Nancy Fraser

Quello che segue è un estratto da Fortune del femminismo, il libro di Nancy Fraser da qualche giorno in libreria per le edizioni ombre corteIn questo suo nuovo lavoro Fraser ripercorre l'evoluzione del movimento femminista a partire dagli anni Settanta e anticipa una nuova fase, radicale ed egualitaria, del pensiero e dell'azione femminista, sostenendo la necessità di un suo rinvigorito radicalismo, in grado di affrontare la crisi economica globale.

La politica del riconoscimento solitamente è vista come politica dell’identità. Dalla prospettiva standard, ciò di cui si richiede il riconoscimento è l’identità di genere femminile. Il mancato riconoscimento consiste nella svalutazione di questa identità da parte di una cultura patriarcale e il conseguente danno per il senso di sé delle donne. Per correggere questo danno è necessario impegnarsi in una politica femminista del riconoscimento. Una simile politica mira a porre rimedio all’auto-dislocazione interna contestando le degradanti immagini androcentriche della femminilità. Le donne devono rifiutare tali immagini in favore di nuove auto-rappresentazioni di loro stesse.

Dopo aver rielaborato la loro identità collettiva, inoltre, devono mostrarla pubblicamente per guadagnare il rispetto e la stima della società nel suo insieme. Il risultato, quando ha successo, è il “riconoscimento”, una relazione positiva rispetto a se stesse. Sul piano dell’identità, quindi, una politica femminista del riconoscimento significa politica dell’identità. Senza dubbio, il piano dell’identità contiene alcuni spunti originali che riguardano gli effetti psicologici del sessismo.

Tuttavia, come ho sostenuto altrove, è carente per almeno due importanti ragioni. In primo luogo, tende a reificare la femminilità e a oscurare gli assi trasversali di subordinazione. Come risultato, spesso ricicla gli stereotipi di genere dominanti, mentre promuove il separatismo e il politically correct. In secondo luogo, il piano dell’identità considera il mancato riconoscimento sessista come un problema culturale a sé stante. Di conseguenza oscura i collegamenti tra quest’ultimo e la cattiva distribuzione sessista, impedendo quindi gli sforzi tesi a combattere contemporaneamente entrambi gli aspetti del sessismo. Per queste ragioni, le femministe hanno bisogno di un approccio alternativo.

I concetti di genere e giustizia qui proposti implicano una politica femminista del riconoscimento alternativa. Da questa prospettiva, il riconoscimento è una questione di status sociale. Ciò di cui si chiede il riconoscimento non è l’identità femminile, ma lo status delle donne come partner a tutti gli effetti nell’interazione sociale. Di conseguenza, mancato riconoscimento non significa svalutazione e deformazione della femminilità. Significa piuttosto subordinazione sociale nel senso dell’impedimento a partecipare come pari nella vita sociale. Per rimediare all’ingiustizia è certamente necessaria una politica femminista del riconoscimento, ma ciò non significa una politica dell’identità. Sul piano dello status, significa piuttosto una politica volta a superare la subordinazione stabilendo che le donne sono membri a tutti gli effetti della società, in grado di partecipare alla pari con gli uomini.

Mi spiego. L’approccio di status richiede di esaminare i modelli istituzionalizzati di valore culturale per i loro effetti sulla posizione relativa delle donne. Se e quando tali modelli costituiscono le donne come pari, capaci di partecipare alla vita sociale alla pari con gli uomini, allora possiamo parlare di riconoscimento reciproco ed eguaglianza di status. Quando, invece, i modelli istituzionalizzati di valore culturale costituiscono le donne come inferiori, escluse, interamente altre o semplicemente invisibili, quindi meno che partner a pieno titolo nell’interazione sociale, allora dobbiamo parlare di mancato riconoscimento sessista e di subordinazione di status.

Sul piano dello status, dunque, il mancato riconoscimento sessista è un rapporto sociale di subordinazione trasmesso attraverso modelli istituzionalizzati di valore culturale. Si verifica quando le istituzioni sociali regolano l’interazione secondo norme androcentriche che impediscono la parità. Gli esempi includono le leggi penali che ignorano lo stupro coniugale, i programmi di welfare sociale che stigmatizzano le madri single come scroccone sessualmente irresponsabili, le politiche di asilo che considerano la mutilazione genitale una “pratica culturale” come un’altra. In ognuno di questi casi, l’interazione è regolata da un modello androcentrico di valore culturale. Il risultato è di negare alle donne lo status di partner nell’interazione, ovvero di partecipare alla pari con gli uomini.

