Franco Berardi Bifo

Avenida insurgentes è la strada più lunga del mondo, un biscione di cinquantatré chilometri che attraversa l’immensa metropoli di Mexico City da sud a nord. Milioni di disgraziati la percorrono ogni giorno perché l’inferno salariato li obbliga a farlo, ma basta essere costretti a fare un percorso su Insurgentes per capire che siamo in trappola. Mentre guida nell’ingorgo continuo, Eugenio chiacchiera amabilmente e io amabilmente rispondo, ma i miei polmoni si stringono poco alla volta come noccioline spaventate. I can’t breathe, I can’t breathe. È questo, lo so, il segno del tempo che inizia. Ne usciremo vivi? E come?

Negli ultimi anni la recessione aveva fortunatamente ridotto un po’ i consumi di petrolio, ma ora gli strangolatori vogliono rilanciare il loro piano di strangolamento. È naturale.Il petrolio è sceso a 50 dollari al barile. Mezz’ora a passo d’uomo, un’ora, un’ora e un quarto un’ora e mezza… il traffico è bloccato in ogni punto della Insurgentes, il cielo è grigio e l’aria mefitica. Faccio un esercizio di yoga nella mia mente per evitare il panico e continuo a chiacchierare amabilmente con Eugenio. Un’ora e quaranta, un’ora e quarantacinque. Un’ora e cinquanta e compaiono gli edifici dell’Università. All’interno dell’edificio protetto da immense lastre di cristallo riprendo a respirare lentamente, la testa mi gira e fra un’ora debbo parlare. Alle cinque del pomeriggio l’anfiteatro comincia a riempirsi, vado in bagno, mi sparo cortisone nella garganta, entro, mi siedo. Il panico da asma si dirada, la voce viene fuori a fatica, tremula all’inizio poi più sicura. Parlo per un po’, poi inizia la discussione.

Stiamo vivendo l’agonia del capitalismo neoliberale, e nella fase che viene non c’è più spazio per la democrazia, non c’è più spazio per i diritti umani. Il capitalismo finanziario a questo stadio assume la faccia del crimine sistematico. Quel che accade in Messico, dove un pugno di grandi imprenditori controlla un esercito di narco-proletari salariati per seminare il terrore, è solo una variante di quel che accade in ogni altro luogo del mondo. Chi sono i cosiddetti Narcos, chi sono gli Zeta? Nient’altro che neoliberisti coerenti, neo-darwinisti sociali radicali.

Emerge dovunque un nuovo settore di produzione: produzione di terrore, produzione di violenza e di morte. Dai deserti della mezzaluna fertile alle montagne del Beluchistan, dal corno d’Africa alla Nigeria petrolifera, milioni di giovani si arruolano negli eserciti del necro-capitale. Daesh è una corporation globale che dà un salario di 450 dollari a disoccupati inglesi francesi austriaci egiziani e tunisini. E il cartello di Sinaloa come Los Zetas sono corporation che funzionano esattamente alla stessa maniera di Blackwater, o della FIAT. Sergio Marchionne fa lo stesso lavoro di Al Baghdadi e del Chapo Guzman.

Ni vivos ni muertos è il titolo di un libro di Federico Mastrogiovanni, un giornalista italiano che da molti anni vive in Messico. Il libro, che attualmente è in traduzione per DeriveApprodi, descrive i settori di intervento dell’impresa criminale, che non si limita più unicamente alla produzione e distribuzione di droghe, ma punta a investire nel settore dello shale gas: il Messico ha ingenti riserve di questo nuovo tipo di petrolio, e per poter sfruttare queste riserve occorre allontanare la popolazione da territori come il Tamaulipas. Decine di migliaia di donne sono costrette alla prostituzione, migliaia di uomini sono sequestrati per lavorare gratis in miniera.

Oltre agli schiavi, sequestrati obbligati a lavorare fino alla morte, ci sono diversi strati criminali. Si fa presto a dire narco, come se si trattasse di un mondo omogeneo, senza distinzioni interne. Difficile dire quanti siano i lavoratori del narco, quante decine o centinaia di migliaia siano impiegate a importare, raffinare, distribuire, esportare controllare. Quel che è certo è che ci sono i narco-proletari e i narco-profittatori.

I primi, abitanti dei quartieri poveri e autocostruiti, ex-operai e immigrati di diverse parti del Messico, discendenti di comunità indigene e in generale morenos. I secondi, imprenditori e politici della classe alta, in generale bianchi o gueros. Gli uni e gli altri sono armati, naturalmente, ma ben diversa è la vita che vivono i primi e quella che vivono i secondi. I narco-proletari debbono fare i conti con le azioni della polizia federale, della polizia statale, dell’esercito, della marina, infiltrati dal narco-capitale, ma talvolta imprevedibili. I narco-profittatori sono protetti da eserciti personali, e i loro rapporti di alleanza sono continuamente rinegoziati con le élites politiche e militari.

