Marco Giovenale

Non può esserci qualcosa come il ‘blocco dello scrittore’, mancanza di ispirazione. C’è sempre qualcosa da trascrivere, sempre qualcosa da riscrivere, sempre qualcosa da reinquadrare, come squarcio creativo che si apre su un atto creativo.
No Such Thing as Writer's Block
Intervista a «Frieze Magazine»

Il radar intercetta presto le voci più interessanti della rete. Fra queste spicca decisamente quella di Kenneth Goldsmith, come autore-non-autore (non definibile "scrittore" nel senso classico del termine) che da anni osserva spostamenti e mutazioni non solo nelle nuove scritture, ma anche nella pratica comune della lettura, e nelle peculiarità percettive – e creative – dei lettori.

Kenneth Goldsmith (1961) è uno degli autori di riferimento per chi, in lingua inglese, fa o si occupa di scrittura concettuale. Ossia di tutte quelle operazioni che partendo dal fronte della scrittura, dell'uso della testualità, impiegano materiali non necessariamente narrativi o poetici, anzi semmai banali, o eccedenti, quantitativamente ingestibili, a volte mescolando immagini e scritti per via di prelievo, accumulazione ossessiva, installazione, arrivando dunque a produrre o trascrivere e riscrivere masse consistenti di pagine, o al contrario strutture rarefatte, che comunque chiedono un'attivazione paradossalmente distratta dell'interpretazione del lettore, quindi una lettura che si sofferma non tanto sui materiali in sé quanto sull'idea o processo che li rende opere.

Parliamo insomma di qualcosa che fortemente assomiglia a ciò che gli artisti concettuali facevano e fanno da decenni. Cioè di testi che non chiedono di essere scanditi con lo sguardo e la voce, letti sequenzialmente, seria(l)mente, bensì considerati nella loro interezza, come operazioni e idee, o quasi sculture, blocchi verbali da osservare, perimetrare alla larga, non da godere frase per frase come pagine lineari normali. Un esempio: il testo Fidget, che documenta maniacalmente ogni singolo movimento compiuto da Goldsmith nell'arco di tredici ore di una particolare giornata (joyciana), nel 1997: http://archives.chbooks.com/online_books/fidget/about.html.
Goldsmith è allo stesso tempo anche un curatore di eventi, come la serie "Uncontested Spaces: Guerilla Readings", per il MoMA di New York. Ed è l'inventore di UbuWeb, uno dei più vasti giacimenti online di materiali d'avanguardia, documenti scritti, video, audio, pagine web: http://www.ubu.com/.

In interviste e pezzi critici vari si è più volte espresso contro una visione solo apocalittica della nuova situazione in cui si trovano da poco più di un quindicennio le pratiche comuni (non necessariamente letterarie) di lettura e scrittura. Esemplare è questa recente intervista alla CNN in cui, nel suo solito stile diretto e apparentemente disinvolto, rilassato e burlesco, chiarisce senza mezzi termini che – pur entro i limiti che conosciamo – una sorta di rivoluzione positiva è avvenuta, e continua tutt'ora. Una rivoluzione il cui attore o meglio co-autore sembrerebbe proprio essere internet.

In buona sostanza Goldsmith, partendo (come un'introduzione redazionale suggerisce) dai frammenti su Parigi di Walter Benjamin, fa notare con grande chiarezza, serenamente e semplicemente, che una modalità importante sia artistica che extra-artistica di dialogo, di scambio, di passaggio del senso fra umani, è ormai da circa un secolo interamente e proficuamente affidata a stringhe testuali, segmenti semi-irrelati, schegge, prelievi, frammenti, piuttosto che a mastodontiche cornici narrative, affreschi romanzeschi, opere-mondo. La rete ha aiutato, negli anni recenti, a riconoscere tutto ciò; a vedere realizzato in forma di comunicazione diffusa ciò che quasi tutto il Novecento aveva elaborato e prodotto, in questa direzione.

Se negli scorsi anni – anche per bocca di importanti artisti e scrittori e curatori di mostre – la lamentela ricorrente era quella di un'eclissi della lettura a favore di un medium passivizzante come la tv, con la rete la situazione si dimostra almeno potenzialmente in evoluzione nella direzione opposta: cioè in direzione di una maggiore attività e reattività degli "utenti", che non sono ridotti al rango di puri spettatori. Goldsmith ammette che dal momento in cui esiste internet, ed esistono possibilità di leggere materiali in rete, stoccarli, rielabolarli o solo rivederli offline, condividerli, segnarli con "bookmark" e "read later", twittarli, interpolarne parti, in mosaici-collage che carsicamente appaiono fra blog e facebook, di fatto si torna a leggere, anzi si legge di più. Nessuna crisi della lettura, in questo senso. Anzi.
La lettura è tuttavia cambiata: siamo dentro una mutazione. (Alla quale sarà tuttavia opportuno applicare senz'altro un certo tasso di critica, e di ragionata apocalisse, rifletto).

Entra in crisi (meglio: si dimostra/verifica già in crisi) la classica trama lineare, la forma ampia, iper-strutturata, non frammentaria, di alcuni modi della testualità. Tutto ciò, come già detto, a partire dalla scrittura frammentaria per eccellenza del Novecento, quella di Benjamin (su cui l’intervista si basa). In questa scrittura Goldsmith vede di fatto una matrice vitale di tutta una stagione di opere, e di modi della stessa percezione, che innervano da fine Novecento non solo la letteratura e le arti ma la semiosfera intera, tutto l'insieme di segni che viviamo e attraversiamo, che usiamo e riproduciamo e su cui interveniamo.

Falso dunque dire che la rete dissipa le conoscenze e il senso, o che soltanto ne accumula masse. Masse inerti e inutilizzabili. Se in parte una dispersione di materiali accresce un'entropia di segni oggettiva e preoccupante, d'altro canto è proprio grazie a internet che per la prima volta nella storia sembrano disporsi sul tavolo – non solo per una classe di colti – gli strumenti per una produttiva riappropriazione e ricodifica di tutti i nostri rapporti linguistici – passati e presenti – con società e mondo.

http://epc.buffalo.edu/library/#g
http://www.poetryfoundation.org/bio/kenneth-goldsmith 

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Una Risposta a Gioco (e) radar, # 01
Kenneth Goldsmith

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