Youssef Rakha

Il solo pensare di contribuire al dibattito su Charlie Hebdo è di per sé problematico. È problematico perché, sia in quanto tragedia pubblica sia in quanto difesa della libertà creativa, questo evento ha assunto proporzioni gigantesche. È problematico perché si è trattato di un tutti-contro-tutti moralistico: esprimere solidarietà significa trascurare il contesto, abdicare al senso della tua relazione con la vittima “oggetto” del consenso e, in ultimo, diventare un hashtag. È problematico soprattutto perché trasforma un crimine, dalle minime proporzioni al di fuori della Francia, in un tropo culturale.

Charlie Hebdo non riguarda l'insensato (o altrimenti politico) omicidio di qualcuno da parte di un altro. Riguarda un male platonico chiamato Islam che disturba il pacifico e benigno ordine mondiale creato e mantenuto dall'Occidente post-cristiano. Difendendo quest'ultimo dal primo, i commentatori non solo presuppongono ciò che prima o poi si trasformerà nella tesi della supremazia razziale della vittima, ma travisano anche i contorni di chi è responsabile di quegli eventi, rappresentandolo come una forza estranea e indipendente da quell'ordine.

È come se i fratelli Kouachi non fossero un prodotto della società francese. È come se l'immigrazione araba in Francia non fosse il risultato delle conquiste francesi in Nord Africa, come se l'ascesa dell'Islam politico non fosse una conseguenza dell'eredità rivoluzionaria, coloniale e della Guerra Fredda dell'Occidente. La cronaca suggerisce, piuttosto, l'idea che i fratelli Kouachi sarebbero dei viaggiatori del tempo provenienti da un'epoca in cui la teocrazia e l'Illuminismo si disputavano il dominio sul mondo (mettete da parte la verità storica del ruolo dei musulmani in quella lotta e dimenticatevi anche dell'incapacità di fatto odierna dei musulmani di modificare il corso della civiltà).

Quanto è da vigliacchi opporsi ad una penna con una pistola; dobbiamo restare uniti contro la censura in tutte le sue forme; le vignette incriminate dovrebbero essere ristampate; e poi, ancora, erano davvero poco politically correct, forse non dovremmo ristamparle. Nessuno qui mette in dubbio l'orrore del crimine, ma dobbiamo guardarci da possibili reazioni nei confronti dei musulmani innocenti che vivono in Europa... Farsi coinvolgere in questo discorso vuol dire farsi intimidire da qualcosa che è anche peggio di una qualsiasi di tali banalità: l'idea preconcetta secondo la quale tutti i musulmani sarebbero per loro natura magicamente propensi ad offendersi di fronte all'irriverenza secolare.

Nessuna delle reazioni a Charlie Hebdo sembra essere consapevole dell'esistenza di musulmani per i quali la sola idea di “vendicare il Profeta” non è niente di più che una trita battuta. A prescindere dalle credenze di ciascuno – e questo musulmano concorderà sull'idea che le credenze sono comunque una questione personale –ci sono musulmani, la cui unica possibile rimostranza nei confronti della tendenza dell’infedele ad “insultare la religione” riguarda il rabbioso razzismo che la sottende. Questi musulmani fanno regolarmente satira su quel dogma ortodosso con cui sono costretti a vivere, senza parlare degli eccessi dei Wahhabiti e dei Salafiti, e lo fanno correndo un rischio personale significativamente più grande di qualsiasi rischio coscientemente assunto da Charlie. Mica si può pretendere da loro che si scusino per non essere riusciti a rinnegare pubblicamente la cultura in cui sono nati, no?

L'idea preconcetta per cui tutti quelli che sono nati musulmani sono automaticamente furibondi con Charlie Hebdo – che la dichiarata avversione di Charlie Hebdo nei confronti dell'Islam sia qualcosa a cui devono contrapporre la loro risposta intrinsecamente omicida, il che, io sospetto, è stata una parte significativa della motivazione che sta dietro alle vignette – è condivisa dalle reazioni di destra e di sinistra ai fatti di Parigi. È questa la cosa più offensiva di tutte, secondo questo musulmano che vi sta parlando, e non da ultimo perché quell'idea ha moltissimo in comune con i ripetuti tentativi da parte dell'ordine mondiale di impacchettare il Frankenstein islamista e rispedirlo nuovamente nel mondo arabo-musulmano.