Dal punto di vista dello status, dunque, il mancato riconoscimento costituisce una seria violazione della giustizia. Dovunque e comunque si verifichi, è possibile immaginare una rivendicazione di riconoscimento. Ma si noti esattamente che tale rivendicazione non è volta a valorizzare la femminilità, ma piuttosto a superare la subordinazione. Una rivendicazione che cerca di fare delle donne dei partner a pieno titolo nella vita sociale, partner in grado di interagire con gli uomini alla pari. Punta, cioè, a de-istituzionlizzare i modelli androcentrici di valore che impediscono la parità di genere e a rimpiazzarli con modelli che la favoriscono.

In generale, allora, il modello di status rende possibile una politica non identitaria del riconoscimento. Una simile politica si applica certamente al genere. Ma si applica anche ad altri assi di subordinazione, inclusi la “razza”, la sessualità, l’etnia, la nazionalità e la religione. Di conseguenza, permette alle femministe di giudicare i casi in cui le rivendicazioni di riconoscimento poste lungo l’asse della subordinazione funzionano in opposizione alle rivendicazioni collocate su un altro asse. Di particolare interesse per le femministe sono i casi in cui le rivendicazioni di riconoscimento delle pratiche culturali delle minoranze sembrano confliggere con la giustizia di genere. In questi casi, il principio della parità partecipativa deve essere applicato due volte.

Deve essere applicato una volta al livello dell’intergruppo, per valutare gli effetti dei modelli istituzionalizzati di valore culturale sulla posizione relativa delle minoranze di fronte alle maggioranze. Poi, deve essere applicato ancora, al livello dell’intragruppo, per valutare gli effetti interni delle pratiche della minoranza per cui il riconoscimento è stato rivendicato. Presi insieme, questi due livelli costituiscono un doppio requisito. Coloro che lo richiedono devono mostrare innanzitutto che l’istituzionalizzazione delle norme culturali della maggioranza negano loro la parità partecipativa e, in secondo luogo, che le pratiche di cui si chiede il riconoscimento non negano esse stesse la parità partecipativa né ad altri, né ad alcuni dei loro membri.

Consideriamo la polemica francese sul velo. Qui la questione è se le politiche che proibiscono alle ragazze musulmane di indossare il velo nelle scuole statali costituiscano un trattamento ingiusto per una minoranza religiosa. In questo caso, coloro che chiedono il riconoscimento del velo devono stabilire due punti: devono mostrare innanzitutto che il suo divieto costituisce un comunitarismo della maggioranza ingiusta, che nega la parità educativa alle ragazze musulmane; in secondo luogo, che una politica alternativa che consenta il velo non peggiorerebbe la subordinazione femminile nelle comunità musulmane o all’interno della società nel suo complesso.

Il primo punto, che riguarda il comunitarismo della maggioranza francese, sembra poter essere stabilito senza difficoltà, poiché nessun divieto analogo proibisce l’uso di croci cristiane nelle scuole statali; così, l’attuale politica nega una condizioni di uguaglianza ai cittadini musulmani. Il secondo punto, che riguarda il non peggioramento della subordinazione femminile, si è rivelato controverso, poiché alcuni repubblicani hanno affermato che il velo è un segno della subordinazione delle donne e perciò ne deve essere negato il riconoscimento da parte dello Stato.

Contestando questa interpretazione, però, alcuni multiculturalisti hanno replicato che il significato del velo è altamente controverso nelle comunità musulmane francesi di oggi, così come più complessivamente lo sono le relazioni di genere; quindi, invece di rappresentarlo come univocamente patriarcale, che si concilia effettivamente con il privilegio del maschio, il solo ad avere l’autorità di interpretare l’Islam, lo Stato dovrebbe considerare il velo come un simbolo dell’identità musulmana in transizione. Un simbolo il cui significato è conteso, al pari della stessa identità francese, come risultato delle interazioni transculturali in una società multiculturale. Da questo punto di vista, permettere il velo nelle scuole pubbliche potrebbe essere un passo verso la parità di genere, non un allontanamento da essa.

A mio avviso, i multiculturalisti hanno qui l’argomentazione più forte (non è il caso, detto per inciso, di quelli che chiedono il riconoscimento per ciò che chiamano la “circoncisione femminile”, in realtà la mutilazione genitale, che nega chiaramente la parità nel piacere sessuale e nella salute a donne e ragazze). Ma non è il punto su cui voglio qui insistere. Il punto piuttosto è che l’argomento è giustamente presentato in termini di parità di partecipazione, ed è qui precisamente che la controversia deve essere affrontata. La parità partecipativa è lo standard adeguato per giustificare le rivendicazioni di riconoscimento (e redistribuzione). Consente una politica femminista non identitaria, che possa pronunciarsi sui conflitti tra le rivendicazioni centrate sul genere e quelle focalizzate su altri, trasversali assi di subordinazione.

Nancy Fraser
Fortune del femminismo
Dal capitalismo regolato dallo Stato alla crisi neoliberista
ombre corte (2015), pp.280
€ 25,00

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