A. Koyré (1992), Dal mondo del pressappoco all’universo della precisione, Einaudi []
  8. B. Weber (2000), Science finding a home onstage,The New York Times []
  9. L. Manovich (2002), Il linguaggio dei media, Edizioni Olivares []
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