Gianfranco Franchi

A dieci anni di distanza dalla prima edizione (da Rizzoli nel 2005), torna in libreria uno dei più scarnificati e abissali lavori di Filippo Tuena, Le variazioni Reinach: si tratta della frammentaria e abbacinante descrizione di una caduta, una caduta «così verticale e silenziosa e inaspettata che procede dal potere alla povertà, dall’identità allo zero», perché «lunga e faticosa è la strada che porta al nulla». È la saga di una carismatica famiglia ebraica e borghese, i Reinach appunto, che finiscono per strapiombare ed essere annichiliti nell’abisso dei campi di sterminio. È un romanzo storico asimmetrico e irregolare, in cui viene infranto l’orologio della memoria; in cui le immagini vengono adottate, à la Sebald, con ruolo diegetico, iperrealistico, e vanno puntinando la narrazione con sofisticata intelligenza.

È un libro di una nostalgia assoluta per la perduta bellezza; è letteratura concentrazionaria; è una complicata e rovinosa rappresentazione della disintegrazione. È, infine, una superba sublimazione dell’ingiustizia, e della disumanità: è la storia di una musica che può risorgere quasi miracolosamente dal passato e tornare a raccontare quel che è stato, e quel che nessuna violenza e nessuna malvagità potranno sradicare. L’autore ha dedicato larga parte del lavoro di revisione del testo alla punteggiatura, restituendole diversa uniformità rispetto alla prima edizione e dandole un altro respiro; per il resto, ha provveduto ad asciugare dove necessario senza integrare, tuttavia, niente di nuovo. Ogni cosa è puntualmente spiegata nella Nota al testo, che appare in appendice; completa il libro una buona bibliografia essenziale.

Non era stato questo il primo romanzo storico e politico di Tuena: nel 1999, per Fazi, l’ex antiquario romano aveva pubblicato l’atipico romanzo resistenziale Tutti i sognatori, d’una grazia vicina alla lezione umanissima di Meneghello e tuttavia d’una sensibilità aristocratica, fenogliana, per la bellezza; il romanzo è la trasfigurazione d’una vicenda famigliare elvetico-capitolina e borghese che ha più di qualche somiglianza con quella dell’artista. È la restituzione degli anni degli sfregi e delle umiliazioni sofferte dalla vecchia capitale, e dalla sua antica e orgogliosa comunità ebraica: delle violenze delle carceri di via Tasso, del tradimento della deportazione, dei massacri delle Fosse Ardeatine. Un lavoro meno sperimentale ma altrettanto sentimentale, con un epilogo romantico, onirico.

Il terzo e ultimo grande romanzo storico di Tuena è stato Ultimo parallelo (Rizzoli 2007; nuova edizione il Saggiatore 2013): la storia dell’autodistruzione di Robert Falcon Scott e dei suoi uomini, dell’antieroica impresa dell’Antartide; l’epica di una sconfitta assoluta, e annichilente. Tecnicamente, come già Le variazioni Reinach, un ibrido: a metà strada tra un diario, di nuovo pieno di foto incastonate nel testo, un’inchiesta romanzata e un quaderno di grandi reminiscenze letterarie, per lo più shakespeariane. Un libro di «disorientamento, distruzione, fallimento», elegante e spietato.

A questo punto qualcosa, nella scrittura di Tuena, s’è spezzato. Negli ultimi dieci anni ha pubblicato lavori piuttosto diversi, per struttura, portata e tenuta, virando sul racconto lungo, sul diarismo stretto, sull’amarcord o sul frammento puro. Con esiti piuttosto diseguali. Le ultime cose inedite sono apparse nel raro, ma non introvabile, Quanto lunghi i tuoi secoli: un’«archeologia personale» (come suona il sottotitolo) pubblicata l’anno scorso nell’avita Svizzera: si tratta di materiale interessante per lo più per questioni filologiche, destinato a fare la gioia degli aficionados della scrittura tuenica; amalgama una malinconia eccezionale, quasi inconsolabile, e una profonda nostalgia per il passato.

Tra i momenti migliori un pezzo (pubblicato in origine nel 2006) che sembra quasi un b-side di Tutti i sognatori: s’intitola Labò, Guttuso e un caffeuccio sconosciuto ed è la triste storia di un giovane amico del grande pittore, morto massacrato a Forte Bravetta nel 1944; assieme, va segnalato un pezzo già apparso in un’ormai introvabile antologia di racconti romani curata da Massimo Maugeri: Esercizio di memoria n. 112 fotografa la Roma sparita nel Novecento – dalle parti di Villa Glori, piazza Pitagora, viale Parioli. Difficile accettare l’idea che un artista di così grande talento possa già essere costretto all’esercizio dell’«archeologia personale». Preferisco pensare che tanta nostalgia finisca per essere un capriccio d’artista. O giù di lì.

Filippo Tuena
Le variazioni Reinach
Nutrimenti-BEAT Biblioteca Editori Associati di Tascabili, 2015, 382 pp., € 13.90

Quanto lunghi i tuoi secoli (Archeologia personale)
prefazione di Tatiana Crivelli
Pro Grigioni Italiano-Armando Dadò, 2014, 279 pp., s.i.p.

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