Andrea Inglese

Identificazioni

Sei Charlie o non sei Charlie? In definitiva, parrebbe sia questa la forma logica, in cui si è espressa la nostra esperienza degli attentati di Parigi, nel corso dei quali sono state ammazzate tra il 7 e il 9 gennaio venti persone, venti cittadini francesi, inclusi i tre attentatori. L’elaborazione del trauma si è concentrata, ad un certo punto, sulla necessità di identificarsi o meno con Charlie Hebdo. Intorno a quest’identificazione o al suo rifiuto ha finito col ruotare una parte rilevante del dibattito politico nato da quegli avvenimenti. Alcuni fenomeni importanti, però, da un punto di vista sociale, si sono situati probabilmente altrove, laddove non erano in questione identificazioni, ma altre forme più articolate di adesione e testimonianza. E proprio in ragione del loro potenziale semantico non riconducibile a un identificante semplice, tali fenomeni sono stati spesso malintesi. Proverò a soffermarmi su di essi, e lo farò nell’unico modo che mi sembra accettabile, partendo cioè dalla mia diretta esperienza, includendomi nel discorso non solo come una mente che analizza e giudica, ma anche come un corpo che sente, riflette e percepisce attraverso limiti, vuoti, opacità.

M’interessa in modo particolare riflettere su alcuni punti emersi nelle posizioni di alcuni Non sono Charlie (Mi riferisco ovviamente ai Non sono Charlie di sinistra, perché ce n’era ovviamente anche una certa quantità di estrema destra). A fronte del progressivo convergere del discorso politico, mediatico e di piazza, e a fronte del progressivo impoverimento di questo discorso, schiacciato in modo apologetico sullo slogan Io sono Charlie e sulla figura autoassolutoria della République unita e unanime, le voci minoritarie dei Non sono Charlie, soprattutto quelle in grado di proporre analisi e critiche articolate, hanno costituito un sano e necessario contraltare. Esse hanno ricordato, innanzitutto, che la cosiddetta barbarie a cui gli eccidi di Parigi ci hanno confrontato non è prerogativa esclusiva di gruppi minoritari, che sostengono ed esprimono, attraverso il loro radicalismo religioso, una visione fascista della società. Forme di barbarie e fascismo sono componenti ordinarie della politica estera di paesi democratici e occidentali, Stati Uniti in testa, e sono ormai componenti altrettanto ordinarie della politica interna della République, sia nei confronti delle minoranze senza diritti – i non-cittadini presenti sul proprio territorio – sia nei confronti dei ceti popolari, sottoposti a un duplice castigo: quello della povertà e quello della discriminazione.

Si è voluto anche precisare che l’attività satirica e giornalistica di Charlie Hebdo non poteva essere considerata esemplare di una battaglia per la libertà di espressione. Penso che anche queste critiche siano state utili a fronte di una celebrazione tanto entusiasta quanto ignorante della complessa storia del giornale e dei suoi redattori. Ciò non ha però impedito che tanta gente rendesse ugualmente un omaggio affettuoso a quelle persone assassinate, fossero o meno campioni esemplari della libertà di espressione. Così è accaduto, ad esempio, per quanto mi riguarda. Dopo una strage del genere, si rende omaggio alla storia complessiva di una persona e non alla linea politica del suo giornale in una determinato epoca, e questo omaggio è un’espressione di affetto, che non deve per forza accordarsi con una comunione di opinioni e attitudini. È sufficiente che questa comunione ci sia stata in un determinato momento, e in modo particolarmente intenso per lasciare un ricordo importante.

Soggetti collettivi

Ognuno degli attacchi omicidi dei fratelli Kouachi e di Amedy Coulibaly ha mostrato un chiaro carattere fascista, nel modo in cui è stato realizzato e per le ragioni che, ai loro occhi, avrebbero dovuto giustificarlo. Nulla di ciò, se non metaforicamente, aveva a che fare con la guerra. Si è trattato di atti terroristici in piena regola: ammazzamenti di individui per lo più civili ed inermi e non motivati da alcuna necessità di difesa personale. Gli attentatori hanno ucciso dei miscredenti colpevoli di aver oltraggiato l’immagine del Profeta, delle persone in un negozio perché colpevoli di essere (probabilmente) ebrei, delle persone in divisa perché, anche se neri o arabi, erano al servizio di uno stato occidentale.

