Marco Giovenale

Di glitch, ovvero di improvviso malfunzionamento, o disturbo, si parla nel campo dell’elettronica, delle trasmissioni, dei circuiti digitali. Già da diverso tempo il termine e la pratica attiva del glitch hanno compiuto una loro virale migrazione verso i campi delle arti visive e della musica, e costituendo anche zone (temporaneamente autonome) proprie, indipendenti.

A mio avviso, nell’idea di glitch si raccolgono o non è insensato raccogliere – in letteratura e in arte – fenomeni singoli, separati e diversi ma non estranei l’uno all’altro, e da leggere e osservare complessivamente orientati in direzione di una particolare produzione di senso o, come avrebbe detto Emilio Garroni, senso-non-senso. Intenderei cioè gli ambiti dell’asemic writing (= scrittura asemantica, http://en.wikipedia.org/wiki/Asemic_writing), dei video astratti (o: musica e video precisamente glitch, disturbati... e suoni lobit = a bassa qualità di produzione e riproduzione, http://en.wikipedia.org/wiki/Lobit), e di alcune nuove scritture di ricerca – tra cui lo stesso flarf (http://en.wikipedia.org/wiki/Flarf).

Se prendiamo l’alterazione e il malfunzionamento, la parziale non transitività, come possibili elementi unificanti, il filo comune risulta, per le aree appena nominate, evidente. Non chiede altra spiegazione che un semplice elenco. Sono in qualche modo non disomogenei, anzi affini, il disturbo della ricezione, un più o meno marcato ostacolo alla decodifica, l'assente o imprecisa traduzione, il fuori luogo, l’errore voluto, l’alterazione occasionale o sistematica, la ricerca intenzionale (nella sought poetry) di elementi in attrito, l’assemblaggio e riuso disturbato di fonti a loro volta magari già corrotte, e così la disposizione in sintagma ri(dis)ordinato di fenomeni in partenza già eterogenei e scomposti, l’accumulo ossessivo compulsivo che però si rastrema e riduce improvvisamente, il vuoto comunicativo (che non è vuoto di senso), la frattura che è tuttavia, allo stesso tempo, sutura.

Se si volesse aggiungere una nota sul quid di politicità che alterazione e disturbo e malfunzionamento possono non vantare ma implicare o almeno suggerire, si potrebbe far cenno a (o addirittura far teoria di) una sorta di luddismo rivolto a software e hardware della società dello spettacolo e del mercato globale. Ma – meglio – si dirà che queste forme d’arte o interrogazione del senso sono semmai il punto e crocevia d’incontro non assertivo (non ‘frontalmente’ politico, nei codici; ma biograficamente politico, nelle prassi di vita e condivisione di alcuni artisti) di identità diverse non necessariamente interessate a ‘insegnare’ o ‘mostrare’ percorsi politici. (Semmai a incarnarli).

Quali le differenze rispetto al testo modernista in genere, e a quello clus in particolare?

Il testo modernista complesso, perfino ermetico (arretrando), plurilinguistico, sintatticamente franto, surreale, onirico, nonsensical, dada, spiazzante, laborintico, frammentario (eliotiano), assurdo (Beckett, Kafka), tragico (Rosselli, Mesa), materialistico-oracolare, condivide con i glitch delle nuove scritture alcuni caratteri di straniamento, sorpresa, imprevedibilità, negazione, buio.

L’opera modernista è tuttavia infine coesa, costruzione architettonicamente solida (ed è libro: volume), esibisce coerenze. Sta usando l’alterazione, il guasto, per produrre un’opera, appunto. E una necessità. (Propone quindi un’ecologia di quei versanti della semiosfera che il tardo capitalismo livella linguisticamente o inquina con superfetazioni burocratiche e kitsch). In altre occasioni, il testo modernista sta reincorniciando un frammento staccato – aleatorio – che appunto in quanto incorniciato fa opera.

Le nuove occorrenze di senso-non-senso che vediamo invece in atto negli anni recenti, siano grafiche (asemic writing) visive o musicali (lobit) o verbali (direi di nuovo e sinteticamente glitch, in alcuni casi), hanno l’opera spesso solo come soluzione di ripiego. O infine non diventano/inventano mai un’opera, nell’accezione detta: sono forse solo arcipelaghi di microstrutture, video da un minuto, dichiarazioni isolate, post, gif virali, foto in jpg su flickr, tumblr, stringhe spezzate di testo. Vivono per altro quasi sempre e quasi soltanto in rete, o ‘live’, nei festival, negli incontri (ampi o ristretti che siano). (Figli tutto sommato legittimi di una dépense da ciclostile che vanta oltre mezzo secolo di vita).

Anche “in un secondo momento”, le occasioni in cui si dissemina (piuttosto che ‘dispiegarsi’) il senso di questi processi sono, così, non necessariamente da circoscrivere alla forma libro: collab works (opere collettive o perfino anonime: pensiamo anche alle insistenze di alcuni writers sui muri delle città); interi archivi di pdf, mp3, file .avi, liberamente scaricabili o fruibili in streaming; videoconcerti, festival e incontri a metà fra il rave e la scena teatrale (penso a occasioni come http://gli.tc/h/); attraversamenti di tratti di tempo conviviali informali, di condivisione di testi e contesti (garage, piccoli centri culturali, incontri non ‘organizzati’, passeggiate).

Una minima prima bibliografia (online):
http://art310-f12-hoy.wikispaces.umb.edu/file/view/Glitch+Studies+Manifesto+rewrite+for+Video+Vortex+2+reader.pdf
http://cuneimedia.com/wp-content/uploads/avernacularoffileformats.pdf
http://gli.tc/h/READERROR/GLITCH_READERROR_20111-v3BWs.pdf

*Una versione più compatta, e ridotta/sintetica, di questo articolo è uscita in unico articolo ne «l’immaginazione» n.273, gen.-feb. 2013, p. 35, nell’ambito della rubrica gammmatica, e successivamente in Punto critico, 9 mag. 2013

 

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2 Risposte a Gioco (e) radar, # 03
Glitch, alterazioni, disfunzioni
[prima parte]

  1. […] … continua su https://www.alfabeta2.it/2015/02/01/gioco-e-radar-03-glitch-alterazioni-disfunzioni-prima-parte/ […]

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