Emanuele Dattilo

La poesia, per Tommaso Landolfi, non è stata in nessun modo un fatto episodico della sua feconda vocazione letteraria. Essa ha piuttosto rappresentato una tensione interna alla sua prosa, presente nelle sue raccolte fin dall’inizio e spesso in maniera manifesta, come in Ombre, ne LA BIERE DU PECHEUR e negli altri diari, o in quel contrappunto parodico di poesia e prosa che è Nuovo canzoniere. Già nei due racconti più belli del primo libro, Dialogo dei massimi sistemi del 1937, tra cui in quello che gli dà il titolo, vi era la confessione della sua più segreta vocazione poetica, vocazione soffocata e procrastinata, come in «Night must fall» “inghiottita”, fino alla resa finale e dunque alla tarda pubblicazione dei due volumi di poesie, Viola di morte (da Vallecchi nel ’72) e Il tradimento (da Rizzoli nel ’77).

Al centro di entrambi il tema ossessivo della morte, di cui ogni cosa sembra pervasa. Il respiro quasi cosmico di alcune poesie del Tradimento, con galassie e sistemi solari che si spandono tra i versi, ha un tono quasi esageratamente luttuoso, che sembra a volte sforzato e parodico. La morte non è però ciò che minaccia oscuramente la vita, né d’altronde ciò che scioglie e ci libera dai ceppi dell’esistenza. Essa costituisce qui la sostanza stessa della poesia, in quanto – come detto in Rien va – «simula la non-esistenza». Ma perchè il mondo poetico di Landolfi deve essere così cupamente pervaso dalla non-esistenza? Perché sembra possibile poetare, per il nostro più grande scrittore di prosa, solamente nel tradimento della vita?

In quel breve manifesto di poetica che troviamo nascosto in limine alla traduzione delle liriche di Puskin (Vallecchi 1960, Adelphi 2005), sembra venir delineato il carattere proprio di questa poesia: «Ogni grande poesia mi sembra debba, se non dichiararla o prenderne compiuta coscienza, accennare, additare (a mo’ di lancetta d’orologio) la detta ansia di creazione materiale, lasciarla comunque sospettare, così come, simmetricamente, non è concepibile poesia senza meditazione implicita sulla morte». Se da un lato, dunque, la poesia ha qualche valore solamente in quanto riesce a creare ogni volta di nuovo il mondo, o almeno a tentare di farlo, di porlo ab ovo nell’oblio di ogni condizione, dall’altra parte – Landolfi dice simmetricamente – essa non può che costituirsi come meditazione sulla morte. È questa doppia, contraddittoria intenzione a definire la poesia di Landolfi.

Il tentativo di creare per mezzo della morte, di darle una consistenza oggettiva e materiale attraverso la parola, in modo che essa non rappresenti più una necessità biologica indicibile, e sia possibile infine liberarsene (giacché «è fin troppo evidente che se non altro di morire si potrebbe, con opportuna preparazione, fare a meno»). In questo senso si comprende meglio il carattere soprannaturale – o si dica pure, come nell’introduzione a Puskin, «negromantico» – che Landolfi assegna alla poesia.

La creazione assegnata alla parola poetica non deriva allora, come da lunga tradizione, dalla coincidenza di parola e vita ma, al contrario, dall’amara e lucida consapevolezza che la parola non è la vita, e che, tra queste due, non si può dare corrispondenza. Se la parola crea, come si attende dalla propria ogni poeta, non è grazie alla propria solidarietà con la vita, ma solo in quanto è non-vita, sospensione e interruzione dell’esistenza. Si può dare una creazione per tradimento? La parola che mondi possa aprire non può essere, come ovvio, una parola che descrive qualcosa del mondo, che si riferisce a un che di esistente, di tangibile e in esso comunicabile. Essa deve piuttosto definire il limite dell’esistente; determinare, avrebbe detto Spinoza, attraverso una negazione.

La vita non si lascia vivere e può essere afferrata solo per rovescio, ossia solo attraverso la frizione con la letteratura – questo il tema principale di tutta l’opera di Landolfi. Ciò non significa, è bene sottolinearlo, un ripiego verso la cosiddetta vita spirituale: nulla è tanto estraneo a Landolfi quanto il vagheggiamento di una cosiddetta vita dello spirito, o delle lettere: è la «vera vita» quella che viene qui in ogni istante bramata ed evocata, la vita di «avventura e mistero». Come mostra la letteratura barocca, è un certo particolare vivir desviviendose che definisce l’attività poetica: descrivere il mondo attraverso una lingua inventata e inesistente, o crearlo di nuovo attraverso una lingua morta.

Desvivirse – che alla lettera significa «bramare ardentemente qualcosa» – è l’attività poetica di fronte al vivere. Come il chiù dell’assiuolo notturno, nel racconto «Night must fall», è costantemente mozzato e ripreso, sempre ultimo eppure disperatamente rinnovato, così la poesia può ogni volta evocare la vita attraverso la non-vita, i fenomeni fisici a partire dalla propria spettrale inesistenza. Né inni né elegie, allora, ma interiezioni notturne (Versi in tempo di insonnia) sono queste poesie con cui Tommaso Landolfi, non vivendo, ha evocato per rovescio la vita.

Tommaso Landolfi
Il tradimento
Adelphi, 2014, 156 pp.
€ 16

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