Nelle ore immediatamente seguenti al primo massacro, si è diffuso in modo spontaneo, attraverso i social network in effervescenza, lo slogan Io sono Charlie. Poi è stato ripreso anche nelle piazze, durante i primi improvvisati assembramenti, ed è divenuto quasi lo slogan ufficiale della grande manifestazione nazionale di domenica 11 gennaio. Come tutti gli slogan, anche questo ha qualcosa di rozzo e di riduttivo. Come tutti gli slogan, esso prospera all’ombra delle figura retorica della sineddoche. Come tutti gli slogan, esso dice qualcosa di importante, e tace molte altre cose altrettanto importanti. Importante qui è l’orrore che è stato suscitato in seguito alla strage nella redazione di un giornale satirico popolare. Una delle prime forme pubbliche di espressione di questo orrore, a metà strada tra l’esorcismo e il gesto elementare di solidarietà, è stato questo slogan, e ciò lo ha candidato a divenire con successo una leva simbolica di mobilitazione. Sarebbe futile dare tanto peso a uno slogan, se appunto esso non avesse già catalizzato un’enorme attenzione e non avesse condizionato le riflessioni politiche inerenti agli attacchi di Parigi, alle loro cause e conseguenze.

Qualcuno ha sottolineato che una tale reazione di solidarietà non ha avuto luogo in seguito agli attentati realizzati da Mohammed Merah nel marzo 2012 a Tolosa e Montauban, che avevano fatto sette vittime, tra cui tre bambini ebrei. Ciò è senza dubbio vero, ma è anche vero che Charlie Hebdo, come testata giornalistica e come complessiva attività dei suoi disegnatori, è penetrato nella vita culturale dell’intero paese, e ne è divenuto una componente familiare, e in modo trasversale alle sensibilità politiche e alle generazioni. Poiché le identità nazionali esistono, intese come identità collettive, ossia fatti sociologici fondamentali e non come ideologie più o meno minoritarie, è evidente che determinati fenomeni le tocchino nel vivo più di altri. Ed è anche evidente, piaccia o meno, che l’enfasi sull’appartenenza confessionale o etnica indebolisce i legami con il nucleo identitario nazionale. Per identità nazionale intendo ciò che determina l’adesione di un individuo ad un soggetto collettivo in grado di inglobarlo e di esserne, nel medesimo tempo, l’espressione politica e culturale. I criteri che determinano tale identità sono molteplici: non solo la fisionomia di un determinato territorio e una determinata costituzione, ma anche tutta una serie di realtà che precedono e rendono possibile ogni legislazione esplicita: la lingua, la famiglia, le istituzioni educative, i “costumi”, ecc. Mi pare indispensabile un riferimento al soggetto collettivo nazionale per comprendere la portata delle manifestazioni di massa che si sono svolte in Francia dopo l’attentato. In un passo del Contratto sociale, per illustrare le caratteristiche di un soggetto collettivo, che è qualcosa di più e di diverso di una semplice moltitudine d’individui, Rousseau scriveva: “Appena questa moltitudine è riunita in un corpo, non è possibile offendere una delle membra senza attaccare il corpo, e ancor meno offendere il corpo senza che le membra ne risentano”.

La questione dell’identità nazionale, come fatto sociologico fondamentale e ineludibile, non è certo una di quelle particolarmente care al pensiero marxista, che vede in un soggetto collettivo interclassista un modello negativo, mistificatorio, di soggettività. Ciò nonostante, tale questione dovrebbe ancora oggi essere trattata con attenzione proprio da chi si pone come obiettivo di costruire un soggetto politico antagonista. La creazione di un tale soggetto collettivo, in grado di rappresentare la parte sfruttata della società, non può realizzarsi che a patto d’indebolire l’identità nazionale o, addirittura, di ridefinirla. Il pensiero anticapitalistico sorvola spesso magicamente non solo la questione della composizione di classe di un possibile soggetto antagonista, ma sorvola anche il rapporto per nulla evidente che un tale soggetto collettivo dovrebbe avere nei confronti delle diverse identità nazionali. Nonostante gli sforzi dell’ideologia individualistica, nella sua declinazione più radicale e neoliberista, volti a negare qualsiasi realtà a identità di carattere collettivo e nazionale, tali identità continuano ad esistere, non certo come realtà immobili, ma nemmeno come residui irrilevanti di qualche ideologia obsoleta o reazionaria.

