Intervista di Elvira Vannini a Martina Angelotti

Do Elephants ever forget? è il titolo di ON, rassegna di installazioni luminose nello spazio pubblico, a cura di Martina Angelotti, che ha invitato artisti molto diversi come Luca Vitone da un lato e Alexandra Pirici e Manuel Pelmus dall’altro, a confrontarsi con la città e la sua iconografia artistica, storica e politica. La rassegna punta l'attenzione sulla memoria collettiva, memoria d’elefante, che tutto contiene e nulla dimentica.

Elvira Vannini: L’opera di Luca Vitone ha avuto una forte risonanza mediatica - nella tradizione conflittuale delle pratiche artistiche nello spazio pubblico, anche nelle sue istanze non immediatamente politicizzate, che in quella di ON sin dalle prime edizioni. Se il soggetto minoritario, secondo Deleuze e Guattari, assume gli strumenti e le strategie discorsive dell'ordine dominante, l'azione di mimare questa operazione di dominio (e il suo regime di visibilità) può essere destabilizzante, e avere un effetto di erosione della differenza tra dominato e dominante, insieme a una dinamicità tra rapporti di potere e processi di soggettivazione, anche attraverso un simbolo e il suo statuto semiotico, soprattutto se si tratta di un simbolo così controverso...

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Luca Vitone, Souvenir d’Italie (lumières), 2014

Martina Angelotti: Souvenir d’Italie (lumière), l’installazione di Luca Vitone che ha infiammato il dibattito sui giornali locali, nazionali e sui social media, a pochi giorni dalla sua accensione sul Ponte di Galliera a Bologna, ne è un esempio. Un lavoro che si è scontrato o incontrato inevitabilmente con la coscienza collettiva e con lo spazio condiviso, assumendosi la responsabilità artistica di poter essere considerato ambiguo, discusso, amato e odiato allo stesso tempo. Un triangolo, un occhio e un cerchio circondato da una raggiera, sono simboli che appartengono alla storia e che hanno attraversato diverse culture. Il potere dei simboli, così come quello dei luoghi, dei contesti, non è mai fermo nel tempo e soprattutto non è transitivo. Luca Vitone ha acceso delle lampadine a forma di occhio, triangolo e raggi, usandoli come simboli, senza chiuderli. Guardando alla stazione di Bologna e chiamando in causa la P2.

Realizza così un paesaggio abitato da segni antichi, potenti e trasformisti, costruito da coscienze sociali e antisociali, tessuto da una storia manifesta e molte altre storie sotterranee, che molto raramente abbiamo voglia di indagare. In questa occasione abbiamo assistito a una sana e anche legittima scossa dell’opinione pubblica. Rispolverare vicende che hanno coinvolto la coscienza collettiva, come il caso della strage del 2 agosto, può generare degli equivoci e gli equivoci spaventano. Ma è proprio questa la questione. Lasciare la possibilità e il piacere dell’interpretazione. L’arte non è veicolata da paradigmi scientifici, e non si impone come risposta alle inadempienze della politica. In questo caso specifico, non si tratta di provocare, di assecondare lo scandalo. Si tratta invece di fortificarsi attraverso la riflessione, il dibattito, il pensiero, di poter parlare di qualcosa che appartiene alla nostra storia recente.

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Luca Vitone, Souvenir d’Italie (lumières), 2014

E perché l’arte, se pur nella sua fragilità, non dovrebbe avere questo ruolo? Perché indigna un’opera che non cerca necessariamente il consenso, ma mira alla riattivazione di una coscienza pubblica, attingendo al terreno melmoso della storia del nostro paese? In effetti è strano vedere come certe persone abbiano percepito il lavoro come un omaggio a chi ha contribuito a minare la legittimità delle istituzioni democratiche in favore dell’interesse di pochi. C’è anche chi ha pensato, in buona sostanza, che questo processo sottile di riattivazione della memoria, fosse sconveniente, disdicevole per una città che si apprestava a trascorrere in serenità i giorni del Natale... Ma questo progetto non nasce come oltraggio alla chiesa cattolica, che pur si è ben spesa in boati chiassosi contro l’irriverente gesto dell’artista, nonostante la curia, quei simboli li conosca piuttosto bene, né all’Islam, tanto per dirne un'altra. Gli artisti parlano, tanto quanto i giornalisti, i politici e gli economisti.

EV: Public Collection - Bologna è il progetto performativo context-specific della coppia di artisti rumeni Alexandra Pirici & Manuel Pelmuş: forme esecutive in cui l'azione e la rappresentazione confluiscono l'una nell'altra, nell'idea di Rancière del momento performativo come qualcosa di cui nessuno è proprietario...

MA: A seguito del bellissimo progetto realizzato in occasione dell’ultima Biennale di Venezia del 2012 nel Padiglione Romania, dove si metteva in scena una sorta di esposizione immateriale delle opere più significative della storia della Biennale dagli esordi ad oggi, Alexandra Pirici e Manuel Pelmuş tornano ad interrogarsi sul valore dell’opera d'arte e sul concetto di collezione pubblica da sempre affidato alla responsabilità dei Musei e delle Collezioni pubbliche e private. Quando ci siamo parlati la prima volta, abbiamo pensato che l’Italia, ancor prima di un città specifica come Bologna, fosse davvero il luogo giusto per proseguire questo discorso. La mostra (non una performance dunque, piuttosto una mostra performativa) è una collezione di opere in vita che si formano e si sciolgono sotto i nostri occhi e che a tratti ci troviamo improvvisamente a riconoscere.

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ON_location_Oratorio San Filippo Neri

La strategia adottata da Alexandra Pirici e Manuel Pelmuş è quella dell’enactment, la diretta messa in atto di opere angolari della storia dell’arte con l’intento di rivendicarne la storia e la sostanza, solo e sempre umana. Quadri, sculture e monumenti vengono de-scalati o de-monumentalizzati utilizzando solo corpi umani, inscenando composizioni che non fanno uso di scenografia né di oggetti, e prescindono anche dagli indumenti. Le nuove opere sono emanazioni delle opere originali, ma nel riprodurle i performer rimangono in equilibrio tra alleanza con il referente e tensione critica. Per questa versione di collezione pubblica pensata per l’Oratorio San Filippo Neri a Bologna, in collaborazione con la Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna, gli artisti hanno incluso opere significative per la storia dell’arte della città, in un dialogo serrato fra la storia locale e quella universale.

Public Collection incarna l'idea del museo pubblico come patrimonio collettivo, un’istituzione che dovrebbe funzionare come un organismo: si nutre di oggetti culturali, li colleziona, li processa, li accumula, restituendo un ritratto e una riflessione sulla società stessa. Nelle giornate di venerdì 22, sabato 23 e domenica 24 gennaio, ad orari prestabiliti, sarà possibile entrare e uscire dall’Oratorio quando si vuole, come in una vera e propria mostra, per assistere alla messa in scena di un processo in fieri, potenzialmente infinito.

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