Angelo Guglielmi

Ho letto un libro di 400 pagine con tema lo scrittore americano Philip Roth, le sue opere e la sua vita (il privato e il pubblico in lui coincidono se pure ogni volta diversamente intrecciati), scritto da una giornalista del New Yorker Claudia Roth Pierpont (stesso cognome ma non parente).

È un libro che ho letto con interesse (ho qualcosa di più che rispetto per l’autore del Lamento di Portnoy) e qualche utilità perché mi ha permesso delle 31 opere di narrativa di Roth (di cui ne ho letto al massimo una diecina – forse meno – da Goodbey Columbus, al Lamento, a Pastorale Americana, a Ho sposato un comunista, a Macchia umana) di conoscerne le altre se pure indirettamente attraverso le parole della saggista - giornalista (che se eccede in devozione per lo scrittore americano sa certo equilibrarla con riflessioni appropriate e giudizi sostenuti da prove).

Il libro esamina tutti i 31 romanzi di Roth e ciascuno rilegge con l’autore in una lunga intervista (non so di quante sedute) ricca di notizie sempre interessanti. È dunque un'intervista infinita (con molte ripetizioni), non riassumibile se non riducendola a due o tre punti essenziali per chi dell’autore è interessato alle sue idee sulla letteratura (e le tecniche stilistiche), e al suo rapporto di ebreo nato in America con i suoi correligionari e con Israele.

Si sa che Roth è uno scrittore realista (del particolare realismo americano) e con i suoi romanzi racconta storie legate alla sua esperienza personale (più intima), ma anche ai grandi eventi (più spesso catastrofi) che scandiscono la vita pubblica americana: Così la guerra del Vietnam, Nixon e lo scandalo del watergate, Clinton e la farsa della Lewinsky , Bush e la tragedia delle Due Torri e, prima ancora, le persecuzioni di Mac Carty e l’ossessione del comunismo o, in ambito più ristretto, l’epidemia di morbillo (prima della scoperta del vaccino) scoppiata a Newark, la città in cui é nato, sono presenti o, direttamente, come nel romanzo La nostra gang (in cui sono di turno le nefandezze di Nixon) o, indirettamente, come riflesso (fin troppo manifesto) nei racconti di storie private...

In Italia diremmo che è uno scrittore impegnato devoto all’idea di arte come rappresentazione (di romanzo come specchio della realtà quotidiana). Sì è così ma non è così. Soprattutto non è così. Intanto Philip Roth rifiuta il ruolo del romanziere onnisciente e agisce attraverso Zuckerman (la sua maschera o il suo alter ego), al quale non trasferisce quel ruolo anzi gli chiede, se lo crede, di contestarlo (anche aspramente). “ Dove è la rabbia?”, inveisce Zuckerman (alludendo a quella che innerva e fa prezioso Il lamento di Portnoy) quando riceve per un giudizio le pagine della prima stesura del romanzo (successivo al Lamento) Il professore di desiderio.

Ancora Zuckerman non racconta storie contemporanee, ma storie passate e “ i ricordi del passato” – ci rammenta Rorh – “non sono ricordi di fatti, ma ricordi di come tu li immagini”. Chi più chi meno tutti inventiamo la storia della nostra vita. “Nessuno sa. Le cose che sai... non le sai. Nel bene nel male, io posso fare solo quello che fanno tutti quelli che credono di sapere. Immagino. Sono costretto a immaginare”. E cosa è l’immaginazione per Roth? Non è che “un macellaio spietato, brutale e crudele... Dà una martellata in testa ai fatti, gli taglia la gola e poi , a mani nude, li sventra” e li restituisce “in una massa grondante di fattualità eviscerata”. Come non possiamo non registrare la parentela con il nostro Gadda o Céline, che non so se conosceva, e Rabelais che certo conosceva come certo conosceva Flaubert di cui aveva promosso a proprio beneficio questa massima: “Nella tua vita sii regolare e ordinato come un borghese, così da poter essere violento e originale nella tua opera”. Siamo dunque molto lontani dallo scrittore italiano rispettoso dei fatti e della ubbidienza che pretendono dalle vittime.

