Stefania Parigi

L’idea dell’itinerario attraverso cui si snoda il Lessico del cinema italiano (primo volume di un’impresa collettiva che si articola in tre tempi, scanditi da tre archi alfabetici: A-G, H-P e Q-Z, comprendenti ventuno lemmi) è di Roberto De Gaetano, che ha già sperimentato un’analoga impostazione concettuale nella rivista «Fata Morgana», «quadrimestrale di cinema e di visioni» arrivato al nono anno di pubblicazione.

Il sottotitolo Forme di rappresentazione e forme di vita indica chiaramente la prospettiva da cui si è scelto di guardare il nostro cinema e di ripensarlo mediante un’ottica che esclude la linearità cronologica delle storie tradizionali. Il Lessico ruota, infatti, intorno a un epicentro stabilmente definito: il rapporto tra l’immagine cinematografica e l’esperienza esistenziale, sociale, culturale nel lungo periodo che si estende dagli anni del muto fino a oggi. Per rompere programmaticamente ogni indugio storicistico si è scelto di aprire ciascun lemma con una sorta di «frana» nella contemporaneità: una scena significativa, tratta da un film attuale, che funziona come ouverture del discorso, collegando presente e passato secondo un filo genealogico mediato dalla lezione di Foucault. A questa accensione iniziale segue un’introduzione metodologica al percorso che si sta per affrontare.

La vertigine temporale coesiste con l’inevitabile pluralità semantica di ogni lemma: Amore (Roberto De Gaetano), Bambino (Emiliano Morreale) Colore (Luca Venzi), Denaro (Marcello Walter Bruno), Emigrazione (Massimiliano Coviello), Geografia (Francesco Zucconi) offrono in questo primo volume una varietà di accezioni che porta a misurarsi con campi discorsivi e modelli di film profondamente differenti, talvolta addirittura contrastanti.

Se nessun lemma può essere univoco ogni autore, però, è chiamato ad attivarne in primo luogo la dimensione concettuale, fuoriuscendo dall’ambito strettamente tematico-descrittivo che caratterizza il classico lavoro enciclopedico, affidato a un’ansietà analitica più estensiva che intensiva. Qui si insegue, al contrario, la dirompenza di un’idea, di un sentimento, di una modalità esistenziale che si incarnano in una forma di rappresentazione e ne accompagnano il duplice flusso di permanenze e cambiamenti.

Roberto De Gaetano esplicita incisivamente questa direzione di ricerca, sottolineando la maniera specifica con cui il cinema incontra la varietà del mondo interpretandone figure, eventi e gesti al di fuori di una logica strettamente riproduttiva, captandone talvolta i movimenti ancora nascosti. È intorno a quest’asse cinema-mondo che la tradizione cinematografica italiana ha costruito i suoi tratti distintivi in contrasto ai modelli hollywoodiani. La tesi di De Gaetano – che riprende le parole pronunciate da Godard a proposito del neorealismo nelle sue Histoire(s) du cinéma – è che il nostro sia un cinema «senza uniforme», nato in un paese in cui la mancanza di coesione sociale e politica ha prodotto grandi potenzialità estetiche, attingendo a un sentimento della vita che non si è mai incanalato in un modello istituzionale condiviso, ma anzi è stato impregnato di un profondo scetticismo nei confronti della politica e dello Stato.

Non a caso al cinema italiano è quasi sempre mancato l’epos, strettamente congiunto alla fiducia nella politica come agente di cambiamento del mondo. Seguendo le orme di Leopardi, le riflessioni di De Sanctis, Gramsci e Pasolini, De Gaetano delinea la «modernità anomala» e precoce di «un popolo senza patria né identità, ma con un forte sentimento di individuazione, che si traduce in sensibilità, sguardo sul mondo, vicinanza alla vita». Tutte forme caratteristiche di un cinema sostanzialmente impuro come quello italiano: capace di riattivare una «credenza» nel mondo durante il neorealismo, ma anche di tracciare, con i toni grotteschi della commedia, una cinica critica del soggetto derealizzato nell’epoca del neocapitalismo o, addirittura, di sostituire al mondo l’orizzonte ludico dell’immaginario, come avviene nel western all’italiana, già in sintonia con la postmodernità.

Sull’opposizione tra la mancanza di una spiccata identità nazionale, non incarnata nello Stato e nella legge, e un forte sentimento di individuazione, capace di ramificarsi in una pluralità di modelli percettivi e cognitivi, De Gaetano articola la sua analisi introduttiva: puntando a liberarsi da vecchi stereotipi, a intrecciare in modo nuovo il cinema con le altre arti, oltre che con gli altri media, a inserire le forme di rappresentazione nell’ambito di una tradizione culturale composita e stratificata. Si riconosce, come sottofondo continuo, anche una tensione a ripensare le immagini attraverso la filosofia, ovvero partendo dai «concetti che il cinema suscita», secondo gli insegnamenti di Deleuze.

L’esperienza cinematografica italiana si configura come una zona tellurica, piena di faglie aperte, che permette di interrogare da una postazione privilegiata le stesse idee di nazione e di popolo, la cui dissoluzione costituisce materia del dibattito contemporaneo riguardo alla globalizzazione. Proprio sull’estraneità italiana allo Stato nazionale si fonda il rifiuto della nozione di identità a favore del concetto di individuazione che – secondo le teorie di Gilbert Simondon, autore particolarmente caro a Deleuze – è proprio di un fondo unitario pre-individuale, legato alla natura, alla lingua, all’esperienza storica. In questo senso la frase provocatoria di Godard, riportata in quarta di copertina, ha un valore emblematico, legando la grandezza di un cinema «senza uniforme» come il neorealismo proprio a quegli elementi di individuazione che sono determinati dal corredo linguistico e culturale.

«Come ha fatto – afferma Godard – il cinema italiano a diventare così grande se nessuno, da Rossellini a Visconti, da Antonioni a Fellini, registrava il suono con le immagini? C’è una sola risposta: la lingua di Ovidio e Virgilio, di Dante e Leopardi, è affluita nelle immagini».

Lessico del cinema italiano
Forme di rappresentazione e forme di vita. Volume I

a cura di Roberto De Gaetano
Mimesis (2014), 536 pp.
€ 28

 

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Una Risposta a Vita e rappresentazione nel cinema italiano

  1. sergio falcone ha detto:

    Il cinema italiano? Morto e sepolto. Che riposi in pace.

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