G.B. Zorzoli

In molti l’espressione Terza via susciterà oggi una reazione analoga a quella di don Abbondio davanti al nome Carneade. Eppure il suo inventore, Anthony Giddens, visse il proprio quarto d’ora di celebrità nell’ultimo scorcio del XX secolo con un saggio che dava copertura ideologica all’accettazione sostanziale, da parte di Blair, dei cambiamenti imposti dalla Thatcher, nobilitata quale fantomatica terza via tra il neoliberismo e il socialismo tradizionale. Teoria che, fra l’altro, incontrò l’entusiastica adesione di D’Alema, allora fresco premier, desideroso di replicare in Italia i successi politici di Blair.

Alla ricerca di nuove avventure del pensiero, nel 2011 Giddens ha dato alle stampe un saggio su La politica del cambiamento climatico, che solo ora esce tradotto in italiano. Non è stato un buon servizio per l’autore. Dimentichiamo pure alcune magagne del testo italiano, tipo non convertire nel sistema metrico le unità di misura anglosassoni, culminate nella comica definizione di BTU come “la quantità di calore necessaria ad alzare la temperatura di una libbra di acqua da 60 a 61 °F” (non sarebbe stato più semplice e chiaro scrivere che ci vogliono 3,97 BTU per fare una chilocaloria?). Quattro anni sono un tempo relativamente lungo per un settore scientifico in rapida evoluzione, come quello sul cambiamento climatico. Non è colpa di Giddens, ma è fatica sprecata leggere oggi pagine e pagine di considerazioni basate sul Quarto Rapporto dell’International Panel on Climate Change (IPPC), pubblicato nel 2007, quando da due anni è uscito il Quinto, che ha fatto progredire in modo rilevante le conoscenze in materia.

L’estraneità di Giddens al mainstream scientifico e tecnologico, contribuisce ad accrescere l’obsolescenza del volume, che è sostanzialmente basato su analisi e risultati contenuti in studi non specialistici. Un esperto del settore sarebbe stato al corrente delle ultime pubblicazioni scientifiche e dei dibattiti, spesso non ancora formalizzati, in corso fra gli addetti ai lavori, e in un saggio analogo avrebbe introdotto considerazioni dettate dalle novità last minute, mentre il volume di Giddens è già vecchio quando vede la luce. Si occupa dei cambiamenti introdotti dallo shale gas, ma ignora del tutto quelli provocati dallo shale oil (il cui boom in USA, già evidente nel 2011, è all’origine dell’attuale caduta del prezzo del petrolio). Giddens attribuisce un grande futuro all’idrogeno come vettore energetico, sulla falsariga di un libro di Rifkin del 2002, quando nel suo ultimo volume lo stesso Rifkin dedica meno di una riga all’idrogeno, allora definito «l’elisir energetico», adesso citato esclusivamente come una delle tante modalità di accumulo dell’energia.

Quando poi si addentra, e lo fa a lungo, nelle previsioni sulle tecnologie più adatte a contrastare il cambiamento climatico, Giddens colloca l’energia prodotta dalle onde marine e dalle maree fra quelle “ragionevolmente avanzate” (ma dove l’avrà letto?), mettendola sullo stesso piano della geotermia, che in Italia si sfrutta a fini energetici da più un secolo, mentre per rimpiazzare l’uso del mais nella produzione di biocarburanti ritiene necessario un ulteriore progresso tecnologico (che nel 2011 si erà già concretamente verificato). Svarioni a parte, applica alle opzioni tecnologiche lo stesso cerchiobottismo che contraddistingueva La terza via. Bene le rinnovabili, però il nucleare può fare la sua parte. Anche il carbone, se ben gestito, non è da buttar via.

Meno ondivago lo è solo quando deve liquidare il principio di precauzione, che considera devastante, citando il giurista statunitense, Cass Sunstein, notoriamente ostile all’ambientalismo (ma di questo Giddens non informa il lettore), o il concetto di sviluppo sostenibile, definizione introdotta nel 1987 dal rapporto della Commissione mondiale sull’ambiente e lo sviluppo, presieduta dal primo ministro norvegese, Brundtland: secondo lui, è “una connotazione del tipo botte piena e moglie ubriaca”.

Comunque il meglio di sé Giddens lo dà quando affronta l’aspetto geopolitico e delle trattative internazionali, temi a lui più congeniali. Le radici dello scontro in atto da un ventennio sulla validità scientifica delle conclusioni dell’IPCC, peraltro avallate dalla quasi totalità dei climatologi, e sui rimedi da adottare, scontro nel quale si fronteggiano e si intersecano interessi politici, economici e sociali contrastanti, vengono diluite in una minestrone incolore, nell’affannosa ricerca di una terza via che non porta da nessuna parte.

Anthony Giddens
La politica del cambiamento climatico
Il Saggiatore (2015), pp. 288
€ 20,00

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