Roth è uno scrittore violento e le armi (da guerra) che adopera non sono l’ironia, ma il sarcasmo e la satira che più che contrastare favoriscono “lo stile confidenziale, ravvicinato, artisticamente non artistico” che l’intervistatrice Claudio Roth intelligentemente ravvisa nella prosa dello scrittore americano. Stile nel quale Roth ambirebbe (con qualche ragione) che si percepisse il riflesso del modello Kafka, lo scrittore praghese costretto a fare i conti (e subirne drammaticamente lo sfregio) di una realtà comicamente inesistente (ormai è documento storico che Kafka la sera leggeva agli amici le pagine che aveva scritto il pomeriggio suscitando tra tutti omeriche risate ). E proprio in Kafka Philip riconosce il suo scrittore ideale, del quale ha sempre presente agli occhi questa riflessione-monito: “Credo che dovremmo leggere solo quei libri che ci mordono e ci pungono. Se il libro che stiamo leggendo non ci scuote con una botta in testa, cosa lo leggiamo a fare?”.

L’altra questione interessante del libro intervista di Claudia Roth (non è parente!), riguarda i rapporti dello scrittore ebreo americano Philip Roth da una parte con i suoi correligionari e dall’altra con Israele. Intanto impariamo (ma già lo sapevamo) che gli ebrei americani si differenziano tra ebrei nati in America e ebrei esuli dall’Europa appena prima o dopo la seconda guerra mondiale, e che questi ultimi, essendo più numerosi, abbassavano il livello di integrazione dell’intera comunità. Inoltre le famiglie ebree americane (a qualunque generazione appartenessero) contribuivano a allargare il dramma della separatezza chiudendosi severamente in rituali estranianti - oggi dopo l’esperienza dell’olocausto praticati con rigore sempre più deciso.

Le madri ebree vigilavano sui figli (soprattutto maschi) con un autoritarismo insopportabile nel timore che incorressero nei pericoli rappresentati dai “gentili” appena lì fuori della porta. Il ragazzo che riusciva a sottrarsi a questa prigionia, per quanto piccolo fosse il suo peccato (era rientrato a casa per cena con un ritardo se pur lieve), veniva processato e condannato dal rabbino che predicava il dovere dell’obbedienza e il rispetto assoluto delle regole. Il peccato più grave (non perdonabile) era flertare con una ragazza “gentile”. Chi derogava a queste imposizioni o solo le guardava con ironia correva il rischio di essere accusato di antisemitismo.

Figuratevi Philip Roth che conosceva solo il linguaggio della satira e non perdeva occasione di ridere dei pregiudizi dei suoi correligionari.. Era diventato fin da ragazzo (quando ancora frequentava il collegio per ebrei) il bersaglio dei rabbini che non tenevano in nessun conto il fatto che, al di fuori della divertita denigrazione delle loro regole, per il resto era un buon ebreo... Un individuo sinceramente fedele alla sua natura di ebreo e consapevole dei limiti (ma anche delle possibilità) che quella natura garantiva ma ferreo spregiatore dei comportamenti (tanto vessatori quanto ridicoli) con cui gli ebrei americani pretendevano di proteggere la loro sicurezza (o che invece non proteggessero l’oscuro atavico convincimento di essere “speciali”?).

Comunque a un certo punto della sua carriera Roth senti il bisogno di chiarire (forse anche a se stesso) il suo rapporto con Israele ( Paese che più di una volta aveva visitato) e scrisse Operazione Shyloch. Per consentire una più libera dialettica delle opinioni (e dei punti di vista) introduce nel romanzo due Philip Roth, uno vero e uno falso. Quello vero si aggira con malinconia ma anche con autentica voglia di venire a capo dei timori e delle speranze che agitavano il Paese. Incontra e intervista ogni genere di persone, intellettuali e autorità. Scopre (lo aveva già accennato in un altro romanzo) che tra i “liberal” è diffuso (o semplicemente presente) il convincimento che “gli ebrei dovrebbero cancellare la memoria dell’Olocausto per far dimenticare ai gentili il senso di colpa da cui deriva la loro costante denigrazione del Paese”.