Una prova che le identità collettive esistono è che sono in grado di mobilitare masse di persone, e che tali mobilitazioni, per sfaccettate e articolate che siano, trovano contenuti, simboli, rituali ben definiti e comuni. Se l’autentica voce dell’autentica classe antagonista, dopo gli ammazzamenti di gennaio, fosse stata quella dell’anti-slogan Non sono Charlie, avremmo dovuto vedere non solo una sparpagliata astensione, ma anche una diversa e consistente mobilitazione, ma è proprio ciò che non è avvenuto. Ora, quella voce sarà stata anche autentica – e senza dubbio ha prodotto una serie di analisi importanti e condivisibili – ma non è stata in grado di catalizzare un’identità collettiva e alternativa a quella nazionale e repubblicana che contestava. Non è un piccolo problema per chi ha a cuore i destini generali. Le voci fuori dal coro sono necessarie, ma non sono sufficienti per far cambiare la musica. Bisognerà che, prima o poi, queste voci fuori dal coro siano in grado di produrre una realtà corale, catalizzando, componendo e articolando una grande massa di altre voci. Sarebbe interessante, ad esempio, riflettere su come il successo di un partito come Syriza abbia potuto realizzarsi non attraverso un conflitto frontale con l’identità nazionale greca, ma facendo anzi leva su tale identità.

Ciò non dovrebbe sorprendere nessuno, le identità nazionali, a differenza di quanto credono i nazionalisti, hanno natura prospettica e progettuale: vivono guardando al futuro piuttosto che al passato, e sono costantemente aperte a una ridefinizione, dal momento che vivono nell’interazione continua con altre realtà collettive, altre identità e culture. Nella Grecia attuale, la questione sociale è divenuta una questione nazionale. E, in questa vicenda, l’esperienza del popolo greco, i suoi affetti oltre che i suoi semplici bisogni materiali, hanno senza dubbio e comprensibilmente giocato un loro ruolo importante. I dettami della commissione Europea non hanno solo contribuito all’enorme impoverimento di un popolo, ma hanno anche, nei suoi confronti, avvalorato forme di pubblica umiliazione.

Non è comunque mia intenzione indagare la possibilità di costruire un soggetto collettivo antagonista, confrontandosi o meno con il dato storico e sociologico delle identità nazionali. Mi pare, però, che una tale analisi avrebbe senso, e potrebbe illuminare quello che mi sembra un punto cieco, ad esempio, nelle riflessioni per altri versi estremamente lucide di Badiou nell’articolo Il rosso e il tricolore.

Il volto ambiguo della République

Quando Io sono Charlie è apparso, esso si è inserito come uno slogan tra i tanti possibili all’interno di una corrente di reazioni molteplici e spontanee che, per altro, non sembrava così assetata di simboli, bandiere e divise. Esso ha coesistito, quindi, con una varietà di atteggiamenti, che spesso non avevano alcun bisogno di rivendicare un’identificazione stretta. Mi raccontava un amico, che le prime persone a ritrovarsi in piazza a Parigi, triste e attonite, la sera dell’attentato del 7 gennaio, sono state proprio quelle più vicine affettivamente a Charlie Hebdo, quali che fossero le loro valutazioni sulla recente linea politica del giornale o sulla fondatezza delle sue campagne satiriche contro il fanatismo religioso. Queste persone, paradossalmente, erano le ultime a sentire l’esigenza di uno slogan come Io sono Charlie. I loro legami diretti o indiretti di amicizia o simpatia con i personaggi assassinati non li sollecitavano a nessuna identificazione: si può rendere omaggio alla scomparsa di qualcuno che ci è caro o che ci è stato caro, anche avendo piena coscienza della distanza che, sotto diversi aspetti, è esistita o esiste tra noi e lui.

