Sandro Chignola

Pubblichiamo qui un estratto dalla Prefazione a I giacobini neri di C. L. R. James, da qualche giorno in libreria per le edizioni DeriveApprodi. Nel 1789 Santo Domingo era la colonia più fiorente del mondo, l’orgoglio della Francia e l’invidia di ogni altra nazione imperialista. Nell’agosto del 1791 scoppiò sull’isola la rivolta degli schiavi, che si sarebbe protratta per i successivi 12 anni e sarebbe sfociata, nel 1803, nella dichiarazione d’indipendenza di Haiti. A guidare la rivolta fu Toussaint Louverture, il Napoleone nero.

Toussaint è un ex schiavo di una cinquantina di anni. Ha svolto funzioni di amministratore per i propri padroni ed è dotato di notevoli capacità. In lui, come in Garfield Sobers, il giocatore di cricket, si manifesta l'intera storia della sua gente. Affrancato dal 1776, era diventato proprietario di terre, aveva imparato a leggere e a scrivere, conosceva la disciplina delle armi e del lavoro. Il nome Louverture lo sceglie per marcare il salto nella storia che lui – e i neri assieme a lui – compiono con la Rivoluzione. Come sottolinea James, non è Toussaint a fare la Rivoluzione, ma è la Rivoluzione a fare Toussaint.

Toussaint chiama i neri alla rivolta. Combatte al fianco degli spagnoli e dopo aver compreso che essi mai avrebbero mantenuto la promessa di liberare i neri, passa al campo francese. In difficoltà sul piano militare, le concessioni che i Commissari francesi inviati a Santo Domingo fanno agli schiavi sono sempre più frequenti e significative. Al mutamento del clima politico, a Parigi, è sempre più favorevole. Già nell'agosto del 1793, pur con dispositivi graduali di affrancamento che si rifanno a Condorcet, viene decretata la libertà per i neri. La Convenzione ratifica l'abolizione «à jamais» della schiavitù con l'«immortale» decreto del 4 febbraio 1794.

Tra il 1795 e il 1796 Toussaint, passato con la sua disciplinatissima armata di ex schiavi neri alla Repubblica, riconquista gran parte dell'isola. La sua carriera nei ranghi dell'Armée è folgorante. Gli schiavi vengono liberati e il sistema delle piantagioni mantenuto grazie a rigidi regolamenti sul lavoro. Per Toussaint, lo schiavo deve imparare a essere libero. La situazione rinsalda la solidarietà tra le diverse «razze». Sconfigge le ultime resistenze dei «colorati» nei territori del Sud e pacifica l'isola.

Dota Santo Domingo di una Costituzione che difende l'«assoluto principio» che nessuno possa mai essere considerato «proprietà» di un suo simile. Un principio che, unito al diffondersi dell'eco dell'esperienza rivoluzionaria dei giacobini neri di Santo Domingo, crea non pochi problemi a tutte le potenze coloniali. E anche a Napoleone, che mira a reintrodurre la schiavitù in tutti i possedimenti coloniali francesi.

La chiusura della vicenda ha un sapore agrodolce. Il corpo di spedizione francese incontra enormi difficoltà. Il clima, la febbre gialla, la determinazione dei neri. Dev'essere stato sconcertante per i veterani di Napoleone sentir arrivare, dalle trincee controrivoluzionarie difese dagli ex schiavi, il canto della Marsigliese. Una Marsigliese nera. Molti di loro si chiesero – e a voce alta – se non stessero combattendo dalla parte sbagliata. E tuttavia Toussaint viene infine arrestato e deportato in Francia. Vi morirà in stretta prigionia. Ma la repubblica verrà comunque difesa e condotta all'indipendenza da parte dei suoi generali.

Una repubblica, quindi. E la presunzione di difenderla agendo in termini paritari sul sistema di relazioni con la Francia. In una lettera, Toussaint si rivolge a Napoleone con l'espressione «dal primo dei neri al primo dei bianchi». Il piano di «coequality» - scriverebbe forse C. L. R. James – imposto dall'autodeterminazione nera come proprio contributo all'epoca delle rivoluzioni. L'appropriazione e il rovesciamento del lessico dei diritti. Una costituzione difesa come la forma di un patto che ritrascrive, a partire dall'autonomia e dalla soggettività dello schiavo, a partire dalla sua insorgenza, ciò che siamo abituati a considerare la modernità politica.

È stato dimostrato che mentre scrive la Fenomenologia dello spirito, G. W. F. Hegel ha ben presente a Rivoluzione di Santo Domingo. Leggere i giornali, come è noto, era una specie di «realistica preghiera mattutina» per il filosofo di Stoccarda. E i giornali che Toussaint e i giacobini neri scrivevano in quegli anni, «Minerva» su tutti. Ma anche la «Edimburgh Review» o «The Morning Post», che nel 1803 pubblica il sonetto dedicato da William Wordsworth a Toussaint Louverture. La sezione su servo e padrone della Fenomenologia assume la Rivoluzione di Santo Domingo.

L'insurrezione degli schiavi neri contro i propri padroni è il momento in cui la dialettica del riconoscimento si fa visibile come storia dell'universale realizzarsi della libertà. Il vuoto della piantagione, il suo preteso «rien politique», come lo chiama il razzismo dei coloni, si apre alla storia nella misura in cui lo schiavo affronta la «lotta a morte» che la libertà richiede. Non è nei libri la premessa alla riflessione hegeliana. E tuttavia nei libri, anche in quello di Hegel, quell'insorgenza che colora la storia e marca l'universale astratto della Weltgeschichte, viene neutralizzata e fatta tacere. Quel silenzio è però solo apparente. Il «common wind» dell'autodeterminazione – con le parole del sonetto di Wordsworth – soffia sull'Atlantico e gonfia le vele.

Spinge inarrestabili derive. Organizza le lotte anticoloniali e spira tra i cortei per i diritti civili. Si fa pratica quotidiana di resistenza nella gente comune. Non è probabilmente un caso che C. L. R. James identificasse nei marinai e nei portuali del Pireo il cuore della democrazia ateniese. Né che, rinchiuso a Ellis Island, in attesa di espulsione come «undesiderable alien» dagli Usa, riconoscesse nei propri compagni di detenzione – migranti clandestini di quello che noi chiameremmo un «Centro di Permanenza Temporanea» - dei conoscitori attentissimi dei dispositivi di legge eretti come barriere contro di loro, esperti della politica globale, efficaci acrobati del diritto di fuga. Eroi di un'insorgenza di tutti i giorni.

La storia non passa loro di fianco, come un treno avviato sul proprio binario e da rincorrere per riuscire a prenderlo. La libertà è l'eccesso del loro desiderio. La loro modernità è il loro destreggiarsi tra le regole, il loro riconfigurare il sistema dei diritti a partire dall'irriducibile resistenza che la loro mobilità appone all'imbrigliamento e alla territorializzazione.

La modernità è la posta in gioco di un confronto di tutti i giorni tra inclusione ed esclusione, tra silenzio e presa di parola. La rivendicazione soggettiva di uguaglianza e di libertà degli schiavi di Santo Domingo – Etienne Balibar la chiama «egaliberté» - è ciò che ancora impedisce di pensare un'idea occidentale di cittadinanza linearmente espansiva; di parlare come pacificato e neutrale il lessico dei diritti. C. L. R. James, socialista e nero, lo sapeva bene.

C. L. R. James
I giacobini neri
La prima rivolta contro l'uomo bianco
DeriveApprodi (20o15), pp. 368
€ 25,00

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