Augusto Illuminati

Tira un brutto vento neo-coloniale: aiutiamo i migranti e i buoni indigeni vittime del terrorismo Isis, riportiamo controvoglia e con benedizione sovranazionale i nostri stivaloni nelle sabbie libiche. Un nuovo intervento pacificatore è alle porte e il repertorio delle giustificazioni non differisce sostanzialmente da quello solito – dalla conquista delle Americhe alle gesta genocide di Graziani, cui del resto abbiamo dedicato a spese pubbliche un mausoleo ad Affile. E allora facciamo memoria.

Nella galleria degli orrori tracciata da Bartolomé de Las Casas (Brevísima relación de la destrucción de las Indias) spicca il capitoletto dedicato a Cuba: quando gli spagnoli sbarcarono nell’isola nel 1511, si comportarono forse più crudelmente che negli altri luoghi, scontrandosi con i Taínos, alla cui testa si era posto il cacique Hatuey, fuggito dalla già invasa Hispaniola (Haiti). Domandando i cubani chi fosse il Dio degli aggressori, Hatuey mostrò un canestro pieno d’oro e di gioielli e disse: ecco il Dio che i cristiani adorano e che vogliono procurarsi soggiogandoci e uccidendoci. Per scansare quella funesta cupidigia Hatuey gettò poi il canestro nel fiume e cercò di sfuggire e di resistere all’avanzata dei conquistadores. Alla fine fu catturato e condannato al rogo.

Quando era già attaccato al palo (o al tamarindo, come nel monumento oggi dedicato al primo eroe nazionale cubano), un francescano gli tenne un breve sermone su Dio e, la fede, l’inferno e il paradiso, promettendogli lo strangolamento e il paradiso se si fosse lasciato battezzare, le fiamme infernali, in aggiunta a quelle terrene, in caso contrario. Dopo averci pensato su, Hatuey domandò al religioso se i cristiani andassero in cielo. Alla risposta che sì, se erano stati buoni in vita. «Il cacique senza esitare disse che preferiva andare all’inferno, per non stare con gente tanto crudele. Questa è la fama e l’onore che Dio e la nostra fede hanno guadagnato grazie ai cristiani che sono andati nelle Indie».

Vorremmo attirare l’attenzione su due punti. Il primo è la grafica identificazione del Dio cristiano con l’oro – l’universale astratto dello scambio, la tangibile e fulgida essenza del mondo, che gli indios gettano a fiume. Avevano capito benissimo quale fosse la religione del capitalismo. Il secondo è il rifiuto del cacicco Hatuey di accettare i valori universali veicolati dalla coppia inferno-paradiso.

Qui, non so con quanta consapevolezza, Las Casas mette in bocca al nobile selvaggio gli stessi argomenti con cui Machiavelli dichiarava di preferire l’inferno, abitato da sapienti e condottieri antichi, al noioso paradiso infestato di frati. Lo dice testualmente in un passaggio della Vita di Castruccio Castracani, il detto 27 citato fra quelli memorabili del condottiero lucchese («Dimandato se, per salvare l'anima, ei pensò mai di farsi frate, rispose che no, perché gli pareva strano che fra' Lazzero ne avessi a ire in paradiso e Uguccione della Faggiuola nello inferno»).

Il passo più famoso, il cosiddetto “Sogno”, è la narrazione apocrifa (nota già nel 1549 e riferita dal gesuita Binet nel 1629) di un resoconto che, alla vigilia della morte, Niccolò avrebbe fatto agli amici: aveva visto in sogno una schiera di uomini, malvestiti, dall’aspetto misero e sofferente, che andava in Paradiso, e poi una moltitudine di uomini di aspetto nobile e grave, vestiti con abiti solenni, che discutevano solennemente di importanti problemi politici, fra cui Plutarco, Platone e Tacito, destinati all’Inferno. Concludendone che preferiva di gran lunga andarsene all’inferno per ragionare di politica con i grandi uomini dell’antichità piuttosto che in Paradiso a morire di noia con i beati e i santi.

Inferno e paradiso sono assunti a simboli universali e fondanti della civiltà cristiana e Machiavelli li relativizza dal punto di vista del conquistatore che fonda una nuova scienza politica eurocentrica. Hatuey li considera simboli valoriali importati dai colonizzatori. Li rigetta, al pari dell’oro maledetto, come espressioni ricattatorie di un universalismo predone. Il probabile marrano Las Casas, forse sensibile alla condanna machiavelliana per l’espulsione con «pietosa crudeltà» di Ebrei e Moriscos per opera dei Reyes Católicos Ferdinando e Isabella, mette l’argomento del Segretario fiorentino in bocca al taíno Hatuey.

Il vescovo difensore dei nativi si serve dell'apparato concettuale machiavelliano per decostruire e relativizzare l'ideologia imperialistica standard, riconducendo i valori a forza effettuale e strappando via gli orpelli di giustizia e conversione. Il canone cristiano, nella sua veste riassuntiva e premiale (inferno/paradiso) riassume, soprattutto nell'opera di conquista delle Americhe, l'intero insieme degli universali. Allo stesso tempo emerge quanto siano ambigui l’uscita dal Medioevo e l’avvento del realismo politico, armi a doppio taglio nella metropoli e in colonia.

Oggi, diventati laici, portiamo la civiltà occidentale e non il paradiso. Paradiso e certezze assolute sono piuttosto uno slogan dei terroristi fondamentalisti. Sostituiamo un barile di petrolio al cesto d’oro. Cambia qualcosa per le vittime? O sperate che vada meglio a crociati e colonizzatori, terroristi “umanitari”? Quando il bullismo di Renzi e Gentiloni varca il canale di Sicilia, c’è da preoccuparsi.

 

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Una Risposta a Hatuey sceglie l’inferno

  1. Francesco ha detto:

    Ringrazio Illuminati per l’opportuno richiamo al rischio di neocolonialismo (anche se l’alternativa per i paesi in questione non è certo l’indipendenza, ma un colonialismo di segno opposto). Paralleli storici fra situazioni separate da 500 anni di storia (su cui credo esistano anche letture più “marxiane” e disincantate, che distinguono le legittimazioni religiose di contorno dalla sostanza economico-militare delle occupazioni spagnole) possono risultare suggestivi alla lettura, ma purtroppo non modificano le opzioni realmente in gioco nell’unico tempo che ci riguarda, il presente. Qui ed ora l’alternativa più realistica non è fra il colonialismo del ‘500 e il mondo ideale, ma fra l’ISIS (con i suoi finanziatori) da una parte, e stati islamici laici, più o meno esposti a influenze occidentali, dall’altra. Dinanzi a questa scelta temo che per i soggetti che l’articolo indica come “vittime” (cioè, immagino, i cittadini libici) l’assoggettamento forzato alle leggi dell’ISIS su donne e minoranze non sia davvero la stessa cosa che l’adesione a un regime laico.

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