Franco Buffoni

Questo pezzo è una risposta unica a due domande che ho inviato a Franco Buffoni in seguito agli attentati parigini di gennaio e che toccano aspetti particolari della riflessione pubblica nata intorno ad essi. A. I.

Che lettura complessiva dai del modo in cui l’opinione pubblica italiana ha parlato non solo dell’attacco terroristico in sé, ma soprattutto della reazione della popolazione francese a sostegno di un giornale di satira come “Charlie Hebdo”? Quell’idea di laicità rivendicata da una fetta importante della popolazione francese è una particolarità nazionale, una sorta di storica idiosincrasia del popolo francese, o riguarda più generalmente i principi dell’uguaglianza in una società che si vorrebbe democratica?

Cosa ne pensi del diritto alla blasfemia, quando viene esercitato in contesti come quello della satira politica, delle arti o della letteratura? Nello scenario politico attuale, sia all’interno dei paesi europei, sia in un’ottica d’informazione globalizzata, molti considerano che, per diverse ragioni, il diritto alla blasfemia debba essere rimesso in discussione, o rappresenti comunque una forma degenerata di libera espressione. Nel 2007, il Parlamento Europeo raccomandò la soppressione del reato di blasfemia in tutti i paesi dell’Unione, ma in Italia la blasfemia è ancora considerata un illecito amministrativo.

Con l’eccezione di due frange numericamente esigue (una tesa al sostegno incondizionato a CH e ai suoi modi e contenuti, l’altra a sostenere il punto di vista degli assalitori), mi sembra che l’opinione pubblica italiana sia stata perfettamente interpretata dalle parole (e dal gesto in aereo) del suo capo spirituale: la religione è sacra come la mamma e, se qualcuno la insulta, il credente-figlio è legittimato a reagire. Certo, non con l’assassinio, ma con un bel pugno sì.

La reazione della popolazione francese mi è parsa più sotto il segno dell’orgoglio ferito, anche territorialmente, che non della fredda rivendicazione di laicità e di libero pensiero. Tuttavia, mi sembra evidente che la mentalità comune francese, quanto a laicismo, ad abbandono del cattolicesimo, abbia una cinquantina d’anni di vantaggio rispetto a quella italiana. La Vandea, è vero, è sempre in agguato - e lo ha ben dimostrato due anni fa con l’avversione al mariage pour tous - ma è fortemente minoritaria. In Italia invece - pur di non abbandonare la coperta di Linus di una vaga credenza - si prende oggi sul serio un “teologo” come Vito Mancuso. Proprio come in Francia si prendeva sul serio Maritain a metà del secolo scorso.

La pulsione alla blasfemia è direttamente proporzionale al senso soffocamento, di oppressione, che una determinata confessione religiosa esercita su una società. Si tratta a volte di una sensazione, di una impressione. Un po’ come il tasso di umidità: è come una temperatura percepita. Non a caso gran parte della blasfemia di CH era esercitata contro il mondo musulmano e solo in minima parte contro quello cattolico o ebraico.

In Italia, se si assiste ad una assemblea UAAR, il tasso di blasfemia contro il cattolicesimo appare molto alto: certamente diminuirebbe se venisse abolito l’ottopermille, se il concordato venisse espunto dalla Costituzione, se l’IRC lasciasse il posto ad un insegnamento laico di evoluzione delle civiltà culturali, ecc.

È certamente percepibile una contraddizione tra la richiesta di blasfemia libera per tutti e contemporaneamente la richiesta di sanzioni contro opinioni che la modernità occidentale considera politicamente scorrette. Mi sembrerebbe contraddittorio, per esempio, sostenere da una parte una legge contro l’omofobia che prevede sanzioni per chi dichiara che l’omosessualità è contro natura, e dall’altra permettere la libera irrisione delle credenze metafisiche di alcuni altri cittadini. Parlare di buon gusto, di arte, di satira, mi sembrerebbe a questo punto leopardianamente necessarissimo. Ma avrei anche la sensazione di rifuggire dal vero nodo della questione. Che secondo me concerne l’uso del Libro nella nostra contemporaneità. Testo epico o testo sacro?

Una radicata convinzione di Daniel Baremboim, è che per instillare l’amore per la musica si debba iniziare molto presto, educando l’orecchio. Aggiungerei: persino prima della nascita. Se la madre ascolta buona musica, o addirittura se suona il pianoforte mentre è in attesa, ci sono buone probabilità che il piccolo nasca mozartianamente “già imparato”. Baremboim, da uomo pragmatico e generoso quale è, una ventina di anni fa fondò a Berlino un “asilo musicale” per bambini dai due ai sei anni, con programmi e metodi di apprendimento calibrati sui gusti e l’età dei giovanissimi allievi. Ebbene, l’ottanta per cento di quei bambini ha poi scelto di compiere studi musicali, o almeno fa regolarmente parte di un coro.

Perché il punto non è come combattere i terroristi dell’Isis. Ma come sottrarre i piccoli alle cosiddette scuole religiose, alle madrase, avviandoli a forme di spiritualità più alta, disancorate da dogmi, precetti, odi e ideologie. Cercando di volgerli all’assorbimento di un’etica basata sul rispetto dell’intelligenza e della natura, sullo studio armonico delle scienze e dei fenomeni naturali, del micro e del macro, dell’infinitamente piccolo e dell’infinitamente grande, della biologia e dell’astrofisica. Intervenire successivamente, quando gli ex piccoli sono indottrinati e nel pieno vigore dei loro vent’anni, è pericoloso e controproducente. A meno di farlo ad armi pari. Come stanno facendo i curdi contro l’Isis nel nord della Siria. Lì si sta svolgendo una guerra che mi ricorda le guerre di religione europee di cinque-secentesca memoria.