Io sono Charlie ha funzionato così in modo duplice e ambiguo: ha permesso, da un lato, alle amplificazioni mirate dei media e del governo di enfatizzare un comune denominatore rigido, ma nello stesso tempo si è prestato a declinazioni plurali: Io sono Charlie, io sono musulmano, io sono ebreo, io sono un poliziotto. Il versante plurale, però, pur non coincidendo con un’adesione acritica ai generici valori della libertà d’espressione o a quelli della Repubblica, non ha neppure voluto dire pluralità indiscriminata. Le imponenti manifestazioni francesi, nate spontaneamente in diverse città di Francia, e sfociate nelle grandi manifestazioni nazionali di domenica 11 gennaio, hanno avuto a mio parere come componente comune, pur nella pluralità delle specifiche espressioni, una presa di posizione antifascista. Questa presa di posizione antifascista, trasversale alle generazioni, alle comunità e in parte anche ai ceti sociali, ha potuto convivere, seppure in modo contraddittorio, con una difesa “assolutoria” della Repubblica. Ma la difesa antifascista della Repubblica e la celebrazione della Repubblica, grazie al pretesto antifascista, non sono la stessa cosa. Non solo, ma il rito antifascista in un paese dove il Fronte Nazionale è considerato, secondo gli ultimi sondaggi, intorno al 30%, non è né vuoto né insignificante. E soprattutto, se la percezione di una componente anti-fascista maggioritaria è corretta, non si può certo parlare di una mobilitazione a-politica. Non mi sogno con questo di credere che una manifestazione, anche se di straordinarie proporzioni numeriche, sia di per sé risolutiva di alcunché. Mi sembra, però, che nelle analisi critiche mosse a sinistra dai diversi Non sono Charlie su questo punto ci sia stato malinteso, errore o consapevole forzatura.

È indubbio che la ricerca di unanimità da parte del governo ha toccato vertici demenziali e controproducenti, arrivando a proporre sanzioni per quei giovani che, all’interno delle istituzioni scolastiche, hanno rifiutato di rendere omaggio alle vittime degli attentati, e in speciale modo ai vignettisti di Charlie Hebdo. Tutto questo non autorizza però a considerare in blocco milioni di manifestanti degli allocchi manipolati dalla televisione e dalla classe politica, o degli acritici apologeti delle politiche estere occidentali o delle politiche interne dello stato francese, o peggio ancora dei persecutori anti-islamici. Ci sarà stato probabilmente anche tutto questo, ma come parte di un insieme più grande, contradditorio e complesso. Così come è abbastanza sbalorditivo leggere in un articolo di Frédéric Lordon [http://blog.mondediplo.net/2015-01-13-Charlie-a-tout-prix], pensatore stimabilissimo per lucidità e impegno politico, una frase di questo tenore: “Tutto porta a credere che il corteo parigino, per immenso che sia stato, si sia rivelato di una notevole omogeneità sociologica: bianco, urbano, educato”.

Posto che questi tre criteri difficilmente possono, da soli, contribuire a fornire una categoria sociologica particolarmente efficace, bisognerebbe essere onesti nel momento in cui si avanza come argomento squalificante la presunta omogeneità sociologica di tali manifestazioni. Innanzitutto, da mercoledì 7 a domenica 11 gennaio, vi sono state in Francia mobilitazioni in grandi come in piccoli centri, e non solo nella capitale. Io stesso ho assistito a un raduno davanti al municipio di una cittadina popolare della periferia parigina, raduno a cui hanno partecipato tanto il sindaco comunista quanto alcune donne musulmane con il velo. Visto l’alto tasso di persone meticce a Parigi, oltre che di neri e francesi originari del Maghreb, mi sembra assai poco probabile che solo i bianchi si siano mobilitati, o forse mia moglie, che è meticcia, faceva parte domenica sera, in piazza della Nazione, di una sconsiderata minoranza. L’omogeneità sociologica, che andrebbe però definita attraverso criteri più pertinenti di quelli indicati da Lordon, è senz’altro un problema di fondo non dei soli manifestanti pro-Charlie, ma di tutta la società francese, e si riscontra anche nella categoria professionale a cui appartiene Lordon (docente universitario) e persino nei gruppi antagonisti attivi nei grandi centri urbani e connessi variamente con le università. Su questo punto, ho voglia di dire che tanto prospera un sapere antagonista nei dipartimenti universitari in Francia, tanto questo sapere pare sprovvisto di organi politici sul territorio, e in modo particolare nelle periferie urbane povere, dove sopratutto i giovani francesi figli d’immigrati africani sono destinati ai lavori non qualificati, nel migliore dei casi, alla disoccupazione e alla marginalità, in quello peggiore. La rottura dell’omogeneità sociologica è quindi un obiettivo che dovrebbe riguardare sia i contesti di formazione di un sapere critico e antagonista sia quelli di messa in opera, in forma allargata e organizzata, di un tale sapere.

