Marco Giovenale

Alla scrittura asemantica o meglio asemic (in inglese, “asemic writing”) si è fatto già cenno nel primo intervento sul glitch, inquadrandola come una sorta di linguaggio disturbato, interrotto, spezzato davanti allo sguardo del lettore un momento prima dell’approdo al significato. (Al significato, non al senso).

In effetti da non poco tempo, da quasi due decenni ad esser precisi, questa linea peculiare di confine fra testualità e arte contemporanea, tra grafia e forse astrattismo, è particolarmente visibile, è in evidenza. Viene percorsa e fatta propria da molti artisti, e da autori di testi sperimentali.

Ma di che si tratta infine? Sono glifi, quasi-calligrafie, alfabeti, materiali visivamente riconducibili all’area formale della scrittura, che però non fanno riferimento ad alcunché di noto o decifrabile, ad alcuna vera lingua, a nulla che trasmetta significato (senza tuttavia, per questo, esimersi dal trasmettere senso). In una breve ricostruzione, qui, limitiamoci alle radici che la pratica ha nel secolo passato. Specie con Alphabete Narration (1927) Henri Michaux avviava una sua esplorazione – poi ininterrotta – del territorio. Nel 1947 e a varie riprese successivamente, con le Scritture illeggibili di popoli sconosciuti, Bruno Munari aveva giocato con alfabeti enigmatici o alieni (pagine riassuntive e felici si leggono e osservano in Codice ovvio, fra l’altro: cfr. in particolare le pp. 175-178 della ristampa 2008).

Nei decenni successivi Christian Dotremont, Brion Gysin, León Ferrari, Mira Schendel, Mirtha Dermisache e moltissimi altri artisti avrebbero ancor più sistematicamente battuto gli stessi sentieri. Negli anni Settanta Irma Blank copre intere superfici e fogli con scritture inesistenti, sottili tracciati che mimano una grafia minutamente nervosa, senza intenzione transitiva: nel 1974 Gillo Dorfles le dedica un testo (che si può ora leggere all’indirizzo http://gammm.org/index.php/2007/07/18/blank-dorfles) in cui di fatto conia l’espressione “scrittura asemantica”: «una sorta di grafia-ortografia, che si vale d’un segno ben individualizzato (con tutte le caratteristiche della personalità di chi lo usa), ma privo, vuoto, scevro, da ogni semanticità esplicita, giacché non è costituito da – né è scindibile in – “segni discreti”, in lettere d’un sia pur modificato alfabeto, né in ideogrammi sia pur alterati o neoformati. [...Si tratta quasi di] tracciati [...] sovrapponibili ai segni d’una qualsivoglia composizione grafica, astratta, salvo a conservare, in un certo senso, l’aspetto esterno, la morfologia estrinseca, d’una effettiva scrittura manuale».

alfadomenica 15 febbraio gioco e radar Rosaire Appel_ Artificial book

Rosaire Appel, Artificial book

Del 1981 è uno dei capolavori di asemic writing: l’“enciclopedico” Codex Seraphinianus di Luigi Serafini, per il quale è superfluo suggerire link: la rete ne pullula.

Per indagare sull’asemic writing si potrebbe legittimamente arretrare alle origini della scrittura verbovisiva. E interrogarsi poi sulla fascinazione che l’indecifrabile ha sempre suscitato nei frequentatori delle zone di confine fra araldica e antichi alfabeti (pensiamo appena all’eco ipnotica – ben storicizzata – del geroglifico), o fra arte e tracce aleatorie, naturali, materiche, come ad esempio accade nei flussi di corpuscoli di Dubuffet o Fautrier. L’arte contemporanea per altro è stata ricca di passaggi del segno astratto verso rassomiglianze, sembianze calligrafiche: diversissimi e numerosi gli artisti nominabili: Mark Tobey, Pierre Alechinsky, Asger Jorn, André Masson, Louise Bourgeois; forse già lo stesso Mirò, certo Klee. Dagli anni Settanta, per stare all’Italia, soprattutto Vincenzo Accame, in parte Adriano Spatola, e per certi aspetti (dato l’intreccio di frecce grafie graffi complessi spesso inestricabili, in loro opere) Emilio Villa e Magdalo Mussio hanno dato contributi nuovi e determinanti in questo senso, vicini all’asemic writing o precisamente dentro i suoi confini.

È tuttavia, come si diceva, forse solo dalla seconda metà degli anni Novanta che tale costellazione di esperimenti più o meno slegati è stata percepita sotto forma di corrente, flusso unitario, o uniformabile non da una teoria ma da semplice constatazione di esistenza, di massiccia estesa compresenza: è infatti da quegli anni che un autore australiano, Tim Gaze (http://asemic.net), ha iniziato non solo a proporre e promuovere l’espressione “asemic writing” come unificante e definitoria (sulla scorta di un dialogo tra Jim Leftwich e John Byrum), e a lavorare in questo senso lui stesso con opere e disegni numerosissimi, ma ad attivarsi altresì per promuovere questa linea di ricerca – che vedeva praticata da centinaia di artisti e autori in tutto il mondo –  attraverso mostre, iniziative, siti, edizioni, riviste, fascicoli su carta e online (tra cui «Asemic magazine» e «asemic movement»), che nel primo decennio del nuovo secolo si sono moltiplicati ulteriormente grazie all’apporto di una vera e propria collettività di artisti (e) curatori, in rete e fuori, tra cui (non citando nomi italiani) Pete Spence, Rosaire Appel, Orchid Tierney, Michael Jacobson, Cecil Touchon, Marc van Elburg, John M. Bennett, Billy Mavreas, Miron Tee, Jakub Niedziela, Dirk Vekemans, Bruno Neiva, Yu Nan, Lin Tarczynski, Geof Huth, Satu Kaikkonen, Karri Kokko, Jukka-Pekka Kervinen, Ekaterina Samigulina, Kimm Kiriako, John Martone, Drew Kunz, Michael Gatonska, Jean-Christophe Giacottino, Michel Audouard, Pamela Caughey, Kerri Pullo, Anne Moore, Mark Firth, Denis Smith, Lucinda Sherlock, Anneke Baeten e molti altri.

Un blog di riferimento:
http://thenewpostliterate.blogspot.com
Il tag/categoria asemic nel blog di Christopher Skinner:
https://lestaret.wordpress.com/category/asemic-2/page/2/

Testo già comparso – in forma differente – in «l'immaginazione», n. 274, mar.-apr. 2013, p. 41, poi in Punto critico, 2 luglio 2013

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3 Risposte a Gioco (e) radar, # 05
Asemic writing

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