Angelo Guglielmi

Ho letto Numero Zero, il romanzo appena uscito di Umberto Eco e ne sono uscito rincuorato e divertito. Ma non avevamo fino a ieri maledetto gli effetti consolatori e di intrattenimento della narrativa contemporanea italiana?

Ma io non ho parlato né di consolazione né di svago: Ho parlato di divertimento cioè, per intenderci, quella sensazione gioiosa che provi quando camminando per la tua città (magari per andare al lavoro), all’improvviso sei distratto (o rapito) da un pezzo di cielo aggrovigliato (e ti senti dire: sembra un quadro!) o lo scorcio (che finora ti era sfuggito) di un monumento amato. Il divertimento non ha cittadinanza nel Paese dell’estetica oppure, io lo penso, ha un diritto di presenza (tanto per l’autore che per il lettore)?

Leggendo Numero zero certo non mi è sfuggito l’assunto (per dire) ideologico del romanzo, la denuncia dell’inesistenza della “realtà” se non come risultato di una volontà complottistica e, a seguire, la denuncia della natura (inevitabilmente) ricattatoria degli organi di stampa (cartacei e visivi), che tendono a utilizzare la “notizia” più (o prima) come avvertimento che come informazione. Peraltro il meccanismo complottistico è una costante nella narrativa di Eco dal suo primo Il nome della rosa, dove l’incendio della straordinaria biblioteca (depositaria di tutto il sapere medioevale) era stato ordito dal Monaco Direttore che non voleva che si scoprisse l’esistenza di un testo di Aristotele sul Comico (che avrebbe legittimato la presenza del “dubbio” – il vero nemico della cultura teologica del tempo).

Il racconto di natura complottistica produce una forma di narrazione che prevede un tracciato di convergenze e di divergenze, di coincidenze a prima vista incongruenti, somigliante a un gioco enigmistico che spinge il lettore (a ogni nuovo tentativo di risposta) verso la pista sbagliata. È una trama di partenze e di arresti, di ritorni e avanzamenti, di attese e di smentite, di snodi e incastri di innegabile precisione e perfetta esecuzione, e insieme di assoluta improbabilità logica tanto da minacciare l’impossibilità della soluzione.

Ho provato una sensazione del genere proprio ieri, anzi ho vissuto questa esperienza (di passione e di ammirazione) ieri assistendo al film The imitation game dove il grande matematico Alan Turing, chiamato nel 1942 (durante la seconda guerra mondiale) dai Servizi segreti della Marina britannica (e con la benevolenza fiduciosa di W. Churchil), si affanna, tirando grafici e tabelle incolonnando numeri ricomponendo a suo modo la tastiera della macchina da scrivere, a scoprire (rendere per tempo leggibile) il codice di comunicazione segreto della Marina del Terzo Reich, ritenuto costitutivamente inviolabile. Il mio cuore ha battuto all’unisono con lo stupore della mente per tutta la durata del film Né il premio è mancato quando alla fine, prima dei titoli di coda, è apparsa la scritta: La scoperta del matematico Alan Turing ha ridotto di almeno due anni la durata della guerra.

Certo dai romanzi di Eco non possiamo aspettarci altrettanti vantaggi, anche perché è noto che i benefici ricavabili dalla letteratura non sono quantitativamente misurabili. In più si dice (e non senza ragione) che il romanzo è morto o comunque è uno strumento ormai logoro. E il primo a accorgersene (con la sua Opera aperta) è stato Umberto Eco. Lui lo sapeva con più lucidità dei suoi sodali, ma ne era afflitto: che peccato dover rinunciare a uno strumento così arioso e divertente! Poi la fortuna lo ha aiutato.

Un paio di anni dopo l’incontro palermitano del Gruppo '63 (che aveva accertato la morte del romanzo), in un nuovo incontro sempre a Palermo, Renato Barilli (spavaldamente), con la sua relazione di apertura, sostiene che orami era il tempo per la neovanguardia, dopo i primi due anni di contestazione radicale, di tornare alla normalità e, per quanto riguarda il romanzo, rintrodurre l’avventura cioè la trama. L’affermazione di Barilli fu presa dai convegnisti presenti con scetticismo (e qualche sorriso) – l’avanguardia (lo dice la parola stessa) è il contrario della normalità. Ma Eco furbescamente tacque intuendo in quella affermazione di Barilli la chiave di frodo con cui riabilitare quello strumento e restituirgli una possibile operatività.

