Massimiliano Borelli

Prosegue lungo la stessa strada aperta con Adorazione (Edilet 2009) il percorso letterario di Raffaella D’Elia. Un cammino che si conferma felicemente condotto secondo il passo ondivago e rischioso proprio della «sonnambula». La scrittura di D’Elia continua infatti ad agire in quella dimensione liminare dove ha gioco una fertile dialettica tra straniamento e intimità con le cose, con la vita. Come il precedente, anche questo suo nuovo Come le stelle fisse è un libro composto di capitoli in apparenza separati, costruito per disseminazione di oggetti testuali in bilico tra prosa narrativa, annotazione saggistica, memoria autobiografica, ricostruzione filologica. La loro ricchezza semantica deriva proprio da tale indecisione di statuto, che ha l’effetto di alimentare un continuo baluginio del senso, riverberato dagli specchi deformanti di una scrittura letteraria che, appoggiandosi agli scheletri di materiali eterogenei, trova modo di invaderli con la propria riconoscibile fisionomia.

Più ancora che in Adorazione, D’Elia ha saputo creare qui una fitta tessitura di rimandi interni che si disvelano gradualmente, una partitura di immagini che se da una parte sono agganciate ad alcune stelle fisse – nuclei tematici affioranti a intervalli irregolari e posture dell’io –, dall’altra si muovono secondo un movimento interdipendente, che serve a mettere in relazione le une alle altre. Di pagina in pagina diviene così evidente l’icastica rilevanza del disegno di copertina: quella ragnatela circondata da stelle che visualizza l’architettura a reticolo – un reticolo mosso, lieve, permeabile – che caratterizza il libro.

La voce che ci guida in questa esperienza di lettura ha una natura spuria, metamorfica. Essa marca l’impossibilità di pronunciare un racconto limpido, privo di elementi appartenenti ad altri modi espressivi. Il suo è infatti un «cromatismo del silenzio e della lontananza», un campo fitto di sfumature, probabilmente il più adatto a produrre un libro «da consegnare all’invisibile». La ricerca letteraria di Raffaella D’Elia ha dunque come precipitato un volume che si presenta «come allegato a cui manca il documento a cui annettersi», come raccolta di «manufatti immaginari» che si candidano a essere visti come reperti di un’esplorazione prolungata nel tempo e nello spazio, come materiali recuperati da un territorio dai confini incerti e sconosciuti, e che però in qualche modo ci sono famigliari. Un esito che se da una parte conferma diverse acquisizioni della scrittura novecentesca meno catalogabile, dall’altro tracima in una direzione originale e personalissima.

Il testo è tutto assemblato per giustapposizione di brani. Capitoli e paragrafi talvolta raggruppati in sequenze e talaltra lasciati liberi di inserirsi, come intarsi scheggiati, tra le serie. Le «linee immaginarie» che disegnano la fisionomia di questo reticolo sono molteplici. Tra di esse: il «sogno d’acqua» della costruzione del canale di Suez; la fotografia parasurrealista, rivolta a un intero mondo di cose perdute, di Eugène Atget; la propria presenza sospesa e al lavoro in una villa laziale; i frammenti sconvolgenti di Un chien andalou; le tele di Mario Schifano; la geografia sommersa e perturbante delle catacombe.

È in questa mobile confusione e sovrapposizione di piani che ha gioco la scrittura evocativa, percorsa da fremiti e scatti, vibrante di un’insanata conflittualità interna di Raffaella D’Elia. Una scrittura che nel raccogliere tali lacerti di una «vita attorcigliata«, e nel restituirli attraverso il prisma della letteratura, trova nel procedimento del montaggio – e nel suo movimento – lo strumento principale di costruzione testuale, conseguendo così l’obiettivo che si era prefissata, ovvero dare voce a quel «pasticcio ingarbugliato […] che è il nervo di ogni struttura umana» e da cui «germoglia e attecchisce il sogno» e allo stesso tempo «il nostro tentativo di farne racconto», di condensare il caos dell’immaginazione in parola compiuta.

Raffaella D’Elia
Come le stelle fisse
Empirìa, 2014, 132 pp., € 15

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