Marco Scotini e Mohanad Yaqubi

In occasione della mostra To Early To Late. Middle East and Modernity che si inaugura oggi alla Pinacoteca Nazionale di Bologna in occasione della nuova edizione di Arte Fiera - pubblichiamo un testo del curatore Marco Scotini e una lettera del  filmmaker Mohanad Yaqubi. I testi sono tratti dal catalogo pubblicata da Mousse Publishing.

«Un Rip van Winkle iraniano che si fosse addormentato nel 1900 avrebbe avuto difficoltà a riconoscere ciò che vedeva intorno a sé se si fosse risvegliato nel 2000». La frase dello storico iraniano Ervand Abrahamian è eloquente rispetto al forte impatto che la modernità ha avuto in Medio Oriente. Ma è l’occupazione militare di Bonaparte in Egitto del 1798 che segna il ritorno dell’Occidente nel mondo arabo dai tempi delle crociate, ed è all’origine di quella “immagine europea dell’Oriente” che va sotto il nome (anche disciplinare) di Orientalismo.

Ciò che è tuttavia al centro della mostra Too early, too late. Middle East and Modernity – che apre oggi alla Pinacoteca Nazionale di Bologna - ha a che fare con qualcosa di più contemporaneo. L’intento è quello di capire l’impatto avuto dal crollo del Blocco Sovietico su questa area geografica e interrogare le modalità con cui la scena artistica e la cultura visuale mediorientale rileggono oggi il rapporto locale con la modernità. Una sorta di secondo capitolo espositivo rispetto a Il Piedistallo Vuoto ed è ancora il tempo ad essere al centro della riflessione: la sua impasse attuale, la sua definitiva trasformazione, il tipo di rapporto storico che possiamo avere con esso. La relazione tra il prima e il poi, si è trasformata in un troppo presto e in un troppo tardi, in un già e in un non ancora: categorie, cioè, in grado di mettere maggiormente a fuoco forme disuguali di sviluppo.

Mustafa Abu Ali, Tall Al Zaatar (600x450) (500x375)

Ma se il Medio Oriente è l'oggetto di osservazione qual è il luogo topografico da cui osserviamo? Una costellazione di luoghi e tempi incontrati a Bologna e in Italia articola lo spazio espositivo e discorsivo della mostra: alcuni elementi episodici o trovati per caso, altri conosciuti da sempre e di cui non sarebbe stato facile fare a meno. Bologna la dotta era tra le cinque città - con Parigi, Oxford, Avignone e Salamanca - in cui il Concilio di Vienna del 1312 decise l’istituzione delle cattedre di arabo, ebraico e siriaco, ovvero le basi dell’orientalismo nell’Occidente cristiano. Così come il ritrovamento dell’unica copia rimasta dei filmati di Tel al Zaatar (1977) - una co-produzione palestinese e italiana, diretta tra gli altri dal regista radicale, amico di Godard, Mustafa Abu Ali - preservati nel magazzino dell’ Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico (AAMOD) di Roma per gli ultimi 36 anni, che adesso l’artista Emily Jacir ha restaurato, sono al centro di un documentario del palestinese Mohanad Yaqubi.

O il fatto che il Taccuino Persiano di Michel Foucault, incaricato, all’indomani della rivoluzione iraniana del ‘79, di scrivere una serie di reportage per il Corriere della Sera, come voce dissidente, asseriva che ormai era la modernizzazione a rappresentare, già in se stessa, un arcaismo. Oppure lo scheletro urbano di Beirut fissato dalla camera fotografica di Gabriele Basilico nel ‘91. Ancora, come non ricordare i materiali del documentario di Pasolini del 1964, Sopralluoghi in Palestina, che adesso è l’oggetto dei lavori di due artisti: la palestinese Ayreen Anastas e l’israeliano Amir Yatziv? E come non considerare gli Straub cineasti italiani, visto che dal ’69 hanno vissuto a Roma, hanno girato in lingua italiana e in Italia molti dei loro film?

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Caro Marco,

Spero che vada tutto bene, e ti ringrazio per aver condiviso tutto questo.

C'è qualcosa che mi incuriosisce quando sento il termine "Modernità", oltre alla consapevolezza che esso rappresenta l'altra faccia delle strategie post-coloniali per controllare la volontà delle nazioni arabe, tra le altre. L'insistenza nel voler strutturare la "modernità" degli arabi mi fa solo percepire sempre più il tentativo di semplificare questa parte del mondo, presentandola come ancora bloccata sulla soglia tra tradizione e modernità, e quindi di indebolirla.

Rendendo questo scenario un po' più surreale, per capire in cosa consiste la "modernità" del mondo arabo, noi "ricercatori arabi" dobbiamo rovistare tra gli archivi di chi ci pone queste domande, tra i documenti conservati in istituzioni archivistiche, o tra la memoria dei rivoluzionari arabi che hanno dovuto mettersi in salvo quando le loro rivolte sono fallite.

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Ripercorrere la storia e gli archivi della rivoluzione palestinese, in particolare il suo patrimonio filmico, ci restituisce l'immagine utopica di una società. Era troppo perfetta per essere vera, è stata una rivoluzione anti-coloniale, transnazionale, maoista che stava per eliminare le differenze di classe, per restituire la terra espropriata, per cambiare il ruolo delle donne nella società, per, per, per...

Era troppo presto quando la rivoluzione palestinese ha voluto introdurre «il diritto all'autodeterminazione», uno slogan che non solo è stato lanciato in faccia al progetto sionista in Palestina, ma anche contro tutti i modelli politici deformati che ignoravano i diritti fondamentali dei propri cittadini. Il modello a-nazionale, anti-settario della rivoluzione palestinese ha attirato praticamente ogni movimento di opposizione a livello mondiale negli anni ‘60 e ‘70. Il mondo era con noi. Ovunque la gente stava cercando il più equo modello di società possibile, un ordine mondiale, mentre nella rivoluzione palestinese gli oppressi affrontavano queste questioni allo stesso livello, occhi negli occhi, spalla a spalla...

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E ora, 45 anni dopo, il mondo arabo si è sollevato di nuovo, portando la propria voce negli spazi pubblici e chiedendo il diritto all'autodeterminazione... Ed eccomi qui, mentre mi chiedo se questa primavera araba è arrivata troppo tardi, guardando all’anno sanguinoso appena trascorso, e posso solo ripensare alla seconda legge di Newton e all’eterna ricerca dell’equilibrio.

Stai bene, ci vediamo presto...

Mohanad Yaqubi
Ramallah, 31.12.2014


TOO EARLY TOO LATE
MIDDLE EAST AND MODERNITY
a cura di Marco Scotini
opening 22 gennaio ore 20
Pinacoteca Nazionale di Bologna
via Belle Arti, 56 - 40126 Bologna

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