Ironia della sorte, l'impegno per la libertà di espressione che ha informato la solidarietà per Charlie Hebdo fa eco all'impegno dimostrato verso le trasformazioni democratiche durante la primavera araba che, come è risultato, poteva solo condurre alla presa del governo da parte degli islamisti. Il risultato è che, ove la vecchia guardia autoritaria non è riuscita a recuperare il potere con la violenza, i petrodollari e i guerrafondai settari hanno dato origine a mutazioni del mostro, del tipo dell'ISIS (a cui, per una qualche contorta strada che passa per al-Qaeda nello Yemen, gli assalitori di Charlie Hebdo sembrano apparentemente rispondere).

Proprio come si presuppone che tutti i musulmani rappresentino una minaccia anti-secolare alla libertà, la libertà viene esportata nei paesi a maggioranza musulmana in forme settarie. E lo si fa attraverso mezzi militari e diplomatici; e in ogni caso, sia che venga presentato come “liberazione” umanitaria o “lotta al terrorismo” punitiva, l'intervento è sempre controproducente dal punto di vista politico e potenzialmente genocida, quando non lo – più sovente – nei fatti (pensiamo ad Afghanistan, Iraq, Siria e Libia).

E non contando il contraccolpo in termini di “spedizioni punitive” militari che ha provocato (il caso forse più evidente a Gaza), il terrorismo islamico è costato un numero infinitamente più alto di vite di musulmani che di non musulmani – e non sto parlando del fatto che una delle vittime dell'attacco iniziale di Charlie Hebdo fosse un poliziotto di religione musulmana.

Sotto questa luce, l'omicidio di Parigi appare meno come un difetto genetico nel DNA dei musulmani che come, invece, un effetto collaterale inevitabile della medicina capitalista e discriminatoria somministrata unilateralmente dal “mondo libero”. Sembra meno una lotta per la libertà di espressione che un tentativo per denigrare i musulmani, non tanto identificandoli con il terrorismo (e, in ogni caso, chi di loro ha scelto l'Islam politico sta facendo un gran lavoro in questo senso) quanto suggerendo che sono incapaci di assimilare i valori dell'Illuminismo. Ecco perché dover assecondare queste banalità sulla moderazione e la tolleranza, dover “migliorare l'immagine dell'Islam in Occidente”, è un insulto ancora più grave che l'essere chiamato terrorista.

E forse è possibile entrare in una discussione su Charlie Hebdo senza insultarsi; ma, almeno dal mio punto di vista, farsi coinvolgere in essa vuol dire negare, se non la propria pelle scura di per sé, allora la propria capacità di essere irriverente, di sapersi ribellare ed essere eversivo; la propria fede nella ragione, nella scienza e nell'uguaglianza; il proprio impegno nelle libertà personali e nei diritti individuali negati dall'Islam politico.

Significa negare la stessa possibilità di essere quel musulmano che io voglio essere: non la mia identità come potenziale fanatico che sostiene un dogma religioso sempre più irrilevante, ma la mia rivendicazione di appartenenza nei confronti di una parte gloriosa del passato di quella civiltà a cui si dà il caso io abbia diritto per nascita, e verso cui cerco, per quanto le probabilità siano veramente impossibili, di essere all'altezza.

Traduzione dall'inglese di Chiara Comito

titolo originale: Who the F*** Is Charlie, apparso il 12 gennaio 2015 su “The Sultan's Seal. The Blog of (Arabic) Literature and Photography”

*

Youssef Rakha è nato al Cairo nel 1976 e ha studiato inglese e filosofia in Inghilterra; è giornalista culturale e collabora con diverse testate egiziane e internazionali. È autore di diversi romanzi, poesie, reportage fotografici e di viaggio; cura un blog sulla letteratura araba e la fotografia scritto in inglese e in arabo. Nel 2009 ha fatto parte del progetto “Beirut 39”, che raccoglieva i 39 scrittori arabi emergenti sotto i 39 anni.

Due dei suoi ultimi romanzi sono stati da poco tradotti in inglese: The Book of the Sultan's Seal. Strange Incidents from History in the City of Mars (Interlink Books, Northampton, Massachusetts 2015), The Crocodiles (Seven Stories Press 2014). Suoi scritti sono apparsi in traduzione italiana anche su Nazione Indiana e Internazionale.

Tagged with →  
Share →

Una Risposta a Chi c… è Charlie?

  1. […] Chi c… è Charlie? – Y. Rakha su Alfabeta2 […]

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.

Iscriviti alle notizie da alfabeta2 e alfapiù

* = campo richiesto!

Archivi