Una riflessione a parte meriterebbe l’indottrinamento dei seconda o terza generazione. Costoro nascono europei e scoprono a vent’anni che un Islam revanscista può soddisfare il loro bisogno di riscatto nei confronti di una società evoluta che li emargina: “Fanatismi terribilmente crudeli, disumani” – scrive Danilo Mainardi – “sono comparsi in tutti i tempi e all’interno di molte, se non tutte, le culture. Merito dell’etologia è avere delineato la dinamica biologica, sociale e culturale che può portare convincimenti ‘per fede’, siano essi politici o religiosi, fino alla degenerazione del fanatismo. E dunque della pseudospeciazione. Comprendere, e usare la ragione, può essere un passo determinante perché certi errori finalmente non continuino a ripetersi”.

Sono convinto che il dialogo interreligioso tra ebrei, cristiani e musulmani diverrebbe credibile se promuovesse filologicamente lo studio della Bibbia come testo epico, con le sue ramificazioni evangeliche e coraniche. Inducendo nei giovani abramitici - ebrei, cristiani e musulmani - un interesse critico per la cruenta e gloriosa storia delle loro religioni, spinta propulsiva all’arte più sublime come al più gretto oscurantismo e all’odio più feroce, fino a mostrare l’origine - in epoca illuministica - di un valore come la tolleranza.

Gli ebrei potrebbero dare il buon esempio affermando di non essere il popolo eletto semplicemente perché non esistono popoli eletti, o meglio di esserlo, ma solo per la loro capacità di leggere in originale un testo epico di valore inestimabile. I cristiani replicherebbero che Cristo fu un grandissimo maestro - il cui insegnamento è valido e attuale - nato da una donna come tutte le altre, torturato, giustiziato e sepolto come tanti altri uomini innocenti. In questo i cristiani troverebbero laici e atei al loro fianco, nella esaltazione per esempio dell’istituto del perdono - desumibile da Matteo 5, 38-48 - se disancorato da un’ottica metafisica. Istituto che in primis i cristiani dovrebbero nuovamente e apertis verbis implorare gli ebrei di porre in essere nei loro confronti, viste le persecuzioni che la loro rozzezza “apocalittica” li ha portati ad esercitare contro gli ebrei per due millenni. E gli ebrei - considerata la buona volontà anche “filologica” (per fare un solo esempio: Gerolamo mis-traducendo da Isaia 7, 14 l’ebraico “almàh” - una donna giovane - con “virgo” rese anche biblico un mito ben precedente: quello del dio nato da una vergine) - accoglierebbero l’istanza nella loro immensa sapienza talmudica.

I musulmani certamente apprezzerebbero questi limpidi esempi di onestà intellettuale. I giovani universitari - futura classe dirigente - in particolare ne sarebbero commossi. Senza magie e resurrezioni, elezioni, incarnazioni e transustanziazioni, sarebbero anch’essi maggiormente indotti a volgersi verso una nuova spiritualità, verso una religione dell’umanità, della solidarietà di specie.

Tutti uniti contro l’odio e la pseudospeciazione, potrebbe essere lo slogan. E magari potrebbero cominciare a scorgere l’anacronismo – per esempio – di criteri religiosi a fondamento di stati moderni, o del concetto stesso di religione di stato. In particolare, se da parte dei cristiani arrivasse qualche scusa in più per le crociate, se a san Petronio in Bologna si contestualizzasse l’offesa al Profeta con una sottostante lapide di “presa di distanza”; e se i fratelli maggiori, nella loro immensa sapienza talmudica, la smettessero di predicare che un’anziana signora in età non più fertile avendo partorito Isacco, il marito Abramo scacciò a formare altro popolo i figli avuti in precedenza dalle concubine…: perché a nessuno fa piacere di essere considerato figlio di.

La Bibbia considerata esclusivamente come testo epico da parte di ebrei e cristiani sarebbe un grande esempio per i musulmani. Che potrebbero sentirsi incoraggiati a sottoporre il Corano a una analisi del testo con moderna strumentazione ermeneutica, e magari a soffermarsi criticamente su sura 47, versetto 4 (“Quando incontrerete coloro che non credono, uccideteli”).

Chiudo ricordando che in un incontro pubblico con Adonis, convenimmo che l’ostacolo maggiore allo scatto antropologico di cui necessita la Sapiens-sapiens di cultura abramitica è costituito dal monoteismo. Il monoteismo con la sua costrizione a scegliere tra vero o falso. “Non avrai altro Dio all’infuori di me” - l’espressione fondante del monoteismo - infatti, non esclude l’esistenza di altri dèi: esclude semplicemente gli “altri”. Una esclusione posta in essere da Israele nei confronti delle “nazioni”, e in seguito fatta propria anche dagli altri abramitici cristiani e musulmani. Pronti a scannarsi – in primis – tra loro. È il monoteismo in sé che - secondo Adonis e secondo me - dovremmo imparare a leggere come un retaggio mitico, con la sua coda di credenze babbonatalistiche: ordine del creato, diritto naturale, disegno intelligente...

Ebrei, Cristiani e Musulmani condividono epicamente la stessa rampa di lancio, in quel km quadrato tra Palestina e Libano da dove, nell’ordine, per gli ebrei decollò Elia sul carro di fuoco, per i cristiani Cristo con propellente autonomo, per i musulmani Maometto sul bianco cavallo alato. Potrebbero i loro saggi, grazie alla filologia, cominciare a pensare di avere a che fare con testi epici e non con testi sacri? Potrebbero essi cominciare a insegnare agli innocenti che poi si massacreranno che non esistono popoli eletti, né vergini che partoriscono né profeti che decollano?

 

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