Enrico Donaggio

Ho passato una giornata intera attaccato al computer come a un polmone d'acciaio, seguendo l'evolversi dei “fatti di Parigi”, un brutto personaggio di un brutto film di Altman. Mi sono preoccupato per gli amici che vivono in quella città, che sento anche un po' mia. Ho avvertito la violenza di un colpo che questa volta toccava noi, quelli più o meno come me, di cui qualcosa mi importa. Non gli altri, loro, alla cui dimenticanza, silente ma iperattiva, dedico ogni secondo della mia vita: rumore bianco, sporco lavoro di sfondo di un antivirus che non si vede, ma che divora energia e memoria. Ho scritto “Je suis Charlie” su di un sito e mi è spiaciuto non andare alla manifestazione dove tutti si sentivano Charlie.

Due giorni dopo era già come se fosse passato un secolo: notizie, emozioni e attenzioni ritornate nei valori di norma. Routine and business as usual. Con i professionisti e i dilettanti del mondo intero a chiedersi perché, a riempire montagne di carta, video e pixel con speculazioni pelose o acutissime. Per me, invece, tutto quasi come prima. Tranne per la foto di Charb. Da cui fatico a staccare gli occhi. A scrollarmi lo sguardo di dosso. Che non riesco a buttare. Perché mi dice o chiede qualcosa che non capisco.

“Sono anche io un fumetto, una figurina senza potere, e non me l'aspettavo proprio di morire così”, questo non smette di dire la faccia di Charb, la sua postuma tenerezza. Il pugno alzato, probabilmente ironico al momento dello scatto, esorcismo e citazione di un'appartenenza simbolica, di una comunanza priva di contenuto preciso. Parodia e segno di riconoscimento cifrato per vecchi animali di un branco in diaspora. Le spalle e la maglietta da nerd o da bambino andato a male. Gli occhi come una strada in un giorno di pioggia, foglie per terra e umido nelle ossa. L'assurda luce retrospettiva che inzuppa la foto, quella del destino che già conosce la fine della storia, li vela addirittura di lacrime inesistenti. L'ironia macabra del titolo in prima pagina, gli “intoccabili”. Quel foglio di giornale sulla pancia. Non un sequestrato, rapimento borghese o politico, che dimostra di essere ancora in vita; non l'ostaggio di qualche gruppo di fanatici; nemmeno un ciclista prima di una discesa lunga e fredda come la morte, o un supereroe smandrappato anni Settanta, stile Max Bunker. Un rompicoglioni, invece, con il suo giubbotto antiproiettile e le sue armi di una lotta senza quartiere e nemico: parole, disegni, coraggio. Un intellettuale, insomma.

Charb

Sul fatto che non esistessero più, fino a questo brutto inizio d'anno, tutti d’accordo. Come sulla certezza che a estinguerli fosse stata la loro vanità. Nella stragrande maggioranza dei casi, quella che li ha spinti a saltare dentro al monitor dei vincitori (tv o fb poco importa), perché tenevano famiglia, narcisismo e conto in banca. In altri, quella di cui era fatta la fragilità del loro impegno: l’impotenza della cultura a trasformare e a governare il mondo, la mancanza di un terreno su cui tracciare una linea netta, oltre cui non si passa. Da difendere a costo della vita. Come nella poesia con cui Franco Fortini ha lasciato il mondo: “'Non possiamo più, - ci disse – ritirarci. / Abbiamo Mosca alle spalle'. Si chiamava / Klockow … Proteggete le nostre verità”. Già, le “nostre” verità. Quelle per cui nessuno ci chiederà mai di lasciarci la pelle, ultimi uomini d'Occidente.

Sta tutto qui il problema della strage di Charlie Hebdo. L'enigma per cui in metà del mondo si rischia la morte per disegni, parole, idee che, nell'altra metà del mondo, la nostra, non sfondano di un millimetro il muro di un'indifferenza tollerante e distratta, non incidono di un grado sul corso dei destini privati e generali, vengono digerite con un rutto di soddisfazione dallo stomaco tritatutto del nuovo spirito del capitalismo. Fino al giorno, orrendo e imprevisto per qualunque filosofia della storia, in cui questi due mondi vengono a contatto in una redazione parigina. A cadere sotto il piombo di due coglioni è un nostro compagno, un rompicoglioni. Un compagno di niente che, esattamente come noi, non se lo aspettava. Di lui oggi restano una foto, che non smette di guardarci.

E una poesia, che sembra scritta da un illuminista di bassa lega e fuori tempo massimo. Ma che dopo quei kalshnikov riluce di una intollerabile, bellissima, inattesa verità: “Dipingi un Maometto glorioso, e muori. Disegna un Maometto divertente, e muori. Scarabocchia un Maometto ignobile, e muori. Fai un film di merda su Maometto, e muori. Resisti al terrorismo religioso, e muori. Lecca il culo agli integralisti, e muori. Prendi un oscurantista per un demente, e muori. Cerca di discutere con un oscurantista, e muori. Non c’è nulla da negoziare con i fascisti. La libertà di ridere senza alcun ritegno, la legge ce la dà già, la violenza sistematica degli estremisti ce la dà ancora una volta. Grazie, banda di coglioni”1. Grazie Charb.

  1. Dall'editoriale del numero di Charlie Hebdo del 15 ottobre 2012 []
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Una Risposta a Compagni di niente

  1. […] spiaciuto non andare alla manifestazione dove tutti si sentivano Charlie. [Continua a leggere ⇨ www, […]

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