Affetti

Un altro aspetto della mobilitazione generale che è stato considerato in modo riduttivo riguarda le cosiddette “emozioni”. Si tratta, in questo caso, di una valutazione abbastanza diffusa che ho ritrovato spesso nei Non sono Charlie, ma anche in coloro che, pur solidarizzando con le vittime degli attentati, hanno sottolineato il rischio di lasciarsi trasportare dalle emozioni, rinunciando così a una postura critica e riflessiva. Un platonismo ortodosso è divenuto il tratto comune dei commentatori: le emozioni sono una cosa inaffidabile, illusoria, incostante, e su di esse nulla di sensato, di razionale, di positivo può essere edificato. È poi bizzarro ritrovare il medesimo atteggiamento anche nel già citato articolo di Frédéric Lordon, economista e filosofo che, in diverse occasioni, ha difeso in un’ottica spinozista l’importanza degli affetti sul terreno dell’agire collettivo.

Farò riferimento alla mia esperienza personale, per mostrare quanto la mobilitazione spontanea, che ha portato la gente per le strade in diverse città della Francia fin dalla giornata del 7 gennaio, ha avuto un ruolo catartico, terapeutico, in ogni caso benefico. E questo nonostante tutti i tentativi di “recupero” politico, e di celebrazione della Repubblica “senza macchia”. Ogni giorno veniamo a conoscenza di centinaia, a volte di migliaia di morti violente. Possiamo averne anche qualche assaggio televisivo o fotografico. La morte violenta, però, che colpisce anche una sola persona in una cerchia sociale a noi prossima, tende a toccarci molto più vivamente di un grande numero di morti lontane. Gli attacchi terroristici del 7 e del 9 gennaio hanno prodotto nella popolazione francese l’amplificazione traumatica di questa esperienza: l’ammazzamento ha fatto irruzione in modo imprevedibile e indiscriminato nel quotidiano, ha sfigurato i luoghi familiari, ha minato la certezza dell’incolumità fisica, che fa da sfondo a tutte le abitudini della vita ordinaria.

In chi lo patisce, un tale trauma tende a esasperare gli stati d’animo che sono già esistenti, che fanno già parte di lui in modo più o meno latente. È come se ognuno diventasse la caricatura di se stesso: il proprio patrimonio di affetti e conoscenze subisce come un effetto di radicale stilizzazione. E una volta che ognuno diventa caricatura di se stesso, il dialogo, ma anche il semplice contatto con l’altro, diventa certo più difficile, più pericoloso. In qualità di abitante della periferia che viene a lavorare giornalmente a Parigi, ho potuto studiare direttamente su di me ciò che l’evento terroristico ha suscitato. Il 7 gennaio, venni a sapere del massacro della redazione di Charlie Hebdo poco prima di terminare la mia giornata lavorativa. Durante tutto il tragitto di ritorno, che mi portava di nuovo da Parigi alla mia cittadina di periferia, mi ero trasformato in un concentrato di aggressività. Mi sentivo in guerra, in modo particolare, con due tipologie di persone: da un lato, con il parigino tipico, uomo tra i trenta e i cinquant’anni, che si muove in modo autistico per corridoi e banchine del metrò, e che ti scavalcherebbe vivo, morto, o agonizzante, senza batter ciglio; dall’altro, con la donna col chador e magari i guanti. Sono queste due tipologie di persone che, di solito, non mi piacciono per ragioni più o meno idiosincratiche, come non mi piacciono una quantità di altre persone, situazioni, oggetti. Queste idiosincrasie, ovviamente, non hanno mai compromesso i miei rapporti né con gli abitanti di Parigi maschi, che hanno tra i trenta e i cinquant’anni, né con le donne musulmane col velo, che incontro quotidianamente nella scuola materna frequentata da mia figlia.

Il punto, qui, non sono certo le persone che non ci attirano, che non suscitano la nostra simpatia, ma semmai come delle ordinarie e innocue antipatie quotidiane, confinate nell’ambito del vissuto personale, si possono trasformare in sentimenti di autentica ostilità. Il trauma dell’attacco terroristico aveva trasformato anche me, durante qualche ora, in una caricatura, esasperando alcune mie idiosincrasie sociali. Il parigino coi paraocchi era divenuto il simbolo esagerato dell’indifferenza sociale a tutto; la donna con il chador il simbolo esagerato del rigorismo religioso. Per altro, né l’indifferenza sociale né il semplice rigorismo religioso erano direttamente responsabili del massacro fascista, ma il massacro fascista era stato efficace nei suoi scopi ultimi: suscitare e diffondere l’odio. Insomma, dopo essere venuto a conoscenza di quanto era accaduto, avevo un surplus d’aggressività da scaricare da qualche parte, e le mie ordinarie antipatie sociali mi avevano offerto due candidati, probabilmente per semplice metonimia. Se l’attacco fosse stato realizzato da qualche neonazista cristiano, avrei cominciato, probabilmente, a guardare torvo preti e suore.

