Michele Emmer

Il mondo sta cambiando sotto i nostri occhi. Si stanno creando nuovi equilibri, nuove tensioni, nuove guerre. E forse ha ragione Papa Francesco quando dice che siamo nel mezzo di una guerra mondiale spezzettata in tanti rivoli. Uno dei grandi problemi è il fondamentalismo religioso. Le principali religioni con pochissime eccezioni stabiliscono che ci sono gli eletti, coloro che venerano il vero Dio, e gli altri, che possono essere compresi, sopportati, sfruttati, eliminati. È la storia dell’umanità che si ripete sempre nuova.

E ogni volta l’umanità ha dimenticato le lezioni precedenti, dopo le quali tutti gridavano a gran voce: “Tutto questo non succederà più”. Dimenticando che le storie di oggi sono il risultato di storie più antiche, di aggressioni, di spoliazioni, di annessioni, di sfruttamento. Bisogna che ci sia un dialogo tra le culture, tra le civiltà, per cercare delle soluzioni che ben difficilmente possono essere solo militari. Bisogna comprendere, capire, fare quello per cui l’umanità si dovrebbe distinguere tra gli esseri viventi: pensare, progettare il futuro, cercare le vie di soluzione. Per contribuire a tutto questo, piuttosto che proclamare in modo a dir poco avventato interventi militari imprevedibili, per cercare di farsi un’idea di come il mondo sia complesso, basta (si fa per dire ovviamente) andare al cinema e vedere il film candidato all’Oscar come miglior film straniero 2015: Timbuktu di Abderrahmane Sissako.

Quando si era giovani Timbuctù, come si scrive in italiano, era un luogo mitico, lontano, esotico. Nei film si vedavano i legionari francesi, i Tuareg, i cammelli, il deserto. E le improbabili eroine ed avventuriere. La maggior parte di quei film cosidetti di avventure erano girati in studio, tutto era più finto che non si potesse. Ma il fascino restava, anzi aumentava. La città vera si trova a nord del fiume Niger nel Sud-Ovest del deserto del Sahara, probabilmente fondata dai Tuareg, nell’odierno Mali. Nel 2012 è stata occupata dagli integralisti islamici di Ansar Dine. Il film di Sissako è prodotto con il contributo della Repubblica Islamica della Mauritania, dove il regista è nato, a Kiffa il 13 ottobre 1961. Sissako emigra con tutta la sua famiglia in Mali, dove era nato il padre e ritornerà in Mauritania, terra di sua madre, solo nel 1980. Si trasferirà in Francia all'inizio degli Anni Novanta, dove comincerà a dirigere dei cortometraggi.

Perché vedere il film per capire? Sissako ha realizzato un film altamente pedagogico nel senso più sublime del termine. Ci sono molti personaggi nel film, i fondamentalisti non sono i protagonisti, sono come sullo sfondo, parte del paesaggio. E il deserto, le dune, la città, sono parte essenziale del film. Sembra di sentire i profumi, gli odori. E la gente, gente diversa, di etnie diverse, che parla lingue diverse, che cerca di capire che cosa sta succedendo, di farsene una ragione “tanto nessuno sfugge al suo destino”. E chi si aspetta scene di grande violenza e di atrocità, rimane deluso. Il regista sceglie una chiave intimista, che arriva all’ironico, al grottesco, al sublime. Come nella partita di calcio giocata dai ragazzi senza la palla perché il gioco del calcio è stato proibito, così come la musica, il fumo. E le donne si devono coprire non solo il viso ma anche le mani con i guanti. E nella notte vagano le guardie fondamentaliste per cercare chi si azzarda a cantare e suonare, magari sottovoce. E li fa apparire stupidi, poco svegli, anche i capi che devono stabilire che tutto è peccato, tutte le diavoleria antiche e moderne, ma non i telefoni satellitari, il WiFi nel deserto. Quelli no, sono strumenti concessi ed utili.

Certo ci sono la donna e l’uomo dilapidati per adulterio, le frustate per chiunque non porti i guanti, ma sembra un sogno, tanto l'immagine cinematografica è come svuotata della sua violenza. Il regista è molto abile nel manipolare tutti gli ingredienti, nel non calcare mai la mano, nel tenere sempre alto il livello ironico, sognante e grottesco. Ma le cose le dice in modo chiarissimo. Pedagogico appunto. Ci sono tanti protagonisti, gli Arabi, i neri, i fondamentalisti, la maga, il contadino che vive nel deserto, la moglie che non ha paura di nulla, la figlia, il ragazzino orfano che cura le mucche. Ognuno di loro ha la propria umanità (o disumanità), la propria intelligenza (o idiozia). Ognuno ha una sua lingua, e addirittura tra uno dei capi dei fondamentalisti e un suo militante non si capiscono perché parlano arabo in modo diverso e devono parlare tra loro in inglese. E gli abitanti parlano la loro lingua, parlano il francese, ma gli arabi non lo parlano e cercano di capire il francese, usano l’inglese per i loro proclami che non molti comprendono. E tutti seguono le stesse credenze religiose, e tutti pregano allo stesso modo.

Una babele di lingue, di comportamenti, di scelte morali e materiali che è la ricchezza e il grande limite dell’umanità. Un microcosmo che diventa la torre di babele dell’intera umanità, con le sue bellezze e le sue miserie, le sue tragedie, le sue efferatezze. Un regista raffinato, un abile gestore di sentimenti, che sa giocare con i suoi personaggi, con un’idea molto precisa in testa. È a gente come lui che bisognerebbe chiedere come si può sperare in una fuga da questa realtà alle volte aberrante. Come fanno tutti i personaggi positivi, se le parole hanno un senso, alla fine. Scappano. Corrono. E da abile regista, il finale è aperto. Come è aperta la situazione in cui stiamo tutti vivendo.

Un film che si può definire una commedia, tra il surreale e il grottesco, con una sua morale, che in sala viene seguito in rigoroso silenzio. Film realizzato prima delle stragi di Parigi, che cerca di far capire, cerca di far comprendere per far dialogare. Bellissimi i paesaggi, e la musica, essenziale e mai invadente. Con tempi lunghi e riflessivi, tranquilli ma non banali, come il pastore che va incontro al suo destino. Tutto tranne che un ingenuo ed esasperato film africano. Insomma speriamo che sia il vincitore dell’Oscar 2015.

Timbuktu, regia, sceneggiatura, produzione di Abderrahmane Sissako, con Ibrahim Ahmed, Toulou Kiki, Abel Jafri, Fatoumata Diawara, Hichem Yacoubi, Francia-Mauritania, 97 minuti, 2014.

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