Ma più drammaticamente lo colpisce quanto va sostenendo il falso Philp Roth autore della teoria del diasporismo, “che vorrebbe il ritorno in massa di tutti gli ebrei israeliani di estrazione europea nei loro Paesi di origine – Polonia, Ucraina , Romania, Lituania, Germania – dove, dopo aver sentito la loro mancanza, i cristiani li accoglierebbero a braccia aperte. Una volta portato a termini il secondo esodo, Israele sarà in grado di ritirarsi entro i confini del 1948 e la sua minuscola popolazione di ebrei non europei potrà vivere in pace entro il contesto arabo allargato. Solo così si potrà scongiurare un secondo Olocausto in Medio Oriente”. Tra le due ipotesi per il futuro di Israele - quella azzardata dei liberal – che Philip Roth si limita a riferire (per cautela facendola risalire a un dirottatore ebreo) – e l’altra inumana e terrificante del finto Roth - è impossibile qualunque scelta, su entrambe incombe una nuvola nera e la prospettiva di una tragica minaccia.

Certo il libro della Claudia Roth sullo scrittore americano che ha lo stesso cognome è ben più ricco di informazioni riflessioni e giudizi di quanto noi più sopra ne abbiamo riferito (ripeto l’intervista è una infinita conversazione con Philip Roth su ciascuno dei trentuno volumi di narrativa da lui scritti), ma a noi dei tanti temi e questioni proposti sono parsi degni di più urgente riflessione le scelte stilistiche dello scrittore e il suo rapporto di ebreo con l’ebraismo e con Israele.

Claudia Roth Pierpont
Roth scatenato
Einaudi (2015), pp. 412
€ 22.00

Share →

Una Risposta a Roth scatenato

  1. Fabio Ciriachi ha detto:

    Rilievi redazionali. Errata: Passione Americana – corrige: Pastorale Americana; errata: Clinton e la farsa della Livingston – corrige Clinton e la farsa della Lewinsky; errata: agisce attraverso Zucherman – corrige: agisce attraverso Zuckerman (vale per tutti gli altri Zucherman).
    Ho letto anch’io una decina di titoli dei 31 complessivi, tutti in traduzione, ma non mi sono mai accorto (demerito dei traduttori?)che la pagina di Roth stesse alla narrativa americana del suo tempo come la pagina di Gadda sta alla narrativa italiana e quella di Céline alla narrativa francese. Poi rileggo e mi accorgo che la parentela suggerita non è stilistica ma, cito: “Dà una martellata in testa ai fatti, gli taglia la gola e poi, a mani nude, li sventra” e li restituisce “in una massa grondante di fattualità eviscerata”. Ma chi fa questo? Leggo ancora meglio (abbiate pazienza, però il tranello grafico è consistente) e scopro che il concetto è di Roth, che alla fine del paragrafo precedente così definisce l’immaginazione: “Non è che “un macellaio spietato, brutale e crudele…”. Qui però termina il paragrafo, c’è un salto di riga e l’inizio del paragrafo successivo, che sembrerebbe dire altro, in realtà è la prosecuzione del pensiero di Roth: “Dà una martellata in testa ai fatti (l’immaginazione, ndr), gli taglia la gola e poi, a mani nude, li sventra” e li restituisce “in una massa grondante di fattualità eviscerata”. Come. non possiamo non registrare la parentela con il nostro Gadda o Céline, che non so se conosceva…”. Ricomposto il puzzle (così si capiscono anche le virgolette), la parentela, non stilistica, quindi, ma di procedura nel trattamento dell’immaginazione, con Gadda e Céline torna a essere plausibile. Però che fatica… Un po’ più di cura redazionale?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.

Iscriviti alle notizie da alfabeta2 e alfapiù

* = campo richiesto!

Archivi