Monica Centanni

Va in scena stasera a Milano, in prima nazionale al Teatro Out Off, L’ultimo viaggio. La verità di Enrico Filippini, una drammaturgia di Giuliano Compagno e Concita Filippini che tratteggia sulla scena la figura in qualche modo «segreta», ma non meno che straordinaria, di questo infaticabile passeur che – prima alla redazione Feltrinelli negli anni Sessanta, poi in quella di «Repubblica» nei Settanta e Ottanta – incarnò meglio di ogni altro, lui svizzero di Cluvo, lo spirito della «gita a Chiasso» a suo tempo predicato dal Gruppo 63: prima traducendo a rotta di collo classici della letteratura e della filosofia (da Ludwig Binswanger a Walter Benjamin, da Günter Grass a Uwe Johnson, da Max Frisch a Friedrich Dürrenmatt) all’epoca da noi ancora in gran parte incònditi; poi, dalle pagine del giornale, proseguendo l’opera in qualità giornalista culturale di proverbiale sagacia e puntiglio, nonché come strepitoso intervistatore (si è già avuto modo di segnalare, qui, la bellissima silloge curata da Alessandro Bosco, Frammenti di una conversazione interrotta. Interviste 1976-1987, pubblicata da Castelvecchi alla fine del 2013). Così fra l’altro sacrificando un talento di narratore in proprio che, tanto nelle prove sperimentali dei Sessanta (come i racconti Settembre e il bellissimo In negativo) che nell’atto di congedo L’ultimo viaggio (che dà il titolo al volume prezioso, curato dallo stesso Bosco per Feltrinelli, che raccoglie appunto la sua produzione narrativa e teatrale), si mostra di grandissimo interesse. Ma, si era avvisato fra le righe di Settembre, «il vero fare giusto è la voglia di non dire».

Anche parlare di suo padre, per Concita Filippini, non dev’essere stata la cosa più semplice. Così che la scena teatrale, con la mediazione sensibile di Giuliano Compagno, finisce per essere qualcosa di simile a un set analitico – più che a uno scrigno di memorie private. Partendo dagli ultimi giorni del padre, nei quali forse per la prima volta ha avuto modo di conoscerlo davvero, si ripercorrono le sue vicende pubbliche e private, intellettuali e affettive. Sino alla malattia che lo colpisce e, il 21 luglio 1988, lo porta via: sino a quell’ultimo viaggio in cui si evoca un «tempo indeterminato, come un punto vuoto e senza nome nell’eternità». Nel «vuoto di questa luce» (queste le ultime parole del racconto, accompagnate da un punto interrogativo) dileguava un’esistenza tanto eccezionale quanto, insieme, segretamente emblematica.

Per ricordare Enrico Filippini in occasione di questo appuntamento teatrale, pubblichiamo l’intervento tenuto da Monica Centanni all’Auditorium Parco della Musica di Roma, il 28 febbraio 2014, alla giornata dal titolo La verità del gatto, che vedeva altresì la partecipazione di Nanni Balestrini, Irene Bignardi, Alessandro Bosco, Umberto Eco, Marino Fuchs, Giacomo Marramao, Paolo Mauri, Claudio Nembrini e Annemarie Sauzeau Boetti. (Andrea Cortellessa)

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Enrico e Concita Filippini, anni Sessanta

Enrico Filippini era una delle prove viventi, anzi una delle prove umane, della – per altro assai discussa – esistenza dell’anima. Di corpo era leggero. Anzi, il suo corpo, il suo viso, il suo occhio, altro non erano che una increspatura in cui prendeva spessore e visibilità lo spirito sfavillante che animava la sua vita: era tutto espressione – piega, declinazione dell’espressione, «filosofia dell’espressione» si potrebbe dire parafrasando il nostro amato Giorgio Colli – non materia. E anche in questo era leggero, imprendibile, furtivo.

Danzava Nani con la sua intelligenza; con Giordano Bruno nel De Vinculis: Nihil vincitur nisi aptissime praeparatum, quia fulgor ille non eodem omnibus communicatur modo. Uno sfavillio di intelligenza raro, non per tutti (non eodem omnibus…), che si trasmette incantando, seducendo, vincolando. Vincolando anche e soprattutto se stessi: lo spirito più leggero e più libero che abbia mai incontrato – più profondamente leggero, più coraggiosamente libero – era però vincolato da legami ironicamente religiosi, ma insolubili, con le proprie passioni. Il dettaglio di un corpo, la piega di un pensiero, il profilo di una riflessione che nessuno aveva prima guardato scoperto desiderato con quello stesso suo amore. Ebbrezza – esperimento davvero rovinoso, e insieme inevitabile – dell’abbassamento in Dioniso di qualunque rigore dell’identità.

E poi il gioco – su questo fronte l’ho incontrato. A Enrico Filippini piaceva moltissimo giocare con le parole. E specie al gioco più difficile di tutti: la traduzione. L’esercizio che da una lingua all’altra prevede il passaggio per una alchemica evaporazione dei fonemi – la necessaria dissoluzione che sola consente il passaggio pervio, l’approdo incerto al nuovo suono nella nuova lingua – si scontra, o almeno fa i conti, con il nocciolo duro, sempre incatturabile, del significato. Questo era il gioco.

Imprendibile Nani: c’era non c’era. Imbrogliava, mentiva – si nascondeva dietro cristalline, leggere, barriere di parole. Appariva e scompariva, Nani. Epifanie e apofanie di quelle prospettive diverse sul mondo a cui gli antichi davano nomi divini. Dionisiaco sì, per la accattivante, scura, vertigine dell’ebbrezza, e per il desiderio di trovare una ninfa che fosse una saggia Arianna, possibilmente addormentata. Ma anche ermetico, e forse più propriamente mercuriale, e insieme amante del logos e della sua «grande potenza nel minuscolo corpo della parola». Se la bella allegoria composta sul morire del mondo antico fosse stata una fabula vera, se Mercurio e Filologia avessero procreato un figlio, sarebbe stato in tutto e per tutto simile a Nani Filippini. La sua vita, la sua anima inquieta ma lucida e chiara fin nel profondo, consisteva, stava tutta incarnata, nel corpo delle parole. Non poteva farne a meno.

L’ultima volta che ho sentito la voce di Enrico Filippini, un giorno di luglio del 1988, dai due capi del filo di un telefono tra Venezia e Roma: «Sai – mi disse – ogni giorno perdo qualcosa, qualche pezzo delle parole. Un giorno non so più articolare una vocale, il giorno dopo è la volta di una consonante. Ma non quelle che di solito la gente non sa dire: non la R, la Z, ma la P, la T ... Oggi ho perso la B. Pezzo per pezzo perdo le parole». Era proprio così, e quando le perse tutte – tutte le vocali e tutte le consonanti – non ha avuto più corpo. Né anima - perché per lui (per noi) era la stessa cosa. Non aveva più un corpo, neppure minuscolo, in cui incarnarsi. E non è stato più.

Per questo, perché amava i nomi e le parole, siamo qui a chiamarlo per nome. A tenere viva l’unica gloria che gli sarebbe stata grata: kleos – il suono fragilissimo, che dopo tanti anni siamo qui a ripetere, del suo nome.

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