Fabio Donalisio

Dicono i poeti che la situazione è difficile, se non disperata addirittura.

Si cominci pure da qui, dal suo inizio e forse fine e certo cerchio ad affrontare quello che, quatto quatto, per riduzioni progressive e programmatiche, prendendosi il lusso della povertà, si configura come uno di quei libri che, se non bastano (ma basta mai veramente un libro? Basta senza chi lo legge?), sicuramente aiutano a cambiare la vita. Ovvero le modalità di pensarla. Domanda quantomai futile chiedersi il verso del cambiamento. Molto meglio ricominciare, subito, a ripensare i confini dell’allarme che, se da una parte è immenso, tale da rimodulare i funzionamenti del cervello, dall’altra si può e si deve scontornare dai profluvi degli abusatori di parole.

Ma se la situazione fosse veramente disperata, se suona l’allarme, se non c’è più scampo allora saremmo costretti a fare in fretta, a prendere decisioni radicali per tentare di scampare alla disgrazia che sentiamo o vediamo arrivare. In qual caso verrebbe da sé l’urgenza di uscire dalla paralisi, la scelta di un pertugio di scampo, o almeno di un campo d’azione o terreno di lotta per resistere, se riteniamo che ci sia ancora qualcosa da difendere o qualcuno da salvare. Se c’è un minimo di tempo ci daremmo da fare per allestire un po’ di tattica, di strategia per ora non se ne parla. E forse ci verrebbe in mente lì per lì che non siamo i primi nei millenni a ritrovarci in condizioni simili, che di condizioni similari ce ne sono state a bizzeffe da quando c’è aria.

E, si noti, sono i poeti che lo dicono. Altre parole chiave, scegliendole solo dal titolo e da questo primo capoverso di un libretto tanto smilzo da essere per forza vero: arte, per l’intanto. A braccetto col fallimento, giusto per garantire che i più automatici riflessi illuministici della vostra mente siano, e di buona lena, spinti verso un salutare deragliamento. Poi (e, prego, li si lasci risuonare uno contro l’altro): disperata, scampo, fretta, radicali, disgrazia, pertugio, difendere, salvare, tattica, strategia, primi, similari, bizzeffe, aria. Un’arte della guerra in un paragrafo. Una guerra da perdere, irrevocabilmente.

Morelli, non nuovo anzi antico alla divagazione, ma forse nuovo a un modo di porla così secco e crudo, con l’arte – appunto – camuffa il suo solito e recrudescente vizio di maneggiare – con gioco e per gioco, sempre – la madornale verità. La realtà sotto le tempeste di reale. La complessità persa nei rivoli dolosi del complicato. E lo fa da par suo, fingendo di parlare di niente e proprio rischiando di dire tutto.

Alla nostra mente affaticata ed estenuata, o come diremmo noi inconsapevoli esperta, sempre più esperta, ogni giorno e ogni secondo e ogni secolo più esperta, una vita così da principiante appare immediatamente pericolosa, anzi spaventosa.

Quello che Morelli propone (mai impone, attenzione) è un facile e arduissimo (per la nostra mente esperta, sempre più esperta) rimedio contro la paura, un auspicio (etimologicamente) disperato a interrompere il discorso di morte in cui pare incagliato il pensiero dell’homo possidens. E, si badi che non è mica poco, un ingranaggio che non gira. Non ne sono rimasti molti, nella macchina mondo che prende forza ogni giorno tanto di più dal dirsi agonizzante, decadente, imperialmente putrefatta e moribonda. Punti in cui il meccanismo dei pacchetti linguistici si incricca e il pensiero se ne va a zonzo completamente spaesato. Come un principiante, appunto. Non fanciullesco, non regressivo. Non innocente. Ma ricettivo nei confronti di una cosa-uomo condannato a una cosa-pensiero a mollo in una cosa-mondo.

Se c’è dunque un punto a cui fissare un palo in questo libro (e nella benedetta terra) per poi girarci attorno fino al capogiro è dunque quello del disimparare, dell’infinito principiare, ben sapendo che non c’è nulla, a parte il saggio e inutile tempo della vita, che si possa finire.

Tutte le vite sono occasioni perse, forse si può ricominciare da qui.

Paolo Morelli
L’arte del fallimento
Sossella, 2014, 72 pp. con cd audio di 60’
€ 10

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