Ma Eco sa - e ne abbiamo le prove (non intendeva mettere a rischio la sua alta statura di studioso dei segni) – sa che il romanzo con trama è ormai un meccanismo impraticabile (che è la cura della lingua e l’invenzione strutturale a dare eventuale credibilità alla narrazione), e allora cosa fa? (Che Barilli sia benedetto!). Allora, si dice, non si possono scrivere romanzi? Bene, allora io li adotterò. E si comporta come una bellissima donna che, a causa di una grave disavventura (che depreca, ma che alle volte segretamente ringrazia perché propizia la conservazione della sua bellezza), non può avere figli e decide di ricorrere allo facoltà dell’adozione.

Sì, Eco non scrive romanzi, li adotta. E tra le regole dell’adozione c’è la possibilità per la madre di scegliere tra diverse opportunità: più o meno piccoli, maschio o femmina, biondo o bruno, nero o bianco, sano o malato. Anche Eco ha a disposizione molti modelli di romanzo (negli ultimi due secoli la narrativa europea, anzi mondiale, ne ha prodotto di tutti i tipi e modi), e senza esitazione (né tentennamenti) orienta la sua scelta sul modello più bello (più divertente e esilarante) cioè quello rappresentato da I tre moschettieri, il solo che, insieme alla lettura di Guerra e Pace, lo ha reso (invincibilmente) felice.

Finalmente può mettere da parte l’amato Flaubert, che gli racconta il mondo impoverito in cui viviamo (la consapevolezza dell’istupidimento dell’uomo contemporaneo), e asciugandosi l’angoscia che la lettura dei due geniali cretini (Bouvard e Pécuchet) gli procura, può dedicarsi a scrivere i suoi capolavori (oggi in giro per il mondo), da Il nome della rosa, al Pendolo di Foucault, a L’isola del giorno prima a Il cimitero di Praga, fino a quest’ultimo Numero Zero (e scrive assistito non dal suono di una radio accesa, ma dal caldo soffio di piacere che sale dal suo corpo).

Trattandosi di romanzi adottati Eco, come una madre con un figlio non suo e forse comprato, moltiplica il legame affettivo (di possesso) che lo lega a loro, e raddoppia la disponibilità delle cure con cui assiste e vigila sulla loro crescita . Avvia ricche complesse trame spendendosi in azzardi narrativi e spericolatezze discorsive che poi ricompone con interventi intonate a tecniche combinatorie più sofisticate (e immaginifiche) di quelle invero meccanicistiche, che pure ammira negli scrittori francesi dell’OULIPO.

Nel dar corso alle operazioni necessarie, mette in atto una brutalità di esecuzione che sconcerta il critico-lettore che non si capacita dell’uso sfrontato della lingua ridotta a strumento di puro servizio e totalmente priva di memoria. Eco non se ne cura, e senza vantare la sua competenza di illustre linguista-semiologo, silenziosamente ci ricorda che la lingua ha diverse funzioni tra le quali, per le edificazione romanzesche (questa specie di remake globale) cui lui è dedito, gli è più utile servirsi della funzione comunicativa che di quella espressiva.

E anche Numero zero, come tutti i precedenti, è un romanzo adottato, e poiché il suo dna non è quello dell’autore (il quale è dunque esonerato dal dovere di rispettare gli obblighi del sangue), può permettersi, può permettere all’autore, di non raccontare le peripezie delle parole (come faceva Joyce, lo scrittore amato così essenziale per la sua formazione), ma (similmente) le peripezie della mente finalizzate all’inganno e al divertimento, un misto capace di liberare la testa del lettore verso una gioiosa euforia.

Umberto Eco
Numero Zero
Bompiani (2015), pp. 218
€ 17,00

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Una Risposta a Il remake globale

  1. paolo fabbri ha detto:

    Umberto Eco adottore narrationis causa.
    Tutte le metafore sono vere, se regolate. Ci sono adozioni illegali – rackett di adozioni testuali – e adozioni a distanza. Il libro di Eco apparterrebbe all’ultima fattispecie. C’è di che dolersi se l’adottato porti il cognome dell’adottante, il rinomato signore dei segni?
    ps. E’ divertente, certo; restano però in memoria le terribili pagine della necroscopia di Mussolini (141- 145) da “leggere e degustare in ogni riga come davanti al cadavere”. Righe opportunamente rimosse dalle presentazioni pubbliche.

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