Maria Cristina Reggio

Per trasformare nel re di Danimarca un ragazzo di Scampia, di nome Amleto Barilotto e vestito all'inizio solo di un pigiama, è sufficiente una coperta di "presine" fatte all'uncinetto, ma indossata come se fosse un sacro mantello di ermellino, pure in un palco vuoto dove il trono è una panca di legno: così Emanuele Valenti e Gianni Vastarella, della compagnia teatrale napoletana Punta Corsara scelgono, con Hamlet Travestie, di riscrivere Amleto, letteralmente rivoltandone vesti e testi, seguendo cioè da un lato, in primis, la tessitura del bardo, dall'altro il primo burlesque tratto dalla sua opera, ovvero l'Hamlet Travestie di John Poole (1810) e, terza mossa, innestandovi l'ottocentesco Don Fausto di Antonio Petito, un attore-drammaturgo napoletano a cui si erano già ispirati nella loro produzione precedente, il Petitoblok.

Punta Corsara è un giovane gruppo teatrale diretto dal 2009 da Emanuele Valenti e Marina Dammacco che si è formato nel 2007 al Teatro Auditiorium, nel disastrato quartiere di Scampia a Napoli per una geniale iniziativa di Marco Martinelli e Ermanna Montanari (Teatro delle Albe), affiancati da Debora Pietrobono, che hanno lavorato per creare un teatro proprio lì, nel cuore più degradato del napoletano (con il sostegno della Fondazione Campania dei Festival).

Quale può essere, si chiedono i "giovani corsari" della Compagnia, in un quartiere che potrebbe essere lo stesso Scampia, devastato come tante altre periferie urbane dall' incuria e dalla sopraffazione, una tra le possibili funzioni del teatro che non sia volgare divertimento o rifugio nell’illusione? Per prima cosa il teatro è travestimento, immedesimazione, e il primo gesto che compie Gianni Vascarella nei panni di Amleto Barilotto e che si crede il principe di Danimarca è quello di svestirsi del pigiama per rivestirsi con una tuta non meno prosaica e coprirsi dell'enorme coperta-mantello. Il protagonista di questa parodia, che ha perso il padre in un incidente, ha bisogno della finzione e della parola poetica shakespeariana per dare un senso alla sua tragedia personale e famigliare.

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Ecco che si commuove rivivendo il commiato dalla sua fidanzata (Valeria Pollice) come se fosse Ofelia, illudendosi che la madre (Giuseppina Cervizzi) si comporti come la regina Gertrude, lo zio (Christian Giroso) come re Claudio l'usurpatore, e il cugino (Carmine Paternoster) come uno sciocco e inutile Laerte. Così, se nel dramma originario Amleto si faceva credere pazzo, in questo caso, nel mirabile gioco del rovesciamento parodico, sono proprio i suoi parenti che stentano a riconoscerlo e ne ipotizzano la follia, immaginando pure di trarne una pensione d'invalidità che li solleverebbe dalle ristrettezze economiche nelle quali versano per via della perdita del capofamiglia e dei pochi affari della loro unica attività, una bancarella al mercato, strozzata dal pizzo dovuto a un prepotente camorrista di nome Gennaro.

Il perfetto tapis roulant della drammaturgia comica, che avanza verso la risata sempre puntuale all'appuntamento con la gag, intessuta di parole, ma soprattutto di gestualità e corpi, rapisce gli spettatori, che, nonostante le battute in napoletano stretto, ridono di fronte ai moderni tipici caratteri partenopei (dai tratti forse un po' troppo tipici, sopra le righe di un dramma, ma adatti al genere. In questo grande testo sul teatro, Shakespeare ha affrontato il tema del disvelamento teatrale in maniera esemplare inventando la famosa scena della Trappola per Topi, in cui il giovane principe di Danimarca smaschera gli assassini del padre, facendo rappresentare da una compagnia di attori di passaggio una pantomima dell'omicidio di quest'ultimo proprio al cospetto del re zio e della madre regina.

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La riscrittura di Punta Corsara, rimeditando la realtà dura del quartiere nel quale è nata e in cui agisce, reinventa una nuova trappola con un intelligente rimasticamento della sintesi farsesca di John Poole e del teatro "corporale"di Petito. In scena dunque, un tal professore (Emanuele Valenti), intellettuale e reduce sessantottino, che racconta di avere, tempo prima, suggerito lui stesso al giovane Amleto napoletano la lettura del dramma shakespeariano, allestisce una grottesca teatro-terapia per guarire il giovane dalla follia impellente che ha messo in crisi l'intera famiglia.

Con una sgangherata apparizione di amici e parenti nei panni della regale famiglia "teatrale", ombra del padre compresa, lo strampalato intellettuale-teatrante restituisce ad Amleto la visione della sua realtà, trainata su un misero carretto di legno: sono ridicoli i suoi consanguinei e amici camuffati, sicuramente l'antitesi dei modelli tragici, ma proprio in essi, perché così poco eroici e regali, Amleto riconosce la sua verità, i suoi affetti, la sua modesta famiglia orfana del padre. La cura sembra riuscire, il ragazzo capisce che l'amletica Danimarca fa parte di un fantastico tempo lontano.

Lì per lì la storia sembra finita, il sipario pronto a calare sulla conclusione della farsa, ma con un colpo d'ali degno della migliore tradizione drammaturgica partenopea, il comico si scansa, e anche per l'Amleto corsaro si compie un inatteso destino tragico: al giovane Barilotto, mentre incontra Gennaro lo strozzino nelle strade di Scampia, appare infatti lo spettro parlante del padre che gli racconta un'infame verità e implora vendetta, e stavolta per lui, Amleto di Scampia, non resta altra parte da recitare che quella dell'eroe.

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