Giorgio Mascitelli

Le dichiarazioni di Romano Prodi a proposito della situazione libica, ossia che il caos attuale è il prodotto della guerra di quattro anni fa e che quella guerra, alla quale l’Italia si accodò, era rivolta contro gli interessi italiani, non sono affatto da trascurare perché contengono una critica, nemmeno troppo implicita, all’operato di Napolitano, che di quell’intervento fu il regista, vista la manifesta incapacità dell’allora presidente del consiglio Berlusconi di prendere una qualsiasi decisione.

Benché l’uscita del Professore verosimilmente non avesse una finalità polemica, ma fosse volta a riportare i bollenti spiriti di qualche ministro di Renzi a temperature più realistiche, è innegabile che l’intervento in senato di Napolitano, in cui attribuiva la colpa del caos alle debolezze di uno stato libico mai veramente esistito e al troppo rapido disimpegno delle forze vincitrici nel dopoguerra, costituisca una risposta a quelle critiche.

Questo dissidio tra la visione di Napolitano, spregiudicatamente realistica, ma anche molto statica nel percepire i rapporti di potere e le linee di interessi quasi fossero cristallizzati, e lo sguardo analitico di Prodi, forse l’unico politico italiano ad avere un’idea chiara delle dimensioni strutturali della crisi in atto, è un fatto inedito, almeno a livello pubblico. Non era mai capitato prima, infatti, che due dirigenti italiani di tale livello, probabilmente gli unici due dotati di qualche credito all’estero, e con un passato di collaborazione (Napolitano fu ministro degli interni nel primo governo Prodi e fu eletto presidente della repubblica contestualmente all’inizio del secondo governo Prodi) assumessero una posizione così platealmente divergente su un tema tanto importante.

La natura pubblica di questa divergenza indica con chiarezza che essa non è semplicemente tattica, bensì più profonda ed è il sintomo italiano del fallimento del progetto della globalizzazione, così come le spaccature nel governo di Berlino a proposito della Grecia potrebbero esserne il sintomo tedesco con un’eventuale crescente difficoltà della Merkel di tenere unito il mondo industriale con il potere finanziario.

La guerra del Golfo ventiquattro anni fa fu naturalmente l’inaugurazione del progetto della globalizzazione: l’enfasi sul diritto internazionale e sulla perfetta e globalizzante copertura televisiva della guerra grazie alla Cnn (essa consisteva in immagini notturne di Baghdad sotto le bombe con una luce verdolina da videogioco che facevano la gioia dei postumanisti amici del progresso tecnologico) costituiva il messaggio ideologico principale. Perciò l’attuale marginalità della Cnn nel discorso mediatico sulla guerra in Ucraina è un ulteriore sintomo del fallimento di quel progetto.

Qualche operatore mediatico più zelante degli altri addirittura allora arrivò a prevedere che sarebbe stata l’ultima guerra del mondo. Questo non era soltanto un motivo propagandistico, ma corrispondeva in qualche modo al sentimento, tipico del postmoderno, di venire dopo la fine della storia. In un certo senso è vero che per le èlite occidentali ogni guerra combattuta da allora è stata l’ultima non in termini cronologici, ma nelle convinzione ideologica che la causa di ognuna di queste guerre fosse nelle resistenze che i relitti del passato opponevano al progresso rappresentato dalla globalizzazione neoliberista.

L’idea che fosse proprio la globalizzazione a produrre le guerre non era contemplata né contemplabile da una società che presumeva di vivere in un eterno presente. Questa idea era ed è talmente diffusa, e non solo nelle classi dirigenti, che perfino una parte del pensiero critico ha accolto con scetticismo quelle analisi storicizzanti, come per esempio quelle di Giovanni Arrighi, che mettevano in luce come fosse proprio il processo di globalizzazione a produrre un caos sistemico.

Ora è chiaro che il disastro libico pone l’Italia in particolare di fronte ai limiti di questa visione della globalizzazione. Man mano che risulteranno più evidenti i costi politici, umani ed economici di aver destabilizzato un paese vicino e importante senza una prospettiva precisa, le tensioni in seno ai gruppi dirigenti italiani si acuiranno tra coloro che ribadiranno in ogni caso un’appartenenza al progetto occidentale, qualunque cosa ciò oggi voglia dire, fatalmente legata alle priorità della finanza e coloro che saranno più attenti agli interessi effettivi e dunque locali di determinati settori produttivi.

Sarà compito di Matteo Renzi, come ritengo abbia fatto in questo caso, ricomporre tali tensioni, ma esse si ripresenteranno e, se c’è una cosa che questi anni di crisi ci mostrano, è che lo spazio per queste ricomposizioni di interessi divergenti diventa sempre più stretto per chiunque. Dunque una sinistra desiderosa di opporsi al controriformismo finanziario di Renzi dovrebbe partire da qui, invece che accodarsi in battaglie parlamentari, incomprensibili ai più, contro una legge elettorale mediocre a gente nostalgica di sistemi elettorali ancora peggiori come quelli uninominali maggioritari.

Il peggioramento delle condizioni di lavoro e l’aumento della disoccupazione, che la nuova legge sul lavoro targata OCSE porterà, produrranno un’ondata di rabbia e disperazione che potrebbe trovare uno sbocco non meramente protestatario saldandosi con una linea politica che nel contempo provi a rispondere alle contraddizioni crescenti del settore produttivo. In questo caso il disegno renziano potrebbe essere messo in crisi: naturalmente la sinistra dovrebbe riprendere a fare politica, cioè a parlare nella società, rimuovendo quegli ostacoli di natura culturale e psicologica che negli ultimi vent’anni hanno indotto gran parte dei suoi gruppi dirigenti a scambiare la costante interlocuzione con questa o quella fazione interna del PD per attività politica.

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