Il settimanale Proceso ha rivelato che la polizia federale è responsabile dell’aggressione contro i normalisti, ci sono registrazioni audio e video che lo provano. L’ondata di proteste è ripresa dopo le rivelazioni del Proceso. Questa onda di movimento delle città messicane, non diversamente dall’onda che attraversa le città nord americane, sembra determinata e inarrestabile, ma al tempo stesso priva di una direzione verso la quale andare. Una strategia realistica, un obiettivo unificante per il momento non si vedono.

A metà dicembre a New York cinquantamila persone hanno sfilato gridando I can’t breathe. Lo stesso è successo a Washington e in molte altre città americane. La supplica disperata di Eric Garner è diventata la parola d’ordine di un nuovo movimento, che pare consapevole del fatto che il pianeta è entrato nella fase finale dell’agonia.

In Messico, il rapporto di forza con il potere narco-liberista, è drammatico. Morir en Mexico, un libro di John Gibler, mostra che il potere narco-liberista è un pilastro essenziale del sistema finanziario globale e costituisce insieme al petrolio (Pemex è stata recentemente privatizzata e offre al ceto narco-finanziario un nuovo terreno di investimento) la principale fonte di reddito di questo paese. Il libro di Gibler fornisce informazioni impressionanti.

«Il governo federale messicano stima che i narco-trafficanti abbiano guadagnato più di 132 miliardi di dollari tra il 2006 e il 2010. Il capo più ricercato, el Chapo Guzman, è regolarmente nella lista dei miliardari pubblicata da Forbes. La prima volta che il suo nome apparve sulla lista che elenca i più ricchi finanzieri e capitani d’industria della terra, (il 2009) la rivista scrisse che la fonte della sua fortuna erano i trasporti».

La pubblicazione del nome di uno dei più efferati assassini del nostro tempo sulla rivista in cui compaiono i business leaders della terra è così eloquente che non occorre commentarla. Forbes dovrebbe introdurre una novità nelle sue pubblicazioni: accanto alla lista dei più ricchi potrebbe anche pubblicare una classifica delle migliaia di persone che ogni business leader ha ucciso, o fatto uccidere dai suoi salariati. La lettura del libro di Gibler è scoraggiante. Diversi giornalisti messicani intervistati spiegano benissimo che sul crimine è possibile informare solo in una maniera che non irriti troppo i narco-imprenditori.

«Non è necessario che qualcuno arrivi in redazione per minacciarti» - dice Javier Valdez Cardenas, giornalista e fondatore di Riodoce - «questa situazione in sé è una minaccia. È come se qualcuno ti puntasse continuamente una pistola alla tempia. I narco controllano gran parte del paese, controllano i governi e controllano le redazioni. Quando scrivi un articolo non pensi al tuo editore. Non pensi al tuo capo redattore. Non pensi al tuo lettore. Pensi al narco, se gli piacerà o se penserà che l’articolo sia un problema, e se magari sta pensando di sequestrarti».

Alla fine della discussione ho assistito a un rito che non mi aspettavo. Qualcuno, in mezzo al pubblico grida: Uno... e qualcuno gli risponde: Dos… poi molti dicono: Tres. Poi tutti urlano all’unisono CuatroCincoSeis… e così continua, in un crescendo che fa venire la pelle d’oca, fino a Quarantatrè, quando le voci di centinaia di persone bellissime, di intellettuali coltissimi, di ragazzi e ragazze, di maestri e maestre all’unisono cantano: Vivos se los llevaron vivos los queremos!

Cosa sta succedendo in Messico? Cosa sta succedendo negli Stati Uniti dove si prepara la dimostrazione nazionale a Washington contro i cimino razzisti della polizia? Forse la chiave di interpretazione sta nelle parole di una ragazza intervistata da una TV nordamericana la sera del 5 dicembre. Con un sorriso dolce e implacabile ha detto: «it’s not about black and white. It’s about life and death». È una questione di vita e di morte. È chiaro che la ribellione contro il razzismo è parte della rivolta, ma l’elemento più profondo è un altro.

È la consapevolezza del fatto che il potere finanziario sta tentando di ammazzarci tutti.Vogliono rendere invivibile la nostra vita, ci stanno spingendo al suicidio di massa. Sequestri collettivi per terrorizzare la popolazione in Tamaulipas, Guerrero. Terrore razzista nelle strade di New York e Los Angeles. Schiavismo per i giovani di Milano e di Madrid. Non è forse evidente che una vita di miseria e di paura, di umiliazione e di solitudine è peggio che la morte?

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