Quanto accadeva a me, stava accadendo con molta probabilità a una grande quantità di gente a Parigi e in tutto il paese – santi e beati esclusi. Ci doveva essere un surplus d’aggressività in circolazione, e un popolo in procinto di diventare la propria caricatura. In questa situazione è accaduto qualcosa di inatteso. Una volta arrivato a casa, come tutti mi sono messo a guardare la televisione e, ad un certo punto, alcuni canali hanno cominciato a trasmettere le immagini di gruppi di persone che, spontaneamente, si erano radunati in piazza della Bastiglia. Mi è bastata una breve visione di quella folla. Ho provato dapprima un enorme sollievo. Ciò che era accaduto aveva cessato di riguardarci come individui privati, o come commentatori furiosi della propria pagina di Facebook. Ci riguardava ora come generici cittadini, in grado di uscire per strada, e di riunirci anche senza avere grandi cose da dire o da fare. La maledizione del muro privato delle vite era stata dissolta con un gesto elementare. Quel raduno sanava il surplus di aggressività che mi ero portato dietro, lo disperdeva, lo dissolveva. E soprattutto mi permetteva di riconoscere l’inconsistenza delle mie idiosincrasie, il loro carattere di pregiudizi “periferici” che, come tanti altri, costellano la nostra vita in modo superficiale, senza giungere mai a condizionarla. In un momento simile, l’andare in piazza dei parigini e degli altri francesi voleva dire una cosa molto semplice ma precisa: non siamo solo degli individui, ognuno chiuso nella propria solitudine, non siamo solo dei gruppi, ognuno chiuso nel proprio tratto differenziale, siamo anche una collettività, cioè un insieme di individui diversi che si possono avvicinare liberamente gli uni agli altri, e stare assieme gli uni con altri, in un medesimo e comune spazio pubblico. E possiamo fare questo proprio nel momento, in cui tutti i nostri pregiudizi ordinari, le nostre antipatie, diffidenze e paure sono state esasperate e minacciano di prendere il sopravvento, dividendoci e isolandoci ancora di più.

Le persone, in questo caso, e giustamente, si sono lasciate guidare dagli affetti, e gli affetti hanno espresso qualcosa di razionale: il nostro nemico è il fascismo, laico o religioso che divide, e ciò di cui abbiamo bisogno ora è di incontraci, di comprendere che facciamo parte di un unico soggetto collettivo, che non vuole disgregarsi e lasciarsi disgregare. Il governo ha voluto trasformare questo bisogno di unità, in una certificazione di unanimità. Ancora una volta è importante distinguere le due cose: ci si è uniti sì contro l’attacco fascista, ma ci si è uniti, anche, per contenere le tentazioni fasciste interne al corpo sociale (i razzisti del Fronte Nazionale e le costellazioni annesse). Quanto alla pantomima dei capi di stato, essa ha sancito la fine del percorso terapeutico e spontaneo delle persone. Il massimo di mobilitazione ha coinciso con la massima visibilità della classe politica, ma invece di sancire il trionfo della nazione unita dietro i capi, quella coincidenza ha prodotto una sorta d’ossimoro, l’incontro della derisoria e ipocrita sfilata dei pochi, isolati e ultravisibili, con l’anonimo, massiccio, sovrabbondante, stralunato corteo dei tanti.

A un mese da quei fatti di sangue, nulla ovviamente è stato sanato delle sofferenze sociali, della discriminazione ordinaria, dei soprusi polizieschi che colpiscono i ceti popolari della République, ma possiamo sperare che una buona parte della popolazione, oggi, sia consapevole che lo jihadismo dei fratelli Kouachi e di Amedy Coulibaly non è un problema musulmano, non è un problema di differenze etnico-culturali, ma è un problema repubblicano e francese, perché nasce dentro la società francese e dentro le istituzioni repubblicane.

 

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